Redazione

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In Costa D’Avorio, ex colonia francese, la Francia vanta, ancora oggi, grossi interessi commerciali: controlla il commercio del cacao (di cui la Costa d'Avorio è il primo produttore mondiale), l’erogazione della corrente elettrica, dell'acqua, la telefonia, l'aeroporto ed il porto di Abidjan. A lungo modello di stabilità politica e relativo sviluppo economico, vive negli ultimi anni tempi molto difficili. Dopo aver preso il potere con un colpo di stato nel 1999, il generale Robert Guei ha indetto nel 2000 le elezioni, caratterizzate da una campagna elettorale contrastata ed insanguinata. Contrariamente alle sue “aspettative”, però, fu eletto Gbagbo con il 60% dei voti.

Il risultato delle elezioni non è stato, però, riconosciuto dagli altri contendenti e solo la mobilitazione popolare ha impedito un ulteriore colpo di stato consacrando Gbagbo legittimo presidente.

L'attuale crisi ivoriana ha origini lontane. E’ cominciata il 19 settembre 2002 allorquando, uno sparuto gruppo di militari, guidato da Quattara, ha tentato un colpo di stato ai danni del presidente, in quel momento in visita ufficiale in Italia. Il golpe sostanzialmente fallì ma, col passare dei giorni, le file degli insorti si arricchirono di nuovi elementi, per lo più detenuti liberati dai ribelli nel nord del paese, e mercenari.

L'intervento di una forza d’interposizione francese impedì che ribelli ed esercito ivoriano venissero allo scontro.

L'intervento francese, quindi, in un certo modo congelò la situazione e la costa d'Avorio si è trovata spaccata in due: la parte meri-dionale controllata dal governo e quella settentrionale nelle mani dei ribelli; in mezzo, a fare da cuscinetto, I caschi blu dell'Onu (Onuci) ed i militari francesi. Dal punto di vista geopolitico, lo scenario che caratterizza le relazioni politico-economiche dell’Africa subsahariana è quello del cosiddetto nuovo “great game”, avente ad oggetto lo sfruttamento delle risorse naturali, tra le potenze europee, gli USA e la Cina. Alcuni commentatori osservano, tuttavia, come gli Stati Uniti appoggino, comunque, la politica francese nell’ex colonia e considerano, pertanto, il vero scontro tra gli USA e gli alleati europei (compresi I francesi) da un lato e la Cina dall’altro. Un conflitto, quindi, dalle radici non chiare e dagli sviluppi ancora più imprevedibili. Negli ultimi giorni, si è verificato il collasso, con il paese sull'orlo della guerra civile. I seguaci di Ouattara hanno marciato contro la TV di Stato.

L'esercito ha aperto il fuoco ed è stata una strage. La crisi ivoriana degenera, così, in violentissimi scontri. Sul terreno restano 8 morti e decine di feriti. L'obiettivo non era solo simbolico. Si voleva prendere possesso dei locali dell'emittente, l'unica a fornire informazione nel paese e legata a Gbagbo. La crisi ivoriana desta forte allar-me da parte di tutta la comunità internazionale con gli Usa pronti a varare delle sanzioni, la Comunità europea che ha congelato gli averi di undici personalità legate a Gbagbo e le Nazioni Unite che, superando il veto della Russia, si apprestano a varare una risoluzione di condanna.

Il direttore generale Ban Ki Moon teme un bagno di sangue ed esorta l'ex presi-dente a rispettare l'esito delle elezioni. Si riaffaccia l'incubo della guerra civile.

Ouattara invita la gente a ribellarsi e "a non farsi distrarre da questa dittatura dei carri armati". Ma Gbago è irremovibile. Mette in guardia francesi e comunità internazionale a non interferire negli affari interni del paese. Contro ogni legittimo verdetto resta ancorato al suo potere. Per evitare un bagno di sangue, però, la Comunità internazionale ha deciso di ricorrere alle pressioni finanziarie per costringere l'ex presidente Laurent Gbagbo a lasciare il potere e rispettare il risultato ufficiale delle ultime elezioni che hanno sancito la vittoria del suo avversario Alassane Ouattara.

Allo stato tutti gli sviluppi sono possibili.

Il 25 ottobre 2013, presso il Centro Congressi di Torino, si è tenuto un interessante Forum sulle potenzialità economiche e d’investimento in Ghana, organizzato dall’Ambasciata del Ghana a Roma e dal Consolato Onorario di Torino. Il Convegno ha visto la partecipazione di importantissime autorità ghanesi tra le quali l’ambasciatrice S.E. Evelin Anita Stokes-Hayford e S.E. Mawuena Trebarth, Ministro degli Investimenti del Ghana ed il Console Onorario di Torino Salvatore de Fazio.

Anche l’Italia era rappresentata ai massimi livelli con la partecipazione del vice presidente del Consiglio regionale del Piemone, del presidente del Consiglio comunale di Torino e del presidente della Camera di Commercio di Torino.

Preliminarmente, l’ambasciatrice Stokes-Hayford ha sottolineato come il Ghana rappresenti un paese stabile, democratico e pacifico che può vantare un sistema infrastrutturale ben sviluppato per quanto riguarda l’energia elettrica, acqua, strade, porti ed aeroporti.

Tutte queste caratteristiche lo rendono un contesto molto favorevole agli investimenti internazionali. A ciò si aggiunga l’invidiabile posizionamento strategico del Ghana in grado di garantire un rapido accesso ai Paesi dell’ECOWAS per la fornitura di beni e servizi a più di 300 milioni di persone.

Attraverso una relazione dettagliata ed appassionata il Ministro agli Investimenti del Ghana Mawuena Trebarth ha descritto agli imprenditori piemontesi le enormi potenzialità del Ghana nei vari settori: dalla filiera del petrolio e del gas, alle risorse minerarie, alle reti di distribuzione, alle infrastrutture, all’agricoltura, alla manifattura, all’industria, al turismo, ai servizi finanziari e all’ICT.

La delegazione ghanese, che comprendeva Alex Agyenim Boateng, in rappresentanza delle Camere di Commercio del Ghana, ha presentato inoltre, agli operatori piemontesi i principali programmi di sviluppo nazionali ed internazionali e le opportunità di collaborazione commerciale, agli investimenti ed alla cooperazione.

Uno degli aspetti più importanti che il “Business Forum Italia-Ghana” ha permesso di porre in risalto è la totale apertura del Paese africano agli investitori stranieri, attraverso programmi di tutoring che seguono l’imprenditore straniero nelle diverse fasi dell’investimento, gestiti da un’apposita agenzia governativa, il “Ghana Investiment Promotion Centre”, che rappresenta una struttura di sicura eccellenza.

Il G.I.P.G. (www.gipcghana.com / Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. / +233302665125-9) rappresenta, infatti, un partner di servizi eccellente per tutti gli investitori stranieri che attraverso un personale molto qualificato è in grado di offrire assistenza completa agli investitori per tutte le problematiche logistiche, normative, amministrative, finanziarie ed assicurative.

Il Convegno si è chiuso con il racconto della success story rappresentata dalla ditta italiana “Gozzo impianti S.p.A.”, azienda leader nel settore della progettazione e costruzione di impianti elettrici, radiotelefonici di condizionamento, antincendio etc., che in Ghana ha realizzato importantissime infrastrutture.

Venerdì, 11 Marzo 2016 00:00

I fantasmi dell’uliveto di Nardò

Alla fine di luglio, a San Foca, nel mio amato Salento, ho sentito Yvan Sagnet. A giugno ci eravamo promessi che ci saremmo visti in Puglia. Lo raggiungo a Lecce e facciamo un giro, nelle campagne di Nardò, con il camper della CGIL. Insieme ad Antonella Cazzato, segretario confederale della CGIL, ci dirigiamo alla Masseria Boncuri, teatro della ribellione dei migranti stagionali nel 2011. La Masseria è stata completamente ristrutturata dal Comune ma, inspiegabilmente è ancora vuota. Il Sindaco di Nardò non vuole che vi si stabiliscano i migranti, per ragioni oscure e, credo, difficilmente spiegabili. Così, i lavoratori si sono trasferiti in contrada Arene Serrazze, dove hanno allestito una sorta di slum, all’interno di un uliveto. Decidiamo di andarci e, arrivati al campo, l’impatto è fortissimo. Ho come l’impressione di essere entrato in una macchina del tempo. Il campo dista alcune migliaia di metri dall’abitato di Nardò, ma mi sembrano migliaia di anni. I migranti stanno preparando la cena. E’ il periodo del Ramadan ed un nordafricano, con una lunga barba ed un grosso coltello sta sgozzando una pecora. La scena è cruenta, ma dura poco. La maggior parte del tempo, questo improvvisato macellaio l’impiegherà per scuoiarla. Comincio a muovermi all’interno del campo, ci saranno al momento un centinaio di ospiti. Sento addosso, tagliente, lo sguardo di ognuno di loro. C’è un odore dolciastro, intenso, forte, che non ho mai sentito prima. I migranti dormono per terra, su giacigli di fortuna. Le loro abitazioni improvvisate con teli di plastica, cartoni, cartelli stradali e, per i più fortunati, con qualche vecchia lamiera arrugginita. Il campo è diviso per aree etnico-geografiche. Da una parte i maghrebini, soprattutto tunisini e marocchini, più espansivi e comunicativi. Dall’altra, gli africani sub sahariani. Il differente modo in cui parlano, guardano e si muovono esprime due afriche molto diverse. Volgo lo sguardo e sono attratto da uno spazio recintato posto al centro del campo. La cura e l’attenzione con cui sono stati sistemati vecchi cartoni per delimitarlo e logori tappeti per pavimentarlo, ne fanno un monumento. Yvan Sagnet mi spiega che sono di fronte alla moschea del campo. Quelli della CGIL si muovono con tranquillità, sono a loro agio. Antonella Cazzato, che qui chiamano la principessa, si occupa un po’ di tutto. C’è chi ha un problema con il permesso; chi è stato investito da un’auto pirata è vorrebbe parlare con un legale; chi sta male e vorrebbe essere visitato da un medico. Chi, più semplicemente, ha bisogno di parlare con qualcuno, di raccontare la propria sofferenza, di non sentirsi invisibile. In un angolo c’è un’ambulanza, ma non un medico né un infermiere. Stento a crederci, ma è così. Mi dicono che è li da un paio di giorni, da quando il ministro Cecile Kyenge ha visitato quest’orribile posto. Prima dell’arrivo del ministro, il Comune ha anche collocato una cisterna. Da due giorni nel campo c’è l’acqua potabile. La mia sottile inquietudine pian piano svanisce e la tensione, gradualmente, si stempera. Dopo un quarto d’ora sono a mio agio: questo lager mi sembra normale. Nel campo ci sono anche i caporali, ma non sono come li immaginavo. Non sono bianchi. Sono fratelli neri che bevono il sangue di altri fratelli neri. Ma non è questo, però, quello che mi colpisce di più. Loro, i caporali, nel campo rappresentano una sorta di struttura amministrativa e di controllo. Forniscono i servizi più disparati, gestiscono la cucina, il trasporto, i rapporti con l’esterno, filtrano gli ingressi. Tutto si paga: 30 euro a stagione per poter stare nel campo, 5 euro per la cena, 5/10 euro per essere accompagnati a lavoro, 10 euro se stai male e vuoi andare in ospedale. Mi viene in mente la Mafia, quell’antistato subdolo e feroce, che amministra e controlla tutti quei luoghi che lo Stato non sa o non vuole amministrare. Le Mafie riempiono sempre un vuoto di potere. Nell’uliveto di Nardò, lo Stato ha barattato l’esercizio dell’autorità e del controllo con gli oneri dell’amministrazione, i servizi, le infrastrutture, la dignità. Questo verde uliveto “ufficialmente” non esiste ed i raccoglitori di angurie e di pomodori che lo occupano, nemmeno. A partire da questa totale invisibilità sociale, si pongono le premesse perché gli stagionali di Nardò perdano la qualifica di persone e possano, così, essere letteralmente neutralizzati, collocati in delle zone d’interdizione, dotate di una sorta di extraterritorialità. Con il consenso del gestore della cucina, visitiamo l’ex falegnameria. Un locale fatiscente e degradato, che dista pochi metri dal campo. Qui stanno “le ragazze”, giovanissime prostitute che si vendono per pochi euro, ai migranti stagionali e, a tutti gli altri disposti a comprare la fame e la disperazione. Le “ragazze” non ci sono più, sono andate via, ma le vedo tutte, lo stesso. Aminata, Cecile, Anne, Céline. Sono appena tornate dal lavoro e, finalmente, possono lavarsi. Prendono l’acqua da un grosso bidone, solitamente utilizzato per irrigare i campi ed abbeverare il bestiame. Appeso al muro c’è un vetro rotto che usano per specchiarsi. Una di loro, si sta pettinando i lunghi capelli neri. Ridono e scherzano, sembrano ragazzine spensierate, ma quegli occhi grandi e scuri tradiscono lacerante dolore. Prima di terminare il nostro giro ci rechiamo in località Scianne. Qui, a circa 7/8 chilometri dai luoghi di reclutamento, l’Amministrazione di Nardò ha realizzato una tendopoli per i migranti, dotata di servizi e controllata militarmente da una guardiania armata. Non so quale sia l’idea d’integrazione e di accoglienza che ha ispirato la realizzazione di questa struttura. Penso al Panopticon, a Michel Foucault a Loic Wacquant, anche se non credo che il Sindaco Marcello Risi li avesse in mente. Quello che so per certo, invece, è che questo modello non funziona. La struttura è vuota, disabitata, spettrale. Non c’è nessuno al di fuori della guardia armata, posta a tutela di se stessa e del nulla che la circonda. Oramai è buio, devo andare via e sono contento di tornare a casa. Durante la strada del ritorno penso quanto costi alla collettività, all’Italia l’uliveto dei fantasmi di Nardò. La tendopoli di Scianne senza ospiti, la ristrutturazione della Masseria Bencuri, oggi disabitata, l’ambulanza, priva di personale medico. Mi tornano in mente le lezioni universitarie sullo Stato di diritto, la Costituzione più bella del mondo ed il Paese che amo e del quale mi sento orgoglioso. Che non può restare indifferente e far finta che questo inferno, questa galera non esista. E, allora, mi chiedo cosa facciano di fronte a tutto questo degrado, l’Ispettorato del lavoro, l’Asl, le forze dell’ordine... Poco o niente, fingono di non vedere e di non sapere. E, quando vedono e sanno, rimuovono, evitano, si girano dall’altra parte. L’ipocrisia, del resto, è l’altra faccia della vergogna.

Nel Febbraio di quest’anno, Susanna Camusso, segretaria generale CGIL affermava: "vogliamo che spariscano tutte le false cooperative, che in realtà fanno itermediazione di manodopera e politiche occupazionali di massimo ribasso sulle condizioni dei lavoratori...In tante occasioni sono le amministrazioni pubbliche per prime che danno patenti di liceità a queste false cooperative che fanno capolarato sulla manodopera”.

Il caporalato, fenomeno criminale antico quanto tristemente attuale, ha ad oggetto lo sfruttamento della manodopera lavorativa, con metodi illegali.

Il "caporale", pertanto, procaccia manodopera di solito giornaliera, per farla lavorare illegalmente in diversi settori, per lo più nell'agricoltura e nell’edilizia.

Il fenomeno è molto diffuso e spesso collegato ad organizzazioni malavitose che, generalmente, trovano bacino di utenza nelle fascie più deboli e disagiate della popolazione come, ad esempio, quella dei lavoratori immigrati extracomunitari.

Dal punto di vista operativo, spesso il caporale retribuisce direttamente gli operai, lucrando sulla differenza tra quanto percepito dall'impresa e quanto pagato ai lavoratori e non si limita al solo reclutamento, ma sovraintende e controlla i lavoratori imponendo orari e ritmi di lavoro con l'uso dell'indimidazione o della violenza.

Questa terribile pratica, che esiste da decenni nelle aree agricole italiane, ha ricevuto enorme impulso con i recenti movimenti migratori provenienti, soprattutto, dall’Africa e dalla Penisola Balcanica.

Dal punto di vista mediatico, il fenomeno è divenuto drammaticamente evidente in seguito alle rivolte del 2010 degli stagionali extracomunitari di Rosarno in Calabria contro I caporali.

Il 26 aprile dello stesso anno sono arrestati a Rosarno 30 caporali, sfruttavano lavoratori extracomunitari che erano costretti a lavorare, in condizioni disumane nei campi, con turni di lavoro di 15 ore al giorno.

Come ho avuto la possibilità di documentare personalmente, quest’estate a Nardò, inPuglia la situazione è altrettanto drammatica differente.

Ivan Sagnet, un ragazzo cameruense di 27 anni nel 2011, insieme a 500 stagionali, a Nardò, si ribella ai caporali.Nell’agosto dello stesso anno Sagnet così raccontava la sua storia al quotidiano La Repubblica: “nel 1990 guardavo i mondiali in televisione, avevo 5 anni, tifavo Juve e sognavo l’Italia. Volevo andare a vivere nella città dove giocava il mio calciatore preferito....ma, quando sono giunto in un campo di pomodori nel Salento, agli ordini di un caporale ghanese, ho capito che sono stato un privilegiato, non sapevo di questa Italia...nei campi della Puglia ho ritrovato l’Africa...Le persone trattate come schiavi, macchine da lavoro senza diritti...al quarto giorno di lavoro un uomo tunisino è morto d’infarto .... Ad un certo punto i caporali ci hanno chiesto un doppio lavoro. Avremmo dovuto scegliere i pomodori più belli. Era troppo: strappare la pianta, scrollarla e riempire il cassone dopo la selezione. Abbiamo chiesto 7 euro. Sono arrivati ad offrircene 4,50 a cassone. Ci siamo rifiutati”. Nel 2012 è stato pubblicato il “Primo Rapporto su Agromafie e Caporalato”, realizzato dalla Flai-CGIL, a cura dell’Osservatorio Placido Rizzotto.

La ricerca registra come tale forma d’illegalità sia in continua espansione: 400mila persone vittime del caporalato, 27 clan nel business dell'agroalimentare e dell’ecomafia. Dal punto di vista sociologico, possiamo osservare alcune differenze tra il caporalato del passato e quello moderno e “globalizzato” che si è adattato ai processi sociali in atto ed in particolare all’erompere dei flussi migratori.

Mentre in passato gli sfruttati condividevano con il caporale il medesimo orizzonte sociale e culturale, oggi i braccianti stranieri con il nostro territorio non hanno nulla in comune, nessuna forma di integrazione con il tessuto urbano e sociale.

Anche gli stessi caporali sono profondamente cambiati perché quelli “moderni” non possono gestire tutto e sono costretti a “delegare” creando, di fatto una struttura di “comando” molto più elaborata e fortemente gerarchizzata.

L’estraneità dei braccianti rispetto al territorio in cui lavorano rende il loro sfruttamento drammaticamente più esteso e capillare, facendoli dipendere completamente dai caporali perché privi di altre “reti” a cui poter far riferimento.

Un altro aspetto centrale del “nuovo” capolarato riguarda la provenienza geografica dei caporali che finisce per incidere sulla gerarchia e sul reclutamento degli stessi lavoratori stagionali.

I caporali, infatti, nella scelta della manodopera privilegiano i lavoratori della propria nazionalità per cui gli altri, spesso, sono vittime di condizioni di sfruttamento, se possibile, ancora peggiori.La rivolta capeggiata da Sagnet è stata molto importante ed ha avuto, dal punto di vista normativo, effetti dirompenti.

Ha attirato sul fenomeno l’attenzione della politica, dei sindacati e dei media, fino a determinare l’emanazione della tanto attesa normativa sul caporalato.

La Legge N. 148 del 14 Settembre 2011 (la cosiddetta manovra bis) ha introdotto, così, nel codice penale un nuovo articolo, il 603-bis che prevede il nuovo reato di ”intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”.

Il nuovo reato è stato collocato nel codice penale, nel titolo XII del Libro II, tra i delitti contro la persona ed in particolare tra i delitti contro la libertà individuale. La sazione è severa, prevedendo la pena della reclusione da cinque ad otto anni ed una multa da 1.000 a 2.000 euro.

Nello specifico, l'art. 603-bis punisce (salvo che il fatto costituisca più grave reato) "chiunque svolga un’attività organizzata di intermediazione, reclutando manodopera o organizzandone l'attività lavorativa caratterizzata da sfruttamento, mediante violenza, minaccia o intimidazione, approffittando dello stato di bisogno o di necessità dei lavoratori..".

Ci vorrà, verosimilmente, però ancora molto tempo per verificare l’incidenza dellanormativa penale sull’evoluzione di tale pratica criminale.

Alla fine di fine di Luglio di quest’anno, insieme ad Yvan Sagnet, ho avuto la possibilità di visitare il campo di Arene Serrazze, in cui si sono trasferiti, quest’estate, gli stagionali di Nardò e dove hanno allestito una sorta di slum, all’interno di un uliveto.

La situazione è, ancora, drammatica: il campo è completamente controllato dai caporali che forniscono i servizi più disparati, gestiscono la cucina, il trasporto, i rapporti con l’esterno, filtrano gli ingressi. Tutto si paga: 30 euro a stagione per poter stare nel campo, 5 euro per la cena, 5/10 euro per essere accompagnati a lavoro, 10 euro se stai male e vuoi andare in ospedale.

Tale forma di gestione evoca l’organizzazione mafiosa, quell’antistato subdolo e feroce, che amministra e controlla tutti quei luoghi che lo Stato non sa o non vuole amministrare. Le Mafie riempiono sempre un vuoto di potere. Nell’uliveto di Nardò, lo Stato ha barattato l’esercizio dell’autorità e del controllo con gli oneri dell’amministrazione, i servizi, le infrastrutture, la dignità.

Gli stagionali di Nardò ufficialmente non esistono: a partire da questa totale invisibilità sociale, si pongono le premesse perché i lavoratori perdano la qualifica di persone e possano, così, essere letteral-mente neutralizzati, collocati in delle zone d’interdizione, dotate di una sorta di extraterritorialità.

La normativa penale, pertanto, è di enorme importanza: per la prima volta viene formulato giuridicamente il concetto di “grave sfruttamento lavorativo”, ai limiti della riduzione in schiavitù.

Tuttavia tali norme possono divenire, davvero, efficaci, solo se la cappa di vulnerabilità e invisibilità verrà rotta anche sul piano culturale, sociale, economico, sindacale.

Nel Corno d’Africa, arso dai conflitti e devastato dalla fame e dalla malattia, un piccolo fazzoletto di terra, posto a nord-ovest della Somalia, sperimenta la democrazia africana. Uno “Stato” fantasma, non riconosciuto dalle Cancellerie internazionali, ma che batte moneta, ha una bandiera, un parlamento democraticamente eletto, un governo, ospedali, scuole, tribunali ed università.

La cosa più sorprendente, però, è che il Somaliland si trova nella martoriata Somalia, da più di 15 anni in preda all’anarchia assoluta.

Il Transitional Federal Government, l’esecutivo che da qualche anno amministra la Somalia è, infatti, una creatura della Comunità internazionale, priva di reali possibilità d’intervento ed incapace di controllare il territorio. Un ectoplasma, talmente fragile, da essere stato costretto, per lungo tempo, a vivere “esiliato” in Kenya.

La situazione, nel corso dell’ultimo anno, si è ulteriormente complicata. L’Etiopia è intervenuta militarmente nel paese, ufficialmente per “supportare” il debole governo in carica, ed ha cacciato le Corti islamiche, che pure avevano assicurato una certa stabilità. Le truppe di Addis Abbeba, da sempre ostili alla popolazione locale, però, hanno di fatto occupato la Somalia ed ingaggiato una sanguinosa guerriglia con i miliziani delle Corti che ha prodotto, in pochi mesi, migliaia di morti e più di 600.000 profughi. A completare il già drammatico quadro, i frequenti raid aerei dell’aviazione americana, con l’obiettivo dichiarato di “stanare i terroristi” e la malcelata ambizione di “esportare” la democrazia. Seppure, quindi, con l’estrema cautela suggerita dall’intricato scenario e dalla consapevolezza che “tutte le opinioni geopolitiche che si affrontano o si confrontano... sono (in realtà) delle rappresentazioni caricate di valori, più o meno parziali e più o meno consapevolmente di parte...(Yves Lacoste)”, il quasi-stato di Somaliland ci appare come una promettente eccezione.

L’autoproclamatosi governo di Hargheisa (capitale del Somaliland) ha insediato rappresentanze diplomatiche (ufficialmente non riconosciute) nel Regno Unito, in Etiopia, negli U.S.A., in Sud Africa, Kenya, Belgio ed Italia. Nel nostro paese, l’”ambasciatore” del paese africano è Muhiyadin Ahmed Abdi Gabose, che vive a Torino dove lo incontro nel suggestivo scenario di piazza S. Carlo.

D. Ma il Somaliland esiste davvero?

R. “Certo, abbiamo Istituzioni stabili, un Governo, un Parlamento democraticamente eletto, un esercito, ospedali, scuole e università...Ma, soprattutto, abbiamo una storia, un’identità. Non dimentichi che l’unificazione tra la Somalia italiana e quella britannica del 1960 è stata un’imposizione, è avvenuta senza un atto formale e soprattutto è stata fortemente asimmetrica, concentrando tutte le cariche politiche più importanti nelle mani della “Somalia italiana”. Con il referendum del 1962, infatti, i solmalilanders si esprimono, all’unanimità, contro l’unificazione”.

Il protettorato britannico di Somaliland, risalente al periodo coloniale, si unisce il 1° luglio del 1960 alla colonia italiana del sud della Somalia (Somalia italiana) per formare la repubblica somala, il cui primo presidente è Aden Abdullah Osman.

La neo costituita repubblica somala avrà, però, vita breve. Nel 1969, infatti, con un colpo di stato, Muhammad Siad Barre conquista il potere e dichiara la Somalia stato socialista, nazionalizzando la maggior parte delle attività economiche del paese.

D. Poi arriva Siad Barre?

R. Si, Barre sale al potere nel 1969 attraverso un colpo di stato e governa con metodi autoritari e brutali. Nel 1982 il Somaliland National Movement comincia a rivendicare l’indipendenza e, nel 1988 riesce a conquistare grosse fette del territorio. Il dittatore cerca, allora, di fomentare lo scontro interetnico in Somaliland mettendo le tribù le une contro le altre. Ma il “divide et impera” non funziona; il tentativo fallisce ed il dittatore, pensa bene di bombardare Harghesia. Gli aerei militari decollano dall’aeroporto di Harghesia, per bombardare... Harghesia. Alcuni piloti si rifiutano di volare e Barre è “costretto” a rivolgersi a mercenari del Sud Africa. Questa barbarie, però, oltre ad isolarlo a livello internazionale, gli costa molto caro dal punto di vista militare. L’aver concentrato quasi tutto l’esercito somalo nel nord del paese crea, infatti, un vuoto di potere a sud, che si solleva e lo costringe a scappare.

In seguito alla cacciata di Barre l’United Somali Congress nomina presidente Ali Mahdi Muhammad. Il generale Muhammad Farah Aidid, che comanda l’ala militare dell’U.S.C., non riconosce, però, il nuovo presidente e dà inizio ad una sanguinosa guerra civile che durerà diversi anni.

Il 18 maggio 1991, quindi, mentre la Somalia è nel caos più assoluto, l'ex protettorato britannico del Somaliland (che non aveva mai digerito la sua annessione alla repubblica somala, imposta dalla comunità internazionale), dichiara la propria indipendenza dal resto della Somalia.

In maniera plebiscitaria, attraverso libere e regolari elezioni, viene approvata nel 2001 una nuova costituzione che proclama ufficialmente l'indipendenza del paese.

Le successive elezioni presidenziali del 2003, vinte dal partito U.D.U.B., proclamano presidente, con un risicatissimo margine di circa 200 schede su 800 mila elettori, Dahir Rayale Kahin.

In assoluta controtendenza rispetto alla “tradizione” africana, il partito di opposizione Kulmiye accetta i risultati elettorali ed il Somaliland si avvia, così, attraverso un processo di building block process a divenire un paese sempre più autonomo, stabile e pacifico.

D. Dopo la fuga di Barre la Somalia è nel caos...

R. “Si, e il popolo del Somaliland, all’unanimità, dopo la conferenza a Burao, del 18 maggio del 1991, opta per il ripristino del suo status indipendente del 26 giugno 1960”.

D. Perché?

R..L’unione delle “due somalie” è stata un disastro....

Nel momento stesso in cui le Nazioni Unite cercavano di ricostruire, invano, un governo che unificasse la complessità somala, il Somaliland voltava le spalle a questo progetto ambizioso, quanto irrealistico e si dotava di proprie strutture di governo.

La stabilità politica del paese è assicurata da un sistema misto che riesce a conciliare le istituzioni di stampo occidentale con la struttura di potere tradizionale e che riserva ad ogni clan del Paese un numero di seggi in Parlamento proporzionale alla propria consistenza numerica.

Il clan è sempre stato la cellula fondamentale su cui si fonda la società somala.

Una grande famiglia allargata, che ha potere assoluto nella zona in cui vive: senza l’assenso del clan, nessuna decisione governativa può sperare di essere attuata.

La classe dirigente del Somaliland ha saputo, però, ridimensionare il ruolo politico dei clan, attraverso l’istituzione di una Camera Bassa (dal sapore anglosassone), composta da 82 deputati, che è eletta direttamente dal popolo, ed una Camera Alta, quella degli Elders (“gli anziani” che rappresentano all’interno del parlamento, l’intero scacchiere dei clan presenti sul territorio), composta da 80 membri, che invece, sono “nominati per cooptazione dalle tribù”.

Tale modello di “democrazia pastorale” è stato, ovviamente l’esito di un complesso processo interno al paese. Anche Somaliland, come le regioni del sud della Somalia, era lacerato da lotte tra clan; ha saputo, però, indebolirli organizzando riunioni claniche sempre più aperte ed inclusive.

Oggi, nel paese c’è un potere giudiziario sostanzialmente indipendente e il dibattito politico è democratico, come dimostrano le elezioni presidenziali e politiche mai seguite da scontri armati.

La Stampa gode di ampia libertà: sebbene, infatti, i giornalisti siano spesso fermati per “insulti” al capo dello stato, essi vengono regolarmente rilasciati dai tribunali in nome della libertà di espressione.

“Certo il mio paese non è un’isola felice”, prosegue Gabose, “la situazione economica è molto precaria perché il governo, pur avendo istituito un sistema di prelievo fiscale, riesce a coprire con le attuali entrate solo gli stipendi dei dipendenti dell’apparato statale, l’esercito e la polizia, ma nulla può destinare agli investimenti in settori vitali come infrastrutture, acqua, strade, sanità e zootecnia.

D’altra parte le attuali condizioni di sicurezza e stabilità possono essere mantenute nel tempo solo a condizione che venga avviato un processo di sviluppo capace di assicurare nel breve termine la soddisfazione delle esigenze primarie della popolazione proprio a partire dall’acqua, dall’assistenza sanitaria e dall’istruzione.

C’è un alto tasso di analfabetismo...c’è il grosso problema del chat, che poi è un problema sociale, economico e sanitario insieme che riguarda tutto il corno d’Africa...Gibuti, Kenya” (Il chat è un’erba eccitante di cui gli uomini sono accaniti consumatori, che si assume nell’arco di tutto il pomeriggio, fino alla chiamata del muezzin, che arriva verso le cinque. Il chat fa passare la fame tiene svegli e conferisce gran forza - n.d.a.). “Riguardo agli aiuti internazionali, il presidente Kahin ha dichiarato espressamente la propria contrarietà al modo di operare delle strutture O.N.U e delle o.n.g. straniere che, a suo giudizio, sono poco trasparenti ed assolutamente inconcludenti. Pertanto, il presidente ha dichiarato di ritenere assolutamente inutili i finanziamenti attraverso agenzie O.N.U. ed o.n.g. e di preferire, invece, interventi diretti. Le autorità O.N.U. informano non sempre correttamente i paesi donatori sulla situazione politica e sulla sicurezza e tendono a rappresentare il Somaliland come un territorio dove è impossibile operare; ciò è vero solo per la Somalia ex italiana mentre in Somaliland è possibile lavorare in pace ed ottenere buoni risultati.

D. Per essere più espliciti...

R.. L’O.N.U. è presente ed opera dal 1991 in Somaliland con vari distaccamenti (UNDP, UNHCR, UNICEF, UNOPS, WFP, FAO) che hanno sede, però, a...Nairobi. Gli uffici sono allocati in suntuosi palazzi, i funzionari O.N.U. abitano in ville con piscina o in alberghi extralusso, i loro stipendi medi si aggirano tra i 120 ed i 180 mila dollari. Il personale O.N.U. è dotato, inoltre, di potenti “s.u.v”., del costo di 70/80 mila dollari; si tengono frequenti conferenze sugli obiettivi e sui progetti relativi a Somalia (e Somaliland) ma nulla di visibile è stato finora realizzato nonostante ingenti fondi utilizzati e roboanti dichiarazioni di principio.

Eppure, dato che il Somaliland garantisce condizioni di stabilità e sicurezza adeguate, si potrebbero realizzare, con fondi anche modesti, programmi di estrema utilità per il paese e di grande impatto. In particolare, ciò sarebbe ottenibile riducendo l’impiego del personale internazionale estremamente costoso, trasferendone la residenza in Somaliland per evitare i costi dei continui spostamenti ed impiegando ovunque possibile risorse umane locali presenti in abbondanza. Per tutti i motivi sopra esposti, la classe dirigente e la popolazione del Somaliland ha maturato la convinzione che l’ONU e le numerose o.n.g. impieghino gli stanziamenti dei Paesi donatori più per mantenere le proprie strutture e per assicurare cospicui stipendi ai propri funzionari, che non per realizzare i programmi di sviluppo che istituzionalmente le competono, fino a giungere al limite di ostacolare, anziché agevolare, lo sviluppo del Paese.

D. Esiste il problema integralismo islamico in Somaliland?

R. “No, ma certo soffriamo la pressione delle Corti islamiche che, tra l’altro sono un regalo degli americani. Facendo un errore di valutazione, infatti, gli U.S.A. hanno appoggiato i signori della guerra che, per oltre 15 anni, hanno tenuto “in ostaggio” la popolazione della ex Somalia italiana...”.

D. In che senso...?

R. “Le Corti fino a giugno 2006 non avevano la forza militare ed economica per conquistare i 2/3 della Somalia...Poi, il popolo ha visto che gli americani finanziavano i warlords e...alla fine ha appoggiato le Corti, pur sapendo che avrebbero limitato la loro libertà, per liberarsi dei warlords e garantire una certa stabilità al paese”.

D. L’Etiopia è un vicino ingombrante?

R.. “Noi abbiamo buoni rapporti di vicinato, di cooperazione commerciale e di antiterrorismo con il governo etiope. Attualmente l'Etiopia è il paese più influente del Corno d'Africa e nessuno può contrastare il suo primato nell'area, ma ha anche un governo cristiano che teme la possibile creazione di uno stato somalo islamico che potrebbe destabilizzare o minare la convivenza tra musulmani e cristiani sul territorio etiopico. Io credo che debbano essere i nostri vicini fratelli somali a raggiungere una riconciliazione vera che può dare una pace duratura ad una popolazione martoriata da una guerra fratricida. Non sarà certo l’intervento armato di altri paesi a risolvere la situazione in Somalia...

D. Non farete parte del nuovo governo Somalo...?

R. La questione non ci riguarda...quella dell’indipendenza è una strada senza ritorno ...è irreversibile!

D. Anche la regione del Puntland è uno stato autonomo?

R. “No, il Puntland fa parte della Somalia, non è secessionista, è un’amministrazione locale...”.

D. Comunque, un vostro alleato nel cammino per l’indipendenza?

R. “Altro che alleato,...loro pensano ad una Somalia federale...e, quindi, sono per la destabilizzazione del Somaliland. Il Puntland, inoltre, rivendica territori del Somaliland abitati da due tribù che, per ragioni di affinità etnica, sono vicine alle popolazioni del Puntland. ”.

D. E la comunità internazionale?

R. “Molti paesi guardano a noi come ad una possibile riserva energetica...altri alla nostra posizione strategica...altri ancora a quello che possiamo significare in Africa. Abbiamo buone relazioni con Etiopia, Sud Africa, Senegal, Ruanda e questo per noi è importante, perché credo che il riconoscimento internazionale del Somaliland debba passare prima attraverso il riconoscimento di un paese africano.

Gli stessi U.S.A guardano con favore a Somaliland che considerano un partner affidabile nella lotta contro il terrorismo. L’Unione Europea è, invece, ancora molto cauta ed attende, probabilmente, di verificare i programmi e le attività del nuovo governo somalo. Per ora, la comunità internazionale resta in attesa di verificare se Yusuf e i suoi ministri sfrutteranno la loro nuova legittimità solo per consolidare il loro potere personale o anche, e soprattutto, per ricostruire il loro paese e per realizzare una pace duratura”.

D. E l’Italia?

R. “...Il vostro paese potrebbe giocare un ruolo importante nel Corno d’Africa con il quale ha legami storici antichi e profondi”.

Il nostro paese sembra, invece, aver rinunciato a svolgere un ruolo diplomatico nel Corno d’Africa, nonostante la vicinanza con questi paesi ed i legami culturali che risalgono al periodo coloniale. Tutto ciò, mentre aumentano i segnali d’interesse sia politico che economico, della comunità internazionale in direzione Somaliland.

Questo stato fantasma, che non esiste de jure, è crocevia di traffici commerciali ed i suoi porti sono pieni di cargo che arrivano dal Golfo e dall’Europa. La British Airways, secondo fonti ben informate, sarebbe in procinto d’inaugurare un volo Londra-Hargheisa. Numerose imprese inglesi e cinesi hanno ottenuto licenze per perforazioni petrolifere sia terrestri che off-shore. La WorldWater Corp ha un contratto per lo sviluppo ed il ripristino di pozzi alimentati con energia rinnovabile.

Vi sono giacimenti di ametista, acquamarine, smeraldi, graniti, rubini, zaffiri oltre a giacimenti di ferro, gas naturale, quarzo, silicio, stagno e uranio. Non c'è ormai più nessuno che voglia, e forse riesca, a far rientrare la secessione del Somaliland, ma, allo stesso tempo, nessuno è disposto a concedere al paese un riconoscimento internazionale del quale, in verità, “Somaliland” fa sempre più a meno.

"Noi non abbiamo alcun aiuto internazionale, dice Mohamed Said Gees, ma questo vuol anche dire che siamo l'unico paese africano ad avere un debito estero uguale a zero".

D. Come si diventa rappresentante dell’autoproclamatosi governo di Somaliland in Italia... ?

R. Io ero un ufficiale della polizia somala e, nel 1990 sono venuto a Roma, per un corso di formazione superiore di polizia tributaria e poi per un corso presso la Scuola di Guerra di Civitavecchia. Mentre mi trovavo qui, è caduto il regime di Siad Barre....ed ho deciso di rimanere in Italia. Ho svolto diversi lavori e, poi, nel 1997 sono stato assunto da un gruppo industriale italiano, impegnato nella produzione di tecnologie elettroniche e meccaniche nei settori della sicurezza, dell'ambiente e dei trasporti, come responsabile delle vendite per l'Africa e i Paesi Arabi. E’ stato in quel periodo che ho cominciato a lavorare per la causa del Somaliland e, grazie anche al senatore Serri, il mio paese ha ottenuto un pò di visibilità qui in Italia. Il primo governo Prodi, nel 1998 e nel 2000 ha invitato, infatti, il nostro presedente in Italia ed ha aperto una finestra di dialogo con Somaliland. Grazie a questo mio interessamento il governo di Somaliland mi ha nominato rappresentante in Italia.

D. Quando crede che potrà essere nominato ambasciatore....

R. “Questo dipende anche dal vostro paese...come le dicevo, abbiamo avuto alcuni contatti politici con il primo governo Prodi. Poi, con il successivo governo di centro destra, siamo diventati, di nuovo, invisibili...Adesso speriamo che la situazione possa evolvere anche se credo che l’Italia voglia ancora una Somalia unita. Altri paesi europei hanno assunto, invece, una posizione sostanzialmente diversa, attuando una politica di riconoscimento di fatto ed inviando delegazioni ufficiali in Somaliland per discutere il punto di vista delle nostre ragioni e fornendoci, quindi, la possibilità di farci sentire dalla Comunità Internazionale”.

D. Chi ha paura dello “Stato” di Somaliland...?

R. La nostra indipendenza non dovrebbe far paura a nessuno; anzi, un piccolo paese come il Somaliland che, autonomamente e senza ingerenza di governi stranieri e della comunità internazionale, si autoorganizza si dà un governo democratico con elezioni libere riconosciute anche dall'opposizione e, tra mille difficoltà riesce a sopravivere senza l'aiuto della comunità internazionale...sarebbe un buon esempio da imitare per molti.

Venerdì, 11 Marzo 2016 00:00

Madagascar: l’eterna transizione

Ancora nebulosa la struttura della “IV Repubblica” in Madagascar che la Confe-renza nazionale, convocata dalla corrente dell’uomo forte Andry Rajoelina, definisce «uno stato unitario ma fortemente decentralizzato [...] regolato da un parlamento bicamerale».

Alla Conferenza iniziata il 13 Settembre ad Antananarivo, capitale del Madagascar, era assente la società civile ed è stata una sostanziale farsa, boicottata dalle tre principali correnti politiche degli ex presidenti Marc Ravalomanana, Didier Ratsirika e Albert Zafy.

Per definire la Conferenza nazionale che si è tenuta ad Antananarrivo risultano emblematiche le parole di Joaquim Chissano, ex presidente del Mozambico e mediatore internazionale, «unilaterale, non sufficientemente imparziale e consensuale».

La storia del Madagascar è, in gran parte, una storia di isolamento come testimoniato anche dallespecie animali e vegetali, come del resto le culture indigene che hanno seguito uno sviluppo indipendente da quello dell’Africa e della altre isole dell’Oceano Indiano.

Ma facciamo un passo indietro.

Nelle elezioni del dicembre 2001 entrambi i candidati, Ratsiraka e Ravalomanana, sostennero di aver vinto; il Ministro dell'Interno dichiarò, però, vincitore il primo e ne seguì una profonda crisi fatta anche di scontri violenti nel paese con risvolti anche etnici, in quanto Ratsiraka apparteneva alla tribù dei Betsimisaraka, mentre Ravalomanana a quella dei Merina.

Nel luglio 2002, così, Ratsiraka e i suoi si ritirarono in esilio in Francia e Ravalomanana iniziò una serie di grandi progetti di riforma e una battaglia contro la corruzione.

Il 17 marzo dello scorso anno, però, si è verificato un nuovo colpo di stato.

Durante una dimostrazione antigovernativa, Andry Rajoelina, leader dell'opposizione e sindaco di Antananarivo, aveva esortato la popolazione a rovesciare Rava-lomanana e si era autoproclamato presidente. Il capo dello Stato lo aveva ridico-lizzato: «Abbiamo 1547 sindaci nell’isola, immaginatevi se ognuno di essi si dovesse autoproclamare il presidente».

Dopo settimane di braccio di ferro tra Ravalomanana e Rajoelina, con manifestazioni di piazza e almeno 135 morti, l’esercito, che finora aveva dichiarato e assicurato che sarebbe restato estraneo alla lotta politica, decide di intervenire ed entra con forza nella residenza del capo dello Stato chiedendone le dimissioni.

I militari, sempre fuori dai giochi politici, decidono però di intervenire, con una pubblica dichiarazione di sostegno a Rajoelina: «Lui può risolvere i problemi del Paese», aveva subito dichiarato il colonnello André Ndriarijaona, che aveva guidato la ri-volta degli ufficiali.

Il colonnello dell’esercito André Andriarijaona, nominato capo di stato maggiore, dichiara: «Spero che Ravalomanana si dimetta nell’interesse superiore del Paese».

Le accuse che vengono rivolta a Ravalomamana, un ricco uomo d’affari passato alla politica, è di gestire il Paese come una società privata che guadagna tanto e la-scia ai dipendenti solo le briciole. Poco dopo, però, Rajoelina, sostenuto dall'esercito, ha assediato il palazzo presidenziale e costretto il presidente Ravalomanana a dimettersi. Alla fine della Conferenza, l’unico dato “politico” è che Andry Rajoelina, l'ex dj malgascio, è confermato alla presidenza della “transizione”, per cui nominerà gli esponenti del governo.

Secondo il mediatore Chissano, che rappresenta Comunità di sviluppo dell'Africa australe (Sadc), Unione Africana (UA) e Onu – «bisognava raggiungere un accordo politico sulle modalità della transizione politica prima di tenere la conferenza».

Venerdì, 11 Marzo 2016 00:00

Il narco-stato dell’Africa sub-sahariana

Il 2 marzo 2009 il Presidente della Guinea-Bissau è stato ucciso in un attentato compiuto da militari vicini al capo di stato maggiore dell'esercito Tagmè Na Waiè.

Joao Bernardo Vieira, detto "Nino", 69 anni, era da circa 23 anni, con alterne fortune, alla guida del piccolo paese africano.

Nove anni dopo la fine della guerra civile del 1998-99, che lo aveva estromesso dal potere, nel 2005 “Nino” era ritornato al potere in seguito alle elezioni presidenziali che lo vedevano contrapposto a Malam Bacai Sanha.

Ex-colonia portoghese, indipendente dal 1974, la Guinea-Bissau non è mai stata un Paese particolarmente fortunato: una lunga serie di colpi di Stato e due guerre civili ne hanno minato la stabilità interna e lo sviluppo economico.

Dopo l’assassinio di Viera, attraverso un comunicato diffuso dalla radio statale, l'esercito ha precisato che avrebbe “rispettato” la Carta costituzionale, secondo la quale spetta al presidente del parlamento assumere la guida del Paese.

Fin qui nulla di nuovo né di strano se consideriamo che stiamo parlando dell’Africa. La “notizia”, piuttosto, è che numerosi boss colombiani della droga hanno scelto questo paese, uno dei più poveri ed instabili del continente, come loro residenza, trasformandolo in una sorta di narco-stato.

Che cosa, poi, sia un narco-stato, è sintetizzato dalle parole di un diplomatico europeo, residente in Guinea-Bissau, intervistato recentemente da PeaceReporter: “Qui non ci sono istituzioni, i salari dei dipendenti pubblici vengono pagati ogni 4-5 mesi, non c'è acqua e l'elettricità manca da 16 anni. Non c'è neanche una prigione, la polizia ha in dotazione tre radio e due auto, ma senza la benzina per farle partire. La comunità internazionale ha dimenticato questo Paese, e si limita a interventi dell'ultimo minuto per pagare gli stipendi alle Forze Armate e evitare colpi di stato”.

Per rendersi conto della gravità della situazione, osserva Peace Reporter, “basti pensare che la droga sequestrata nell’ultimo anno in Guinea-Bissau aveva un valore pari al 10 % del Pil del Paese. I trafficanti la fanno da padroni, tanto da permettersi di girare per le strade di Bissau senza armi. Il fenomeno è così grave da mettere in pericolo le stesse istituzioni”. Il paese africano è diventato, così, in pochi anni il nuovo crocevia mondiale del traffico della polvere bianca. Ma a Bissau non sono presenti solo i narcos colombiani. Gruppi paramilitari e terroristici come Hezbollah, Al Qaeda e le Farc colombiane hanno, infatti, “investito” sulla Guinea Bissau con grandi risultati.

La droga, che proviene da Venezuela, Colombia e Brasile, transita indisturbata grazie ad un governo e un esercito profondamente corrotti e una totale mancanza di controlli.

Quello che preoccupa di più la comunità internazionale non è, però, il traffico di droga, quanto piuttosto il ruolo crescente dell'estremismo islamico che si è insediato nel paese attraverso una potente rete illegale libanese che amministra i proventi del commercio di cocaina per finanziare le attività di Hezbollah.

La centrale libanese, che ha stabilito il proprio quartier generale in un grande albergo della capitale di proprietà del miliardario libanese Tarek Arezki, tratta direttamente con le Farc colombiane, per conto degli sciiti di Hezbollah.

Tale situazione, inoltre, ha contribuito a distruggere del tutto le piccole possibilità di sviluppo del paese africano. La gran parte della popolazione, infatti, è affetta dall’aids ed assume stupefacenti. I cristalli di crack (composti dagli scarti della raffinazione della coca) fino al 2007 sconosciuti in Africa occidentale, sono diventati uno dei problemi sociali più gravi in Guinea Bissau, dove non esistono strutture per contrastarne il dilagare.

Tale fenomeno alimenta poi la prostituzione, anch’essa quasi inesistente fino al 2007, che è aumentata e ha fatto moltiplicare il numero di sieropositivi.

Le prostitute, poco più che bambine, fumano “quisa”, nome locale del crack, e non usano preservativo con i loro clienti, per la maggior parte occidentali che lavorano per le o.n.g., l'O.n.u. o le ambasciate.

Venerdì, 11 Marzo 2016 00:00

La pax cecena tra armi, droga, petrolio

La repubblica di Cecena, più nota come Cecenia, è ufficialmente una repubblica “autonoma” federata alla Federazione Russa, la cui Costituzione regionale è entrata in vigore, dopo un referendum “farsa”, il 2 Aprile 2003. Dopo il collasso dell’U.R.S.S., in Cecenia, nacque un movimento indipendentista che entrò in conflitto con la Russia che non era disposta a riconoscerne la secessione. Tra i motivi dell'opposizione rus-sa, oltre al timore che potessero crearsi pericolosi precedenti, anche la produzione petrolifera locale e, soprattutto, il passaggio sul quel territorio di oleodotti e gasdotti.

Džokhar Dudaev, il presidente nazionalista della repubblica cecena, dichiarò l'in-dipendenza della nazione dalla Russia nel 1991.

Nella sua campagna elettorale presidenziale del 1990 Boris Eltsin aveva pro-messo di riconoscere le richieste di autonomia amministrativa e fiscale dei governi fe-derati e, così, il 31 marzo del 1992 la Duma approvò una legge in tal senso. Ma la Cecenia si rifiutò di rinunciare alla propria indipendenza. Nel 1994, pertanto, iniziò la prima guerra cecena.

Le truppe russe riuscirono a prendere il controllo di Groznyj e ad uccidere Dudaev. Nell’agosto 1996 Eltsin si accordò, così, con i leader ceceni per un cessate il fuoco che portò, nel 1997 alla firma di un trattato di pace. Il conflitto tornò, però, a divampare nel 1999 annullando, così, il trattato di pace e dando inizio alla seconda guerra cecena.

Le truppe russe invasero, così, la Cecenia nell'ottobre 1999, radendo al suolo la capitale Grozny. Successivamente i partiti separatisti furono posti fuori legge. La maggior parte della Cecenia è attualmente sotto il controllo dei militari federali russi.

Attualmente il presidente della Cecenia è Ramzan Kadyrov, figlio di Ahmad, ed il suo governo è di fatto una feroce dittatura che non garantisce i più elementari diritti civili. Nei giorni scorsi, le forze speciali russe hanno messo fine all’assalto di un com-mando di ribelli ceceni contro il parlamento.

Dopo l’irruzione di militari il bilancio è stato di almeno 6 morti e diversi feriti. Nella repubblica caucasica, benché siano ufficialmente terminate le “operazioni antiterro-rismo” sono presenti più di 20 mila soldati russi con il mandato di neutralizzare la “guerriglia”, guidata da sedicenti Jihadisti che ufficialmente mirano alla costituzione di un “emirato islamico”. In realtà abbandonate le nobili cause della “liberazione nazio-nale” gli indipendentisti combattono per la spartizione dei traffici illeciti legati alle ar-mi, alla droga ed al petrolio.


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