Mercoledì, 24 Febbraio 2016 17:23

Il gas della Russia in Europa, via Grecia e Italia

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Il gas della Russia in Europa: la via italo-greca

La russa Gazprom, l’italiana Edison e la greca Depa hanno firmato un memorandum per portare gas russo in Europa meridionale.

La mossa

conferma diversi punti della politica energetica russa, ma non è scevra da fragilità, come ci scrive Marco Giuli:

Il memorandum fra Gazprom, Edison e Depa conferma 3 fattori.

Primo, l’ambizione russa di aumentare la capacità di esportazione verso l’Europa, per prepararsi a una lunga stagione di bassi prezzi da una posizione di vantaggio competitivo rispetto al gas naturale liquefatto (gnl) in arrivo sui mercati nei prossimi anni.

Secondo, l’obiettivo strategico russo di aggirare la rotta ucraina.

Terzo,il congelamento di South Stream e Turkish Stream lascia Gazprom con un significativo investimento da ammortizzare. Costruire un gasdotto qualsiasi, sembrano ritenere a Mosca, sarebbe comunque più conveniente che abbandonare del tutto la rotta.

La novità risiede nel fatto che invece di pianificare nuove infrastrutture che entrerebbero in rotta di collisione con la regolamentazione Ue, Gazprom utilizzerebbe quelle già approvate – per esempio l’interconnettore Italia-Grecia-Bulgaria (Igb) e l’interconnettore Turchia-Grecia-Italia (Itgi).

Un esito paradossale, se si considera che questi progetti – cofinanziati da strumenti comunitari – sono pensati per consentire ai mercati sud-europei di accedere al gnl in arrivo al terminale greco di Kavala e al gas del Mar Caspio e ridurre la dipendenza della regione da Gazprom.

Rimangono tuttavia grosse incognite, prima fra tutte l’ipotesi che Gazprom stia bluffando per accelerare sul raddoppio del Nord Stream e accrescere le divisioni fra paesi Ue e Commissione rispetto alla sempre maggiore “intrusione” di quest’ultima nelle politiche di approvvigionamento, resa evidente dal pacchetto sicurezza energetica dello scorso 16 febbraio.

In particolare, per la tratta Grecia-Italia verrebbe resuscitato il progetto Igi-Poseidon, un corridoio parallelo rispetto alla pipeline trans-adriatica (Tap) che dovrebbe portare in Italia il gas azero e con la quale Bruxelles ambisce a diversificare le forniture di gas all’Europa sud-orientale, particolarmente esposta al monopolio russo.

La seconda incognita è di natura infrastrutturale. L’Igb avrebbe una capacità di 3 bcm estendibile a 5: numeri decisamente piccoli rispetto a quelli originariamente pensati da Gazprom per South Stream, che richiederebbero una massiccia espansione di capacità sul territorio comunitario.

Dal punto di vista degli investitori, forse il gas russo pone minori incognite rispetto a quello azero con cui i piani di Gazprom, Edison e Depa entrano in concorrenza. Ma resta difficile ignorare le profonde incertezze politiche e commerciali.

Per approfondire:
Nuove vie per il gas russo, carta di L. Canali

DA “IL MONDO DI PUTIN” Turkish Stream: la guerra per l’energia tra Ankara e Mosca, di D. Floros
La pipeline congelata dopo l’abbattimento del jet russo avrebbe reso la Turchia il primo hub energetico del Sud-Est Europa, nonostante sia priva di produzione interna. Come cambia lo scacchiere energetico continentale. Gli obiettivi dell’Italia.
DA “IL MONDO DI PUTIN” Russia ed Europa non possono ignorarsi, di L. Bellodi
Ragioni economiche e strategiche impongono un dialogo bilaterale che non può prescindere dall’energia. Gli errori dell’Ue. Le strategie di Mosca. Il risiko dei gasdotti e il dilemma ucraino. L’entente russo-cinese e la competizione in Africa non ci convengono.


Il piano di Londra e Francoforte per unire le Borse

Il London Stock Exchange e la Deutsche Börse stanno trattando una fusione che creerebbe una potenza finanziaria da 30 miliardi di dollari.

Commenta per noi Brunello Rosa:

La vulgata vuole che ci sia una logica industriale dietro questo terzo tentativo, dopo quelli nel 2000 e nel 2004-5: la necessità di creare un gruppo continentale capace di competere, tra gli altri, con il colosso americano Ice, che possiede il Nyse e ha recentemente acquistato il britannico Liffe. E che tale logica sia rafforzata dalle complementarità tra le due piattaforme di negoziazione (ad eccezione forse per una duplicazione sul piano del clearing otc), una più forte nel settore degli scambi azionari (Lse) e l’altra specializzata nel segmento in crescita dei derivati.

Partiamo dal presupposto che tale assunto sia vero e che l’eventuale fusione porti veramente alla creazione di valore tramite la riorganizzazione dei gruppi, le sinergie industriali e i risparmi di costi.

Quello che sorprende è la tempistica di questo tentativo, a pochi mesi dal referendum sul Brexit e in un momento in cui i corsi azionari internazionali sono sotto pressione per una serie di motivi, tra cui i timori sulle prospettive di crescita di paesi avanzati ed emergenti e i dubbi sull’efficacia degli strumenti in mano alle banche centrali per stimolare l’economia.

In particolare, se gli inglesi dovessero veramente sancire il Brexit a fine giugno, è lecito domandarsi a quale regolamentazione il nuovo gruppo sarebbe sottoposto e quanta voglia avranno gli inglesi di farsi dettare regole e condizionare da Francoforte, il giorno dopo il divorzio della Gran Bretagna dall’Europa.

Forse per questo i qatarini, che rimango uno dei principali azionisti della borsa di Londra (nonostante la recente riduzione di un terzo della loro partecipazione al capitale), per il momento tacciono. In parte perché già molto impegnati a fronteggiare la crisi derivante dal crollo del prezzo del petrolio. In parte perché probabilmente rimangono in attesa di sviluppi che potrebbero anche portare le trattative ad arenarsi, come già successo in passato.

Per approfondire:
Moneta e impero, il numero di Limes sulla geofinanza
La City sconta la fine dell’Europa, di B. Rosa
La piazza finanziaria di Londra aspira al rango di hub globale grazie ai capitali cinesi e islamici. La crisi dell’Eurozona è considerata strutturale. L’Ue appare destinata a implodere insieme ad alcuni Stati membri minacciati dal separatismo.


La Corea del Nord attende le sanzioni

Nonostante le diverse posizioni, Cina e Usa hanno raggiunto un accordo sulle nuove sanzioni a Pyongyang dopo il test nucleare d’inizio 2016 e il lancio di un razzo di 3 settimane fa. È ora vicina l’approvazione di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Commenta per noi Marco Milani:

L’annuncio dell’approvazione della risoluzione potrebbe rappresentare un punto di svolta in questo nuovo capitolo della disputa sul nucleare nordcoreano.

Nel 2013, infatti, la concomitanza fra le nuove sanzioni Onu e le esercitazioni militari congiunte fra Corea del Sud e Stati Uniti avevano scatenato una dura reazione da parte di Pyongyang, con un escalation di tensione durata quasi 2 mesi. Anche quest’anno le esercitazioni sono previste per i primi di marzo e Pyongyang ha già iniziato la sua risposta propagandistica, con minacce dirette a Seoul e alle installazioni militari americane nel Pacifico.

La Corea del Sud, nel frattempo, ha già messo in pratica una dura risposta unilaterale. Dopo il tentativo di creare una nuova iniziativa sul nucleare nordcoreano che escludesse la stessa Corea del Nord, il governo di Park Geun-hye ha deciso improvvisamente di interrompere le operazioni all’interno del parco industriale di Kaesong – gestito congiuntamente dalle 2 Coree – accusando Pyongyang di dirottare il denaro destinato ai salari dei lavoratori di Kaesong verso il proprio programma nucleare.

Non sono state presentate prove di tale connessione e lo stesso ministro degli Esteri ha poi ritrattato in parte l’affermazione iniziale. La mossa sembra quindi più una punizione per il comportamento della Corea del Nord e per mostrare all’opinione pubblica e alla comunità internazionale la risolutezza del governo contro la minaccia da nord.

La reazione di Pyongyang è stata, ovviamente, molto dura, con la chiusura totale del parco e la confisca di tutte le attrezzature e il materiale presente.

Sebbene l’obiettivo del governo sudcoreano appaia molto chiaro, la decisione potrebbe avere conseguenze disastrose sul lungo periodo. Il progetto di Kaesong era, infatti, l’ultimo esempio della cooperazione inter-coreana, in teoria la base per il miglioramento delle relazioni.

La sua chiusura, a dispetto dell’accordo firmato nel 2013 in cui entrambe le parti si impegnavano a non chiudere il parco in nessun caso in futuro, sembra quindi porre la parola fine alla cooperazione sulla penisola coreana.

Per approfondire:
Corea, la guerra sospesa, il numero di Limes del 2011
La lucida follia atomica della Corea del Nord, di M. Milani
Il programma nucleare di Pyongyang è una minaccia alla stabilità internazionale, ma nasce da considerazioni geopolitiche che non possono essere ignorate. Dopo il test del 6 gennaio 2016 sarà decisiva la reazione delle potenze regionali e mondiali, a cominciare da Usa e Cina.


Sommergili australiani contro la Cina

Canberra aumenterà la spesa militare di 26 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni. L’incremento si focalizza sulla Marina e sulla gara per i nuovi sommergibili d’attacco.

Ci scrive Alberto de Sanctis:

Canberra è alla ricerca di un battello da circa 4 mila tonnellate per rimpiazzare le 6 unità di classe-Collins attualmente in servizio e punta alla costruzione di 12 nuovi sottomarini per un costo di oltre 30 miliardi di dollari Usa, il maggiore esborso di sempre per un singolo programma della Difesa australiana.

Le unità saranno chiamate a operare in aree molto diverse, dalle fredde acque del Pacifico meridionale a quelle tropicali del Mar dei Coralli e del Mare di Timor. Dovranno compiere traversate molto lunghe per raggiungere le aree d’impiego dalle basi nel sud dell’Australia, se è vero che il Libro bianco del 2016 sottolinea la necessità di assicurare la difesa degli accessi settentrionali al paese e delle sue linee di comunicazione marittime, che si estendono per tutta l’Asia-Pacifico.

Canberra vuole il mantenimento dello status quo fondato sul rispetto del diritto internazionale: per questo motivo, guarda con preoccupazione alla costruzione di isole artificiali cinesi nel Mar Cinese Meridionale e soprattutto al progressivo dispiegamento di assetti militari su queste installazioni.

L’importanza dei sottomarini in un contesto regionale segnato dalla crescita delle capacità militari di Pechino dipende dal fatto di poter eludere le tattiche cinesi d’interdizione d’area (che incombono invece sulle unità di superficie e aeree) e di poter sfruttare appieno uno dei maggiori ritardi del dispositivo militare cinese, la lotta antisom.

Francia, Germania e Giappone sono in lizza per vincere la gara. Tokyo è in vantaggio grazie ai suoi avanzatissimi classe-Soryu e la sua offerta gode del pieno sostegno Usa, che vede nel rafforzamento dell’intesa militare austro-nipponica un altro tassello della propria strategia di contenimento alla Cina.

Contro l’offerta giapponese ci sono invece gli strettissimi rapporti commerciali fra Canberra e Pechino e l’opposizione del complesso industriale australiano, che reputa la proposta giapponese meno vantaggiosa di quelle europee.

Per approfondire:
Australia, l’Occidente agli antipodi, il numero di Limes del 2000
I dilemmi di Canberra, di C. Leah
Fino a quarant’anni fa il governo australiano ha studiato la possibilità di dotarsi dell’arma atomica in vista di una guerra nell’Asia-Pacifico. L’arcinemico indonesiano e la minaccia cinese. La svolta del 1973. Quanto vale ancora l’ombrello Usa?

Gli occhi dell’India sullo stretto di Malacca, di A. de Sanctis
Nuova Delhi rivede il proprio schieramento navale nei pressi di uno snodo strategico per il commercio mondiale. Australia e Usa rilanciano il loro partenariato con il paese per contenere la Cina.


Silicon Valley vs Stato Islamico

Il governo degli Stati Uniti ha coinvolto alcune delle maggiori aziende tecnologiche, dei social media e dell’informazione per vincere la sfida alla propaganda dello Stato Islamico.

In un incontro al dipartimento della Giustizia, l’amministrazione Usa ha cercato il sostegno dei circa 50 invitati, tra cui Facebook, Google, Apple, Twitter e Buzzfeed. Non solo per cancellare i profili dei sostenitori dell’Is (cosa che già Twitter per esempio fa, con 125 mila account chiusi da metà 2015) ma soprattutto per lanciare iniziative di contropropaganda, anche dal basso.

Non si è fatta attendere la risposta dei reparti web del “califfato”, che in un video minacciano Mark Zuckenberg e Jack Dorsey, fondatori e attuali amministratori delegati rispettivamente di Facebook e Twitter.

Il sostegno della Silicon Valley alla lotta all’Is non è però incondizionato. Apple, per esempio, non ha intenzione di spingersi fino a permettere all’Fbi di penetrare lo smartphone di uno degli attentatori di San Bernardino, anche se l’opinione pubblica sarebbe a favore di una scelta in questo senso.

Per approfondire:
Silicon Valley, i giganti della tecnologia Usa sono nani in politica, di E. Beltramini
Google, Apple e Facebook stanno progettando un’America 2.0 e da sole hanno una capitalizzazione maggiore della Borsa di Milano. Ma nelle urne e al Congresso restano più importanti le imprese manifatturiere.
Comunicazione e controllo al tempo del terrore, di F. Vitali
Invece di invocare lo spionaggio di massa, i servizi segreti ammettano di non riuscire a star dietro a qualche migliaio di sospetti. Per monitorare i terroristi, bisogna lasciarli parlare. Non servono leggi speciali, basta il marketing.


Intanto, nel mondo…

• Kuwait e Qatar si uniscono ad Arabia Saudita, Uae e Bahrain circa il divieto ai propri cittadini di viaggiare in Libano e la richiesta a quelli residenti nel paese dei cedri di tornare in patria. Il caso nasce dall’insoddisfazione di Riyad per la vicinanza di Beirut al suo arcinemico, l’Iran.
• Il presidente della Somalia ha dichiarato che a gennaio al-Shabaab ha ucciso almeno 180 militari kenyani. Nairobi smentisce la cifra ma non ne fornisce altre.
• Cuba allenta le restrizioni a viaggiare per 7 dissidenti politici.
• Il Sudafrica ha annunciato il ritiro entro il 1° aprile dalla missione di peacekeeping Onu in Darfur.


Presto qui gli anniversari geopolitici del 25 febbraio

1856 – A Parigi si apre la conferenza di Pace dopo la Guerra di Crimea

1866 – Nasce Benedetto Croce

1890 – Nasce Vyacheslav Molotov

1954 – Gamal Abd el-Nasser diventa presidente dell’Egitto

1956 – Al XX Congresso del Pcus, Kruscev critica il regime di Stalin

1990 – In Nicaragua vincolo le elezioni gli oppositori al regime sandinista


Hanno collaborato Lorenzo Noto e Luciano Pollichieni.

Carta di Laura Canali animata da Marco Terzoni.

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1 commento

  • Link al commento Dol33larGypeQV Sabato, 12 Agosto 2017 16:02 inviato da Dol33larGypeQV

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