Martedì, 23 Febbraio 2016 09:09

<div>L'eredità di Obama, un asset per il partito democratico?</div>

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Di Giuseppe Sarcina

 

«Stay on offense», continuiamo a giocare in attacco. Barack Obama ha cominciato il 2016 rivolgendo queste parole ai suoi collaboratori più stretti. L’attivismo del presidente certamente condizionerà

la corsa dei candidati alla Casa Bianca del suo stesso partito: i democratici Hillary Clinton e Bernie Sanders. Il terzo partecipante, il governatore del Maryland Martin O’ Malley è già tagliato fuori.
Sul piano nazionale l’eredità del presidente è costituita sostanzialmente da due elementi: l’estensione della copertura sanitaria a circa 13 milioni di americani fino a quel momento non tutelati; le misure per controllare la vendita delle armi. Sul versante esterno Obama verrà ricordato per l’apertura a Cuba, l’accordo sul nucleare con l’Iran, il ritiro parziale delle truppe da Iraq e Afghanistan, la firma del trattato commerciale con l’Asia (il Tpp). Dal punto di vista dei democratici le riforme interne sono da considerare irreversibili. I cambiamenti sulla protezione sanitaria sono epocali, anche se, nell’applicazione, ci sono state insufficienze e vere e proprie distorsioni. Sia Hillary Clinton che Sanders si sono già impegnati a continuare su questa strada. Si tratta di fare delle riparazioni, migliorare la manutenzione, ma l’impianto è quello. 
Sulle armi il discorso è più complicato. La battaglia di Obama rischia di risultare velleitaria perché non ha la forza politica per sconfiggere una delle lobby più potenti d’America, quella dei costruttori di pistole e fucili, protetta da un Congresso dominato dai repubblicani. 
Clinton e Sanders seguiranno la traccia di Obama, ma non metteranno la questione degli armamenti in cima all’agenda elettorale. D’altra parte il presidente si è mosso in piena autonomia, senza consultare i suoi possibili successori e, volutamente, senza tenere conto delle ripercussioni sul confronto elettorale.
Sul versante esterno le cose sono più complicate. Clinton appoggia l’accordo con Teheran, rivendicando anzi un ruolo decisivo nella sua costruzione negli anni in cui è stata Segretario di Stato (2009-2013).  Ma considera insufficiente l’azione del governo americano in Siria. Sanders è più defilato sulla politica estera: sostiene una posizione di dialogo e apertura senza avventurarsi sui singoli scacchieri. 
Ma l’esame dei singoli dossier non deve farci perdere di vista il significato profondo in questo passaggio di consegne. Obama si è presentato all’America e al mondo con il più ambizioso dei programmi: incidere sulla lunga durata della storia contemporanea, cambiare il paradigma politico e culturale degli Stati Uniti. Il presidente non si è accontentato di cercare, pragmaticamente, le soluzioni più realistiche, anche di breve periodo. Ha provato, invece, a trasformare radicalmente il Paese. A convincere gli americani che la copertura sanitaria è un diritto universale e non un’opzione negoziabile tra le assicurazioni; che lo Stato ha il dovere di intervenire con tutte le risorse  quando l’economia cade in recessione; che la sicurezza dei cittadini deve imporre un limite all’autodifesa armata; che gli Stati Uniti non possono regolare i conflitti nel mondo semplicemente con l’uso della forza; che il dialogo è possibile, e anzi è necessario, soprattutto con i vecchi e nuovi avversari, Cuba, Russia, Iran. Questo non è un pacchetto di misure che si possa aggiustare o integrare. Questa è una visione politico e culturale del mondo che obbliga i candidati democratici a scegliere su quale livello vogliono posizionarsi per far fronte all’offensiva dei repubblicani. Donald Trump, soprattutto, è l’avversario che impersona meglio l’anti-obamismo. Il miliardario newyorkese ha preso il paradigma di Obama e lo ha smontato pezzo per pezzo, deformandolo con la tecnica della caricatura. Il dialogo diventa buonismo. Il ritiro delle forze armate dall’Afghanistan e dall’Iraq, debolezza. I ragionamenti sofisticati sui diritti, inutile perdita di tempo. E così via.
Questa è la taglia, la natura della sfida che Hillary Clinton, soprattutto, avrà di fronte. Il cambio di paradigma non ha avuto il successo sperato nel 2008.  Probabilmente la dottrina Obama non fa più presa nell’America profonda, stando almeno a quello che segnalano i sondaggi. Ma non è facile liberare lo spazio per un altro modello in campo democratico, poiché il presidente resterà «all’offensiva» e quindi occuperà molto spazio politico. E dall’altra parte la campagna di Trump e anche di Ted Cruz, all’insegna della «semplificazione» e della demolizione sistematica dell’eredità obamiana, giusta o sbagliata che sia, toglie altri margini di manovra.
Bernie Sanders ha reagito gettandosi su temi poco battuti o solo sfiorati da Obama: le critiche alla tecno-finanza, gli squilibri nelle retribuzioni. Hillary Clinton oscilla cercando di tenere insieme tutte le spinte sociali e di non farsi oscurare da Obama. È ancora favorita per la vittoria finale, ma per evitare sorprese sta lavorando proprio per rafforzare l’idea di rappresentare una prospettiva nuova e originale per il Paese, chiamando come testimonial d’eccezione il marito Bill Clinton. Un’altra personalità ingombrante, però.

 

Giuseppe Sarcina, corrispondente dagli USA per il Corriere della Sera

 

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