Martedì, 23 Febbraio 2016 00:30

La guerra degli Usa allo Stato Islamico in Libia, via Sicilia

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I droni Usa dall’Italia alla Libia

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha confermato che l’Italia concede ai droni armati degli Stati Uniti di decollare dalla base di Sigonella, in Sicilia, per missioni

in Libia.

Secondo il Wall Street Journal, che ha rivelato ieri l’intesa tra Italia e Usa, Roma ha posto una condizione, onde evitare di essere collegata alle operazioni offensive contro lo Stato Islamico: i droni possono essere usati solo a scopo difensivo, per proteggere le truppe speciali statunitensi impiegate in Libia.

La notizia di un ruolo italiano in un conflitto che tutti dicono di voler scongiurare ma che appare più vicino (malgrado i contorni ancora oscuri dell’eventuale operazione bellica) arriva a poche ore dal nuovo voto del parlamento di Tobruk sul governo di unità nazionale.

Ci scrive Mattia Toaldo:

La richiesta americana e la concessione italiana dell’utilizzo della base di Sigonella per l’utilizzo di droni da impiegare in Libia non devono sorprendere.

Almeno dallo scorso anno gli Usa stanno conducendo una guerra informale ad al Qaida e Daesh nel paese nordafricano. Venerdí scorso hanno colpito una base dell’Is a Sabratha, a novembre avevano ucciso il leader dell’organizzazione a Derna e a giugno scorso avevano colpito ad Ajdabiya cercando di uccidere il leader jihadista Mokhtar Belmokhtar. La presenza di truppe speciali americane sul terreno è stata confermata a livello ufficiale mentre si susseguono nell’area di Sirte i raid da parte di aerei non identificati.

Non è improbabile che altri paesi facciano parte di questa guerra informale: la Francia, la Gran Bretagna e forse anche l’Italia. La discussione è ora se gli Usa decideranno di salire di un gradino e trasformare la Libia nel terzo fronte della guerra allo Stato Islamico, dopo Siria e Iraq.

L’Italia si culla nel suo molto teorico “ruolo guida” nel caso ci sia un processo di pace che porti all’installazione di un governo di unità nazionale a Tripoli, per cui ci sarebbe una grande missione di addestramento. Ma per ora questa è un’ipotesi di pura scuola; due mesi dopo la firma degli accordi di pace in Marocco, queste tappe sembrano molto lontane all’orizzonte.

Della possibile prossima guerra di Libia ha scritto Dario Fabbri per TvSvizzera:

I laici esponenti del precedente regime si sono riciclati nell’internazionale jihadista, ma al momento rappresentano soltanto una delle bande armate che agiscono in Libia. Nemmeno la più temibile.

Eppure minacciano la mezzaluna petrolifera, il bacino in cui si concentra il 70% del greggio locale e in cui operano le multinazionali del settore. Sicché le potenze occidentali attenderebbero la formazione del nuovo governo proprio per colpire le istallazioni dello Stato Islamico.

Secondo indiscrezioni, il piano prevedrebbe bombardamenti aerei effettuati principalmente da francesi e britannici, con gli americani in funzione di supporto e impegnati a realizzare blitz “chirurgici” contro esponenti illustri del califfato. Esattamente come nel 2011, l’Italia sarebbe invece obbligata ad intervenire per difendere i suoi interessi in loco, principalmente insidiati dall’azione alleata, mentre preferirebbe limitarsi ad addestrare le future Forze armate libiche. Al governo Renzi spetterebbe poi di inviare sul terreno il grosso del contingente.

Un’azione che, anziché pacificare ciò che resta della Libia e mettere al sicuro i giacimenti petroliferi, rischia di accrescere ulteriormente la violenza e, specie con l’arrivo della primavera, determinare un aumento netto degli sbarchi di profughi sulle coste europee. Soprattutto, pensata propagandisticamente per impedire ai jihadisti di stabilizzarsi sul Mediterraneo, la nuova campagna maghrebina potrebbe rafforzare proprio lo Stato Islamico, pronto a ergersi a paladino della cultura locale contro i “crociati”.

Per approfondire:
Libia, un capitale energetico bloccato, carta di L. Canali
Per sconfiggere lo Stato Islamico, combattiamolo in Libia, di M.R. Me
Quelli che dovrebbero essere i leader della coalizione contro il “califfo” non sono ancora stati capaci di definire obiettivi e strumenti condivisi contro di lui. Un vittorioso intervento anti-jihadista sulla Quarta Sponda avrebbe un significato più che simbolico.


Le orecchie dell’Nsa su Roma

Fra 2007 e 2011, il governo Berlusconi è stato sottoposto a un battente spionaggio da parte della National Security Agency (Nsa) degli Stati Uniti e da un suo ramo operativo, lo Special Collection Service (Scs). Al pari di Giappone e Germania, dunque, anche l’esecutivo italiano è stato oggetto di un’attenta attività di sorveglianza, come rivelano gli ultimi documenti pubblicati da WikiLeaks.

Mette per noi la notizia nel contesto Luca Mainoldi:

Lo Special Collection Service (Scs) è per l’intelligence elettronica americana una specie di Mission Impossible Force, la misteriosa componente dello spionaggio Usa per la quale lavorano gli agenti dei telefilm e dei film della serie Mission Impossible.

Nata nel 1978 su impulso del Congresso, che in una sorta di spending review ha costretto la Cia e l’Nsa a unificare le attività di spionaggio elettronico clandestine condotte dalle ambasciate all’estero, lo Scs è diretto alternativamente da un funzionario della Cia e da uno dell’Nsa.

Dispone non solo di sistemi di intercettazioni sui tetti delle ambasciate e delle sedi consolari nei paesi di maggiore interesse per gli Usa, ma anche di “impianti” (fisici o malware) collocati clandestinamente nelle infrastrutture delle comunicazioni degli Stati spiati.

Nelle nuove rivelazioni si fa riferimento non solo a intercettazioni di telefoni fissi e cellulari ma pure a metodi “non convenzionali”. Ciò fa supporre l’uso del cyberspionaggio e/o l’impiego di microfoni installati nelle sedi governative o nelle abitazioni dei leader presi di mira.

Si può anche supporre l’attivazione in remote dei microfoni dei cellulari delle persone presenti a incontri riservati, se quest’ultime non hanno rispettato le ovvie precauzioni di staccare la batteria ai loro apparecchi.

Una nota infine sulle nuove rivelazioni di WikiLeaks che non sembrano provenire dal cosiddetto “archivio Snowden”. L’organizzazione fondata da Assange sembra continuare ad aver accesso a dossier riservati provenienti dalle diverse articolazioni dell’amministrazione americana, anche se nel caso in esame si riferiscono a un periodo che va dal 2007 al 2011 e non sono dunque recentissimi.

Rimane sempre il dubbio (relativo) che la tempistica di rivelazioni di questo tipo sia funzionale a qualche agenda politica, magari proprio statunitense.

Per approfondire:
A che servono i servizi, il numero di Limes sullo spionaggio
Mai senza gli americani, di Mazarinus
A oltre vent’anni dal crollo dell’Urss, l’intelligence italiana resta condizionata dalla logica della guerra fredda. Il ruolo di Roma nella «war on terror». La profilatura di massa dei Five Eyes. Perché Cossiga consigliò a Berlusconi di farsi proteggere da un servizio estero.


Non è per sempre: Evo Morales in Bolivia

Ci scrive per noi Raffaele Nocera:

Anche se non sono noti i risultati definitivi, si può già affermare che il referendum costituzionale convocato da Evo Morales per chiedere al popolo boliviano di consentirgli di ripresentarsi, per la quarta volta, alle elezioni presidenziali del 2019 (e in caso di vittoria rimanere al potere sino al 2025) rappresenti una battuta d’arresto per il presidente.

Con l’80% circa dei voti scrutinati, il No è in testa. Sembra difficile ipotizzare un esito favorevole al governo sia per lo scarto, quasi 10 punti percentuali, sia perché gli exit poll hanno già indicato la vittoria del variegato fronte che si oppone alla continuazione del potere dell’attuale capo di Stato.

Gli ottimi risultati delle politiche sociali e una crescita economica che secondo la Cepal quest’anno si attesterà al 4,5%, non sono dunque bastati a Morales. La maggioranza dei boliviani non gli concede un’ulteriore chance; perplessità emergono anche in parte del suo elettorato. Dovrà quindi accontentarsi dei 4 anni che lo separano dalla fine dell’attuale mandato per continuare sulla strada delle riforme.

La modifica della costituzione per consentire la rielezione del presidente della Repubblica è una prassi consolidata in America Latina, ma non sembra sorridere ai leader della cosiddetta sinistra radicale latinoamericana.

Dopo l’uscita di scena di Hugo Chávez – peraltro sconfitto in un analogo referendum nel 2007 – e la crisi del governo Maduro, la fine del kirchnerismo e l’annuncio di Rafael Correa di non ripresentarsi alle elezioni del 2017, Morales sembra sempre più isolato.

Per approfondire:

Nuove geometrie in America Latina, carta di L. Canali
L’America Latina volta pagina, di M. Giro
Dopo un decennio di crescita economica e conquiste sociali, il calo del prezzo delle materie prime ha portato la recessione e qualche sconfitta elettorale nel blocco progressista e bolivariano della regione. I liberali ora non devono sprecare l’opportunità.


In Siria si vota!

Bashar al-Asad ha fissato per il 13 aprile la data per le elezioni parlamentari. L’annuncio arriva dopo che Usa e Russia si sono accordati su una tregua che avrà inizio alla mezzanotte del 27 febbraio, ma che non riguarderà organizzazioni terroriste come Stato Islamico e al-Nusra. Insomma, la farsa continua su tutti i fronti.

Per approfondire:
Il piano Onu per la Siria è fantascienza, di L. Trombetta
Futuro di Asad, controllo dell’apparato di repressione, nomine della costituente, Stato Islamico: il progetto delle Nazioni Unite sostenuto da Usa e Russia non scioglie i nodi del conflitto, ne rimanda la discussione. Nel 2016, a meno di clamorosi eventi, le violenze proseguiranno a ritmi serrati, interrotte da periodici e limitati momenti di tregua.


L’Arabia Saudita riprocessa gli sciiti

Riyad processerà 32 cittadini, tra cui 30 sciiti, con l’accusa di spiare a favore dell’Iran. La comunità sciita locale – concentrata nella Provincia Orientale ricca di petrolio – finisce spesso nel bersaglio delle autorità centrali con l’accusa di essere una quinta colonna di Teheran. Se ne è avuta dimostrazione a inizio gennaio, con l’esecuzione del religioso Nimr al-Nimr, che ha scatenato una crisi diplomatica tra le due rive del Golfo Persico/Arabico.

Commenta Lorenzo Declich:

Fra le potenze regionali mediorientali che in questi anni hanno alzato la testa a suon di guerre per procura e trame politico-economiche – determinando in ampia parte il disastro siriano – l’Arabia Saudita sembra essere ultimamente quella in maggiore difficoltà. Dopo l’accordo fra Stati Uniti e Iran sul nucleare, a Riyad gli americani hanno dato carta bianca in Yemen. Qui i sauditi – e a farne le spese sono tutti gli yemeniti – dimostrano, giorno dopo giorno, di non sapere come vincere o almeno perdere onorevolmente la partita. Forse non avendo avuto ben chiaro fin dall’inizio cosa andassero a fare in quel paese.
In Siria, dopo la decapitazione del Jaysh al-Islam e con l’incedere della battaglia di Aleppo, gli strateghi del Regno rischiano di non avere più referenti sul terreno e si distinguono per un sempre maggiore disimpegno, delegando alla Turchia l’onere di aiutare quella parte dei ribelli – ormai quasi in rotta – che da questi due paesi ha ricevuto maggiore supporto.
Mentre le ambizioni regionali si sgretolano o si stemperano, aumenta il tasso di paranoia in relazione agli affari interni. Questa nuova ondata repressiva nei confronti degli sciiti sauditi, di certo in molti casi collegati con i correligionari iraniani ma non per questo cospiranti, non fa che dimostrarlo.
Il segnale non è positivo. Non solo genera ulteriore risentimento nella comunità sciita nazionale, ma indica un nuovo livello di allarme nelle stanze dei bottoni. Non importa se davvero gli accusati siano colpevoli o meno: è indicativo l’innalzamento del grado di irrazionalità nelle scelte dei decisori a Riyad.

Per approfondire:

Sunniti e sciiti nello scontro Iran-Arabia Saudita, carta di L. Canali
Gli altri sauditi, di T. Matthiesen
Com’è nata e come funziona la discriminazione degli sciiti in Arabia Saudita. L’estremismo del clero wahhabita e la paura dell’ingerenza iraniana. Soffocando le rivendicazioni politiche si apre la porta al settarismo. L’impossibilità di trovare un’identità nazionale inclusiva.


Anniversari geopolitici del 23 febbraio

1836 – Texas: inizia la Battaglia di Alamo

1903 – Cuba cede Guantánamo agli Usa

1917 – In Russia, la Rivoluzione di Febbraio arriva a San Pietroburgo

1934 – Leopoldo III viene incoronato re del Belgio

1981 – In Spagna, Antonio Tejero tenta il colpo di Stato

2014 – Il presidente dell’Ucraina Janukovič fugge in Russia.


Hanno collaborato Lorenzo Noto e Luciano Pollichieni.

Carta di Laura Canali animata da Marco Terzoni.

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