Lunedì, 22 Febbraio 2016 15:46

Brexit, sì o no? Lo scontro politico

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Il negoziato fra Londra e l’Europa ha partorito un accordo che ciascuna della parti in causa potrà enfatizzare e strumentalizzare a suo modo. Downing Street avrà lo spazio per rivendicare, come

ha già fatto, che l’Unione è stata costretta a ridiscutere e reinterpretare alcuni suoi principi fondanti in materia di sovranità nazionale, governance economica, mercato e welfare. Berlino, Parigi, Roma e Bruxelles si sentiranno legittimate a ribadire che il castello europeo resta intatto, solido e immodificabile.

Ma quel che conta, aldilà delle analisi possibili sui documenti conclusivi coi loro linguaggi difficili, è capire bene che cosa accadrà ora e qual è la posta in gioco col prossimo referendum su Brexit. Ricorrendo a un’immagine semplice, la situazione è questa: il cerino era e rimane acceso, resta da vedere in mano a chi.

Certamente la “pace” di Bruxelles, dopo il tira e molla fra Londra e la Ue, ha depotenziato in parte le spinte “secessioniste” e ha tolto agli isolazionisti la voce nonché il peso politico del leader conservatore. Non è poco.

Il futuro è però incerto, essendo affidato agli umori dell’elettorato che si esprimerà il 23 giugno. Alcuni sondaggi rivelano che il fronte anti europeista è avanti. Altri li smentiscono. Ma non è che i rilevamenti vadano presi per oro colato. Primo perché nelle ultime occasioni (le elezioni generali del 2015) hanno fallito clamorosamente ogni previsione. Secondo perché gli incerti sono tantissimi e i frettolosi allarmi di oggi si possono ribaltare in fretta. La verità è che i britannici sono molto nazionalisti e l’Europa per loro è quasi un fastidio. Ciò non toglie che la ragione, la convenienza e la congiuntura li portino ad abbracciare il “mostro”, l’Europa, come il minore dei mali possibili, senza entusiasmo, semmai compilando la scheda con un pensiero e una domanda semplici che suonano così: se il ciclo economico britannico è in timida ripresa, se lo è all’interno di una traballante cornice europea, per quale motivo spezzarlo e provocare uno choc dagli esiti imprevedibili?

I numeri reali, non i sondaggi, suggeriscono che i “sì” dovrebbero prevalere. La banale somma dei voti presi dai partiti favorevoli all’Europa (laburisti, liberaldemocratici, indipendentisti scozzesi e verdi) più i conservatori dichiaratamente fuori dal coro antieuropeista rappresentano sulla carta un serbatoio importante. Il “no” è affidato al 13 per cento dello Ukip di Nigel Farage, ai tory “irriducibili” (coi sei membri del governo e il sindaco di Londra che spingono per lo strappo) e a qualche laburista del dissenso: a spanne, non basta per la Brexit.

Ma si sa, la matematica della vigilia, in politica e nell’urna, rischia di contare come il due di briscola: nulla. La sorpresa è possibile, specie con un’Europa debole e litigiosa. Quel che sposterà gli equilibri è ciò che potremmo chiamare “fattore C”, ovvero il fattore Cameron, la chiave di volta per convincere gli indecisi.

Concluso il negoziato comincia un’altra delicata partita. Forse la più delicata per Downing Street. Il premier britannico ha ondeggiato molto in questi mesi, passando da toni ultimativi e di rottura a più moderate considerazioni. Ha inseguito gli esasperati populismi e ha dato corda ai risentimenti antieuropei. Per poi frenare. Gli si possono contestare un deficit strategico e, parallelamente, una forte indulgenza ai tatticismi irritanti. Due facce della stessa medaglia. Ma va compreso.

Per sentimento e per il suo percorso politico, David Cameron è un euroscettico ma è pure un uomo pragmatico. E alla fine ha imboccato la strada più sensata, che la Banca d’Inghilterra, i colossi del credito, l’industria, gli Stati Uniti e la cancelliera Merkel (una sponda fondamentale) hanno invocato e gli hanno suggerito. Sarebbe stato assai strano se si fosse chiamato fuori da simili richiami alla realpolitik.

In ogni caso, David Cameron si è dimostrato coraggioso. Aveva promesso il referendum e mantiene la parola. Gli spetta adesso il compito più difficile, ovvero spiegare ai britannici che l’accordo è positivo e che Londra ha intascato ciò che chiedeva. Per come si era spinto in là, non sarà una campagna referendaria in discesa.

David Cameron rappresenta alla perfezione quella fascia intermedia di elettorato ambiguamente e amleticamente ai confini fra la Brexit sì e la Brexit no. Riponendo nel cassetto le strumentali suggestioni di addio all’Europa, ha compiuto una scelta di campo: ha diviso il suo partito e ha gettato sul tavolo il futuro della sua leadership. Cameron è l’unico in grado di trascinare il conservatore medio, non entusiasta dell’Europa ma neppure animato da spirito antagonista, verso l’esito affermativo del quesito referendario. Il fattore “C” è determinante. Se non lo sarà, se vincerà il no, allora per Cameron si aprirà la via del declino e del pensionamento anticipato rispetto alla scadenza naturale del 2020. Nessuno, fra i conservatori, sarà disposto a perdonarlo e comincerà la battaglia per la successione col suo “rivale” Boris Johnson, reclutato dallo schieramento Brexit, in prima fila.

Cameron si ritrova col cerino acceso in mano. O vince l’Europa e vince pure Cameron. Oppure quel cerino si trasformerà nel rogo dello stesso Cameron.

Fabio Cavalera, Corriere della Sera

 

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