Lunedì, 22 Febbraio 2016 15:45

Ucraina: le manovre post-Maidan

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L’assestamento post-Maidan dell’Ucraina diventa sempre più complicato non solo per l’economia al collasso, ma anche e soprattutto per il riaffiorare della crisi politico-istituzionale nel paese. Se la situazione di cessate-il-fuoco nel

Donbass sembra avviarsi verso una sostanziale stabilizzazione – nonostante il prolungamento della missione internazionale dell’Osce nei territori fino al marzo 2017 –, a preoccupare è infatti lo stallo politico, economico e istituzionale che rischia nuovamente di paralizzare l’Ucraina e nella quale non mancano i colpi di scena. In una Verkhovna Rada, il parlamento monocamerale nazionale, dove su 450 seggi 28 scranni non sono assegnati perché relativi alla Crimea e ai territori orientali in mano ai cosiddetti separatisti filo-russi, sono avvenuti episodi piuttosto singolari condizionati dalle frizioni tra il primo ministro Arsenyj Yatsenyuk e il presidente Petro Poroshenko.

Già da qualche tempo i sondaggi segnalavano una crescente insoddisfazione popolare nei confronti della coalizione di governo composta da Solidarietà (partito del presidente), Fronte popolare (di Arsenyj Yatsenyuk), Patria (di Yulia Tymoshenko) e Samopomich (Andriy Sadovyi) e insediatasi dopo gli eventi del Maidan del febbraio 2014.  In particolare, la popolarità del governo e del premier, così come quella del presidente, è calata vertiginosamente, proprio a causa della difficoltà dell’esecutivo di dare risposte adeguate alla profonda recessione e di porre fine alle violenze nelle regioni orientali. A rendere la situazione ancora più instabile si sono aggiunte le recenti dimissioni del ministro dell’Economia, Aivaras Abramavičius, che hanno toccato un tasto particolarmente dolente della politica ucraina, quello della corruzione. Con questo gesto, il ministro ha voluto lanciare un segnale di protesta e di distanza nei confronti della classe politica ucraina, dipinta, spesso, come un “burattino” nelle mani degli oligarchi che intralciano il cammino verso le riforme. 

Assecondando una prassi tipica della politica ucraina, il presidente Poroshenko ha cercato di far ricadere le colpe sul primo ministro e ne ha chieste le dimissioni. “La terapia non è più sufficiente” – aveva dichiarato il presidente – “serve la chirurgia”. Tuttavia, ciò che è accaduto al parlamento ucraino ha tutta l’aria di essere un bluff orchestrato ad arte.

Nella giornata del 16 febbraio, la Verhovna Rada ha giudicato insufficiente il report annuale presentato dal governo, esprimendosi con una maggioranza di 247 voti (compresi 120 voti dal Blocco Poroshenko) contro l’esecutivo. Tuttavia, solo pochi minuti più tardi, al momento del voto di fiducia su Yatsenyuk, il risultato è stato completamente diverso da quello che ci si sarebbe potuti aspettare alla luce, appunto, della votazione precedente. Solo 194 deputati si sono pronunciati a favore della mozione di sfiducia, 36 in meno rispetto al quorum necessario (che è rimasto lo stesso, nonostante i 28 seggi non assegnati relativi alla Crimea e alle zone orientali). Con grande stupore di Patria e Samopomich, compatti nel votare la sfiducia, sono stati 22 i voti mancanti a far cadere il governo. Solidarietà e Fronte popolare rispetto alla prima votazione hanno di fatto impedito l’approvazione della mozione e di conseguenza lo scioglimento del consiglio dei ministri. Questo risultato singolare è stato attribuito alle pressioni esercitate sui deputati dagli oligarchi del calibro di Ruslan Demchak, Hlib Zahoriy, Boris Kozyr, Andriy Pavelko, Oleksandr Tretiakov, Zigmund Lozhin, considerati molto vicini a Poroshenko, ma che sorprendentemente si sono tirati indietro proprio in occasione di una votazione fondamentale. Nemmeno il Blocco di opposizione (molti deputati sono usciti dall’aula) si è dimostrato compatto, al pari dei radicali di Oleh Lyashko, che avevano lasciato la coalizione di governo pochi mesi prima.

La realtà è che il crollo del governo è l’ultima cosa di cui l’Ucraina ha bisogno in questo momento e Poroshenko lo sa bene. Un semplice rimpasto di governo non sarebbe sufficiente a tranquillizzare i cittadini, riunitisi in centinaia davanti al parlamento in occasione del voto di sfiducia. La conseguenza più probabile sarebbe il ricorso a elezioni anticipate e, stante il calo della popolarità del presidente, una vittoria del suo partito non sarebbe per niente scontata. In questo momento la priorità è non perdere il sostegno internazionale e la stabilità politica è un fattore decisivo. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha stanziato 17,5 miliardi di dollari su quattro anni e finora l’Ucraina ne ha ricevuti 6,7; il versamento previsto per ottobre, però, è stato dilazionato a causa della lentezza delle riforme, giudicate ancora insufficienti dall’Fmi.

Ciononostante lo stesso giorno della mancata sfiducia, l’Ucraina ha approvato un disegno legge per le privatizzazioni che abolisce la vendita obbligatoria attraverso lo scambio di pacchetti azionari del 5-10% tra le imprese prima dell’avvio del processo in questione. Il disegno di legge vieta inoltre a persone fisiche e giuridiche del “paese aggressore” di partecipare nella privatizzazione, permette al governo di coinvolgere consulenti di privatizzazione e consente di risolvere le controversie concernenti gli oggetti della privatizzazione presso la Corte internazionale di arbitrato. Il problema è che molte imprese che saranno privatizzate valgono poco e nulla e ci vorrà ben altro per risollevare il paese.

Sicuramente questo genere di episodi non depone a favore della credibilità interna e internazionale dell’Ucraina. Pertanto, la strada si presenta ancora lunga e vi sarà bisogno di un’intensa collaborazione tra il presidente e il governo per superare tale impasse.

Giovanna De Maio, PhD candidate Università degli Studi di Napoli L'Orientale.

 

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