Lunedì, 22 Febbraio 2016 14:42

Con Macri, l’Argentina cambia obiettivi e narrazione

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Con la vittoria di Mauricio Macri alle elezioni presidenziali tenutesi in Argentina il 15 ottobre e il 22 novembre 2015 è finita una stagione di governo (quella dei Kirchner, prima Néstor poi sua moglie

Cristina Fernández) durata 12 anni ed è emersa la tensione strutturale tra due modelli politici ed economici contrapposti.

L’attuale presidente proviene da una famiglia di industriali di origine italiana che in Argentina furono rappresentanti degli interessi della Fiat e che ha accresciuto le proprie ricchezze durante la dittatura militare. In pochi anni acquisirono il controllo della filiale Fiat argentina in forte perdita, investirono nel settore delle costruzioni, in quello delle pulizie e degli armamenti (in particolare di elicotteri).


Pro (Propuesta republicana), il cui leader è Mauricio Macri, nasce come alleanza elettorale nel 2005, e nel 2007 ottiene la guida della città autonoma di Buenos Aires. Può contare sull’appoggio di settori del partito radicale e di diverse tendenze della destra economica e politica nazionale.


Si fa portavoce dell’idea che l’Argentina nell’ultimo decennio abbia perso una grossa opportunitàabbandonando le politiche di liberalizzazione, apertura commerciale e associazione con il sistema finanziario internazionale e che per questi motivi non siano stati attratti sufficienti investimenti esteri. Considera che l’intervento statale sui settori più produttivi per sostenere un’industria inefficiente e una spesa pubblica eccessiva abbiano impedito lo sviluppo dell’economia nazionale. Questi concetti sono stati ribaditi nelle prime interviste rilasciate alla stampa nazionale ed estera e in occasione del World Economic Forum di Davos di gennaio.


Macri ha rassicurato la finanza internazionale sull’affidabilità e sul cambio di rotta di Buenos Aires rispetto alle due precedenti gestioni di governo. Un’ulteriore conferma si ricava dall’accelerazione impressa nella lunga vertenza relativa ai tango bond, con il nuovo governo argentino favorevole ad accogliere le istanze dei creditori internazionali. Tuttavia, il presidente dovrà fare i conti con un’economia in forte affanno: secondo le stime fornite dalla Cepal a dicembre l’Argentina dovrebbe crescere quest’anno di appena lo 0,8%.


Il programma economico del Pro si basa sui seguenti capisaldi:

  1. Eliminazione di ogni tipo di intervento statale, che scoraggerebbe gli investimenti e la crescita. In particolare, ciò significa abolire le limitazioni che il governo imponeva alla Banca Centrale nello stabilire i tassi di interesse e liberalizzare il mercato dei cambi; ed eliminare il controllo sul commercio estero. Ad esempio, sono state eliminate le dichiarazioni giurate sulle importazioni.
  2. Abbandonare ogni politica di controllo dei prezzi e, in prospettiva, sciogliere gli accordi salariali (“paritarias salariales”) faticosamente ottenuti dai governi kirchneristi. Liberalizzazione del mercato cambiario, e unificazione del prezzo del dollaro d’accordo alla domanda e all’offerta del mercato.
  3. Ridurre la pressione tributaria sul capitale ed eliminare le ritenute sulle esportazioni agricole – misura realizzata per decreto il giorno stesso del giuramento di Macri da presidente.
  4. Programma anti-inflazione sostenuto da obiettivi diretti dalla Banca Centrale e austerity monetaria accompagnata da una riduzione della spesa pubblica. Riduzione significativa dei sussidi ai servizi pubblici (ad esempio luce e gas) e corrispondente aumento delle tariffe per i contribuenti.
  5. Apertura ai trattati di libero comercio e ripresa dei negoziati per l’Alca, fortemente osteggiati da Cristina Fernández. In politica internazionale, rafforzamento dei rapporti con Stati Uniti e Unione Europea e allentamento di quelli con i governi “popolari”, come si evince dal proposito manifestato già in campagna elettorale di chiedere l’estromissione del Venezuela dal Mercosur.

Macri e il Pro intendono allineare l’Argentina a paesi come Colombia, Perù e Cile (che negli ultimi anni hanno registrato stabilità economica, inflazione contenuta e crescita del pil), i cui governi, sebbene di vario colore politico, sono considerati illuminati e moderati e seguono, con sfumature diverse, indirizzi economici e lavorativi di stampo liberista.


Le prime misure adottate dal neoeletto presidente non lasciano dubbi sulla categoricità del ritorno – una sorta di déjà-vu – a un modello neoliberista, sull’affermazione di politiche favorevoli alle lobby legate ai grandi latifondi e alle esportazioni agrarie, sulla tempistica da seguire al fine di voltare pagina rispetto al passato recente.


Per porre in atto rapidamente le riforme strutturali più importanti ma anche perché non può contare sulla maggioranza in parlamento, dal giorno del suo insediamento Macri ha utilizzato lo strumento del decreto di necessità e urgenza (Dnu, previsto dalla Costituzione per garantire governabilità in momenti eccezionali) e ha liquidato gli assi principali della politica di chi lo ha preceduto. Il quadro normativo in merito alle riforme finora affrontate è di fatto tornato alla situazione degli anni Novanta, quando al governo c’era Carlos Menem.


Tra gli atti più importanti: l’abolizione delle ritenute sulle esportazioni agrarie, l’abrogazione della legge antitrust, la soppressione delle restrizioni fiscali sull’acquisto di dollari e delle restrizioni sulle importazioni, la riduzione del budget dell’istruzione pubblica (dal 6,7% al 3% del bilancio dello Stato) e la disarticolazione del ministero dell’Economia. Questo è stato scorporato in tre dicasteri: Economia e Finanza, Produzione e Commercio estero, Energia e Trasporti. L’obiettivo è evitare che un superministro abbia potere decisionale sulla pubblica amministrazione.


Il nuovo governo ha quindi istituito il ministero dell’Energia, in concomitanza con la dichiarazione dello stato di emergenza energetica e della soppressione dei sussidi che lo Stato pagava sulla somministrazione di luce e gas. Infine ha nominato, sempre per decreto, due giudici della Corte Suprema, infischiandone della prassi seguita dal ritorno alla democrazia secondo la quale i membri di quest’organismo vengono selezionati previamente dal Senato.


Foriere di polemiche sono state anche le prese di posizione di alcuni esponenti del nuovo establishment in merito agli anni bui della dittatura e alla violazione dei diritti umani, e la decisione di Macri di non ricevere le Madres e le Abuelas de Plaza de Mayo per discutere le iniziative a favore dei parenti dei desaparecidos, contravvenendo a una prassi introdotta nel 1983 in occasione dell’insediamento del primo presidente democratico.


Meno simbolica, ma altrettanto discutibile, risulta la dissoluzione per decreto di necessità e urgenza dell’ente regolatore della legge sulla comunicazione audiovisuale (Afca), l’intervento plateale della polizia per rimuovere dalla sua funzione il presidente Martín Sabbatella e il licenziamento (sempre ad opera della polizia) del noto giornalista Víctor Hugo Morales di Radio Continental.


Poche ma rilevanti misure che gettano luce sull’entità della transizione in atto in Argentina a pochi mesi dal voto e dall’insediamento, sulla discontinuità rispetto all’agenda dei Kirchner e sulla “radicalità” che caratterizzeranno l’azione del governo Macri. Misure che consentono altresì di analizzare la vera posta in gioco nei prossimi quattro anni, in un intreccio tra interessi nazionali e regionali, e di ridefinizione di equilibri geopolitici ed economici.


Il modello kirchnerista nasce dall’uscita dalla convertibilità nel 2002, in base alla quale il peso argentino era equiparato stabilmente al dollaro, e si iscrive in un contesto internazionale piuttosto favorevole per il “boom” dei prezzi delle commodities. L’azione di governo è stata variabile ma ha conservato alcuni pilastri.


In primo luogo, una politica di relativa protezione del mercato interno e dell’industria nazionale, realizzata attraverso un tipo di cambio elevato e il controllo delle importazioni. Ciò ha consentito di sostenere le piccole e medie imprese a danno dei colossi industriali del settore primario legato alle esportazioni.


In secondo luogo, la politica cambiaria è stata coordinata al progressivo aumento delle trattenute agricole, proporzionali all’aumento dei prezzi internazionali, nazionalizzando una parte della rendita agraria e cercando di rendere i prezzi locali indipendenti da questi movimenti.


In terzo luogo, i governi kirchneristi hanno adottato una politica fiscale e monetaria espansiva, che ha permesso di stimolare la crescita economica in modo significativo e di migliorare le condizioni di vita delle fasce più deboli della popolazione. Insieme al ristabilimento degli accordi salariali e ad altre politiche sociali, ciò ha permesso un recupero dei salari che a sua volta ha favorito la ripresa dei consumi ed è stata una delle leve di inclusione sociale.


Secondo stime indipendenti, pubblicate recentemente dalla rivista Fortune, grazie alla politica keinesiana degli esecutivi di Néstor e Cristina dal 2003 al 2013 la povertà si è ridotta del 70%, e quella estrema dell’80%; mentre la disoccupazione, stando ai dati del Fondo Monetario Internazionale citati in questo articolo, è scesa dal 17,2% al 6,9%.


Tuttavia, non si può dire che gli obiettivi di perequazione siano stati raggiunti in misura apprezzabile nei dodici anni di governo K. Inoltre, dinanzi ai problemi di natura congiunturale, il peronismo in chiave kirchnerista ha adottato misure che non corrispondevano a un piano strategico di sviluppo, ma che sono state ugualmente di estrema rilevanza, e che rappresentano una chiave di lettura per fare un primo bilancio degli ultimi dodici anni di governo in Argentina.


Ad esempio, di fronte all’emergenza causata dalle restrizioni esterne (mancanza di dollari) si è deciso di adottare un severo controllo di cambi (famoso in Argentina come “ceppo cambiario”). Ciò ha consentito allo Stato di drenare capitali speculativi e mantenere le riserve in dollari con cui sostenere le politiche sociali e redistributive, ma al tempo stesso ha limitato drasticamente la possibilità dei privati di acquistare e risparmiare in dollari, provocando il malcontento di un vasto settore di piccoli risparmiatori.


È in questo contesto che occorre inserire le grandi nazionalizzazioni, tra cui spicca l’espropriazione statale dell’ente di idrocarburi Ypf, privatizzato dal menemismo, della compagnia aerea Aerolíneas Argentinas (spagnola, come Ypf dagli anni Novanta) e dell’ente previdenziale (Afjp), realizzate in un clima di discreto consenso popolare, e le misure protezioniste a favore delle piccole imprese e industrie locali.


Si è trattato di scelte di campo ben precise: nella misura in cui ha optato per un modello nazionale protezionista, l’Argentina ha scelto di minimizzare le relazioni di dipendenza con l’Unione Europea e gli Stati Uniti e di rafforzare invece i rapporti con i paesi della regione che hanno condiviso lo stesso orientamento o con i quali è stata più in sintonia sul piano politico-ideologico, come il Venezuela, o con altri attori extracontinentali, come la Cina che è diventata in questi anni di kirchnerismo al potere tra i più importanti partner economico-commerciali del paese.


L’Argentina ha aumentato considerevolmente gli scambi commerciali con il gigante asiatico, esportando principalmente materie prime e ricevendo non solo prodotti tessili e macchinari, ma anche aiuti e investimenti diretti.


Il rovescio della medaglia è stato un minore interesse per i meccanismi di cooperazione regionale come il Mercosur, organismo peraltro in una fase di stallo già da alcuni anni e di certo non per responsabilità solo di Buenos Aires. Sono infatti emerse tutte le contraddizioni di uno strumento che ha come principale, se non esclusivo, obiettivo l’integrazione economica e il cui livello di sovranazionalità è molto limitato; oltre alle tensioni tra i paesi membri, come nel caso della querelle tra la stessa Argentina e l’Uruguay a proposito delle cartiere.


A fronte di una maggiore intesa con i paesi del gruppo dell’Alba, l’Argentina è rimasta esclusa, non solo per evidenti ragioni geografiche, dai nuovi assetti geostrategici ed economici continentali e dai nuovi trattati commerciali bilaterali “regionalizzati” sempre più orientati verso l’Asia Pacifica (ad esempio Alianza del Pacífico e Tpp). Il rifiuto di una maggiore apertura al mercato internazionale non ha attratto gli investimenti esteri.


Un altro elemento fondamentale per comprendere l’epoca kirchnerista consiste nella natura dei negoziati per pagare il debito estero, dopo il default dichiarato nel dicembre 2001. Nel 2003 Néstor Kirchner assunse la guida di un paese costretto a saldare debiti strutturali contratti durante il decennio anteriore, in primo luogo con il Fondo Monetario Internazionale.


Buenos Aires scelse la strada dello scontro con l’Fmi – per una questione di dignità e rispetto della sovranità nazionale ma anche grazie alla ripresa economica e, quindi, alla capacità di saldare il debito – ottenendone la parziale rinegoziazione.


Di particolare rilevanza è risultata la relazione con il Venezuela, che dal 2003 è stato il principale importatore di prodotti argentini e ha fornito un considerevole aiuto comprando titoli di Stato per oltre 5 miliardi di dollari.


Nel 2008, durante il primo governo di Cristina Fernández de Kirchner, l’Argentina pagò 6,7 miliardi di dollari al Club di Parigi, attraverso le riserve dello Stato. Tuttavia, nel 2011, quando circa il 70% dei debiti strutturali era stato saldato, una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti reclamò un debito di 700 milioni di dollari da parte di un privato, Kenneth B. Dart, del gruppo industriale Dart Container.


Questa sentenza scatenò il susseguirsi di altri reclami, da parte dei cosiddetti “fondi avvoltoi”. Trattandosi di capitali privati, questi ultimi non sono soggetti ai negoziati tra Stati sovrani; grazie all’appoggio di giudici compiacenti, come quello federale statunitense Thomas Griesa, possono quindi mettere sotto scacco l’economia di uno Stato come quello argentino, recalcitrante a contrarre nuovi debiti con l’Fmi e con chi è in disaccordo con la sua politica estera (come Usa e Unione Europea).


In conclusione, i governi kirchneristi, pur permettendo il miglioramento delle condizioni di vita di una considerevole percentuale della popolazione argentina, non sono riusciti a ribaltare il processo di concentrazione e dipendenza dall’estero della propria economia. Non è stata modificata la matrice produttiva né ridotto il peso della “cupola” imprenditoriale sulla produzione e sulle esportazioni, così come delle grandi aziende dipendenti da capitali esteri.


I governi K non sono stati in grado di contrastare gli interessi delle grandi multinazionali del settore agrolimentare, dei grandi giacimenti di minerali e di altre materie prime; né, all’opposto, hanno ricercato un’intesa con questi stessi gruppi, operando una sintesi tra gli interessi del settore privato e di quello pubblico.


Nonostante gli sforzi, il peronismo in chiave kirchnerista non ha risolto i problemi strutturali del lavoro, in particolare di quello informale e precario, e creato un circolo virtuoso tra occupazione e produttività.


In estrema sintesi, non è stato raggiunto il “cambiamento strutturale” più volte promesso.


Si trattava di un obiettivo estremamente ambizioso, se non proprio utopico perché realizzabile solo nel quadro di una sfida globale al capitalismo del XXI secolo. Vero è che dal 2003 al 2011 venne riconquistata la fiducia del mondo degli affari, del ceto medio e di una parte delle classi popolari, e che gli indirizzi economici determinarono una crescita del pil superiore al 7,5% annuo, traguardo facilitato dal collasso in cui era caduta l’economia nel 2001-02. Tuttavia negli ultimi anni il quadro economico è peggiorato e l’inflazione aumentata, nonostante il governo abbia sempre fornito dati rassicuranti contestati da ogni parte.


A ciò occorre aggiungere che il peronismo kirchnerista ha perso il consenso dell’establishment e dei settori dominanti, di parte del suo elettorato e della sua classe dirigente. Esiste, infatti, un’opposizione interna, incarnata da ex ministri e funzionari dell’epoca del governo di Néstor Kirchner, che pur accettando le politiche keinesiane e redistributive ha criticato la “deviazione populista” di Cristina rispetto a suo marito.


Questa parte dell’establishment, che trova in Sergio Massa uno dei suoi principali esponenti, identificò nel 2008, quando Cristina sfidò i potentati della “Società Rurale” e impose un controllo fiscale sui grandi gruppi latifondisti agrari, il momento di rottura proponendo, in estrema sintesi, un ritorno a quella presunta “epoca d’oro” del periodo 2003-07. La candidatura di Daniel Scioli, personaggio poco o nulla rappresentativo dell’elettorato kirchnerista e accettata a malincuore da Cristina Fernández, è stata dovuta anche alla volontà del peronismo di destra di recuperare peso e prestigio.


L’esistenza di una frattura – reale o percepita – all’interno del peronismo kirchnerista è un aspetto centrale. Se Néstor e Cristina possono essere accomunati dall’impegno nel modificare gli aspetti di arcaicità, nel favorire processi di trasformazione, nell’aumentare e qualificare la spesa pubblica, nel rafforzare lo Stato e realizzare un progetto di credibilità istituzionale, il primo lo fece senza promuovere rotture drastiche né formulare programmi alternativi, tranquillizzando così ceti medi, imprenditori, investitori stranieri e organismi internazionali.


Probabilmente il “gradualismo” di Néstor è imputabile anche alla contingenza e al fatto di aver governato per un solo mandato. Fatto sta che i coniugi K sono stati percepiti in maniera differente dall’elettorato e da una parte della classe dirigente peronista; e che l’azione del governo di Cristina Fernández ha presentato tratti più marcatamente nazionalistici.


Gli autori:

Raffaele Nocera è professore di Storia dell’America Latina, Università di Napoli “L’Orientale” (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.). È autore di Chile y la guerra, 1933-1943, Santiago, Lom-Dibam, 2006; Stati Uniti e America Latina dal 1823 a oggi, Roma, Carocci, 2009; con Claudio Rolle Cruz (a cura di), Settantré. Cile e Italia, destini incrociati, Napoli, ThinkThanks, 2010; con Angelo Trento, America Latina, un secolo di storia. Dalla rivoluzione messicana a oggi, Roma, Carocci, 2013;Acuerdos y desacuerdos. La DC italiana y el PDC chileno, 1962-73, Santiago, Fondo de Cultura Económica, 2015.

Massimiliano Bozza (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.) ha lavorato come free lance in diverse Ong italiane in Argentina, Guatemala e Uruguay. In Argentina ha collaborato per molti anni con vari team accademici, sotto l’egida del Consiglio Federale degli Investimenti, per studiare le relazioni politiche ed economiche dell’Argentina con la Cina e determinare il processo decisionale, e realizzato una sistematizzazione degli strumenti di sostegno alle piccole e medie imprese esistenti a livello nazionale. Attualmente lavora in un Programma di Sviluppo Rurale nella provincia argentina del Chaco.

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