Domenica, 21 Febbraio 2016 17:40

Oltre la motivazione socio-economica, il fascino del Califfato tra le seconde generazioni in Europa

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* Il contributo è stato elaborato nell'ambito del progetto "Conoscere il meticciato. Governare il cambiamento" della Fondazione Oasis.


Nel mese di aprile 2015, le Nazioni Unite hanno stimato che

con l’escalation del conflitto siriano, l’afflusso totale di combattenti stranieri è aumentato da 700-1.400 a metà del 2012 a 22.000 nei primi mesi del 20151, di cui circa 4.000 dall’Europa occidentale. Gli europei che sono andati a combattere in Siria e Iraq, secondo gli esperti, sono quasi tutti musulmani che hanno pochi legami specifici con la Siria (famigliari o personali)2 o con i movimenti dell’islamismo politico tradizionale. Scarsa e lacunosa è, inoltre, la loro conoscenza dei conflitti in Medio Oriente. Nondimeno rilevante è la scoperta (o la riscoperta) della religione e dei conflitti religiosi all’interno del mondo musulmano e la loro rielaborazione sulla base di una percezione del tutto personale di un conflitto fondamentalmente confessionale dove i sunniti hanno bisogno di stare uniti al fine di arrestare l’avanzata del nemico (sciita).

Molteplici, quindi, sono i fattori che agiscono sull’adozione del messaggio dello Stato islamico (Is) fino a spingere giovani uomini e donne a partire per la Siria e l’Iraq per combattere o diventare mogli e madri di combattenti. La scelta di partire non ha spesso una sola causa o motivazione e non bastano i fattori sociali ed economici a spiegare un gesto così radicale, così come problemi psichici o “lavaggi del cervello”. In particolare, la mancata integrazione delle seconde e terze generazioni spiega solo una marginale parte del fenomeno, così come collegare i nuovi arrivi di musulmani in Europa all’afflusso dei terroristi o dei foreign fighters di ritorno, rischia di alimentare forme di discriminazione ed esclusione che possono portare allo sviluppo di identità reattive e sentimenti di odio e rivalsa contro l’Occidente.

Cosa spinge dunque la seconda (o terza) generazione (born-again/reborn Muslim) a lasciare tutto e ad andare a combattere per l’Is? Cosa cercano e/o cosa non trovano nelle società europee?

Oggi più che mai, la motivazione socio-economica, il divario tra nativi e immigrati in termini di occupazione e di istruzione e di discriminazione sul posto di lavoro non basta più: altri, forse più importanti, motivi stanno emergendo e dovrebbero essere discussi e considerati per efficaci programmi di de- e contro-radicalizzazione.

Secondo Farhad Khosrokhavar, infatti, al malessere sociale e identitario di molti giovani europei, il jihadismo ha proposto due invenzioni dalla portata straordinaria: «la figura del neo-martire, vale a dire una morte sacra che incarna una delirante ed estrema ricerca di se stessi e la neo-Umma, il riferimento a una comunità musulmana globale che non è mai esistita storicamente, ma che per questi ragazzi turbati e incerti assume i connotati di un accogliente rimedio alle loro inquietudini»3.

Ancora più importante, ciò che criticano delle società in cui vivono, infatti, non è solo la discriminazione e la deprivazione economica (se ne sono vittime), ma anche la perdita dei valori delle società occidentali (il ruolo delle donne, l’uso di droghe, alcol, i matrimoni gay…). Come Oliver Roy mette in evidenza4, le seconde generazioni hanno condiviso la cultura giovanile della loro generazione fino a quando hanno deciso di (ri)convertirsi alla religione dei loro padri, ma nella sua versione più radicale.

L’islam proclamato e vissuto dagli jihadisti è la strada giusta da seguire per essere un buon musulmano e lo Stato islamico è l’unico posto al mondo dove si può essere dei buoni musulmani. Il fascino e la forza del messaggio di Is rispetto a quella di altri gruppi fondamentalisti o dell’islam politico, o anche della stessa al-Qaida, infatti, è che, oggi, Is offre ai giovani che non riescono a trovare un loro posto nelle società occidentali, sia per ragioni socio-economiche sia per motivazioni legate ai valori e agli stili di vita, non solo una causa per cui combattere che li fa sentire parte della comunità dei credenti, ma anche un luogo fisico in cui possono essere cittadini a pieno titolo e veri musulmani.

Se alcuni sono effettivamente mossi da un disagio sociale ed economico, questo deve spingere ancora di più i diversi attori, istituzionali e non, a lavorare a livello locale e nazionale per un’effettiva inclusione, eguali opportunità e inserimento nel mercato del lavoro. Allo stesso tempo, per contrastare il fascino del messaggio “noi vs loro”, “nostri valori vs loro valori”, è importante anche presentare esempi di una riuscita inte(g)razione, modelli ed esempi di successo delle seconde e terze generazioni musulmane nei diversi paesi europei. In questo senso è importante lanciare messaggi positivi e propositivi utili a combattere la propaganda dell’Is, usando tutti i canali a disposizione, mass media, social network, ma anche scuole e altri luoghi di aggregazione. Ugualmente è importante non considerare il malessere di questi giovani come una rivolta nichilistica o una rivolta semplicemente “contro qualcosa”. È vero che è una rivolta contro il relativismo e contro la perdita di valori dell’Occidente, ma è una rivolta che domanda certezze e cerca qualcosa in cui credere, qualcosa per cui valga la pena vivere e morire, è una rivolta, espressione di una ricerca – malata – di senso che chiede un ribaltamento di valori o semplicemente chiede dei valori chiari, qualcosa che possa orientare e dare senso all’esistenza. 

Viviana Premazzi, junior researcher Forum Internazionale ed Europeo di ricerche sull'Immigrazione (FIERI), ricercatrice per la Fondazione Oasis nel progetto “Conoscere il meticciato. Governare il cambiamento”.




1. L’International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence (Icsr) ha pubblicato le stime nel mese di aprile e dicembre 2013, e dati aggiornati erano stati preparati per la risoluzione 2178 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel settembre 2014, dato che ICSR era consulente. Gli ultimi dati aggiornati sono stati pubblicati a inizio 2015. Secondo l’ICSR, i dati includono le stime per 50 paesi per cui erano disponibili dati e/o stime governative affidabili. Con l'eccezione di alcuni paesi del Medio Oriente, tutti i risultati si basano sui dati del secondo semestre del 2014 e si riferiscono al numero totale di persone che sono partite per la Siria e l’Iraq durante tutto il periodo del conflitto.

2. Diverso il caso della Libia dove molti combattenti avevano legami famigliari, come sottolinea Brian McQuinn, ricercatore all’Università di Oxford che ha svolto diverse ricerche sul campo a Misurata, in Libia.

3. Guido Caldiron,Il sociologo Khosrokhavar: giovani tra banlieue e radicalismo, «Il Manifesto», 22.11.2015.

4. Olivier Roy, Le djihadisme est une révolte générationnelle et nihiliste, «Le Monde», 24.11.2015.

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