Domenica, 21 Febbraio 2016 17:37

Guerra e tregua in Siria

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Guerra e tregua in Siria

Mentre lo Stato Islamico colpiva con una serie di attentati a Damasco e Homs (circa 130 vittime e un centinaio di feriti), i ministri degli Esteri russo e statunitense

Lavrov e Kerry gettavano le basi di un accordo preliminare per la cessazione delle ostilità in Siria. La tregua dovrebbe iniziare a mezzanotte del 27 febbraio e non riguarderà le operazioni contro l’Is, Jabhat al-Nusra e altre organizzazioni terroriste designate come tali dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. La Siria potrebbe essere inoltre il tema di una telefonata Putin-Obama nel corso della settimana.

Vedremo se il cessate il fuoco sarà in grado di sopportare la pressione dei divergenti interessi in ballo. Tra questi, oltre a Russia e Usa e ai combattenti sul campo, ci sono sicuramente 2 potenze straniere che hanno segnalato con un diverso grado di intensità di essere disposte a intervenire in Siria.

La prima è l’Arabia Saudita, che tuttavia deve far fronte all’opposizione di alcuni suoi generali, che in una lettera all’erede al trono Muhammad bin Nayef si dicono contrari ad aprire un altro fronte bellico dopo lo Yemen, visto “il fallimento delle forze di terra e la complessità dello scenario regionale”. Proprio in Yemen, l’intervento a guida saudita è in stallo e del caos approfitta al-Qa’ida, che ha occupato Ahwar, la terza città sul Golfo di Aden a cadere in mano jihadista dopo Mukalla e Zinjibar.

La seconda è la Turchia. Il presidente Erdoğan ha detto che il suo paese “ha tutto il diritto di condurre operazioni in Siria e nei luoghi dove sono annidate le organizzazioni terroristiche” che Ankara combatte.

Tuttavia, sono emersi dettagli contrari alla versione ufficiale dell’attentato di giovedì nella capitale turca che i vertici del governo cavalcano per giustificare il loro ardore: un gruppo curdo siriano non legato al Pkk ha rivendicato l’azione e l’esame del dna dell’attentatore, secondo il quotidiano Cumhuriyet, conferma che si tratta di un membro del Tak, non delle Ypg, come inizialmente affermava Ankara.

Daniele Santoro ha analizzato per noi le 3 ragioni per cui Erdoğan vuole intervenire in Siria:

La prima è che da quando la Russia e l’esercito siriano hanno intensificato le operazioni militari nell’area di Aleppo, le ondate di profughi verso il confine turco si sono moltiplicate. La Turchia, che già ospita 2,6 milioni di rifugiati, ha da tempo raggiunto il livello di saturazione.

La seconda ragione riguarda i curdi siriani. L’obiettivo di Erdoğan non è solo prevenire la nascita di un “Pkkstan” nel Nord della Siria, ma creare le condizioni per la ripresa del processo di pace, congelato dal presidente in primavera.

Per superare l’ostacolo del rafforzamento regionale del Pkk alla ripresa dei negoziati, Erdoğan deve sconfiggerlo in Siria, ormai il fronte principale della guerra all’organizzazione curda. Attaccare il Pkk in Siria, come la Turchia sta facendo dal 13 febbraio, senza prima chiudere il fronte interno è tuttavia molto rischioso.

La terza ragione, infine, è legata a quanto sta accadendo ad Aleppo, vero centro di gravità della Siria e reale posta in gioco della guerra mondiale in corso nel paese. Dalla prospettiva turca, la caduta di Aleppo nelle mani del regime di Asad si tradurrebbe in un collasso della sua influenza nella regione delimitata dalla linea Mosul-Homs, il cuore della profondità strategica neo-ottomana.

Per approfondire:

Ora o mai più: perché Erdogan vuole invadere la Siria, di D. Santoro
Il presidente della Turchia è pronto a un intervento militare diretto per fermare la triplice avanzata di al-Asad, curdi e profughi. L’Arabia Saudita è interessata ma vorrebbe il beneplacito degli Usa. Forze armate di Ankara contro Forze armate di Mosca nella battaglia per Damasco: può essere il preludio della terza guerra mondiale.
Il corridoio curdo fra Siria e Turchia, carta di L. Canali


Il fronte del Brexit

Neanche il tempo di ottenere l’agognato accordo di rinegoziazione dello status britannico nell’Ue e fissare per il 23 giugno la data per il referendum sul Brexit, che per David Cameron si è aperto il fronte interno del dibattito dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione.

Il primo ministro avrà contro il sindaco di Londra Boris Johnson, uno dei politici più amati e influenti del paese, che ha dichiarato che farà campagna a favore del Brexit.

Commenta per noi Arianna Giovannini:

David Cameron è tornato (quasi) vincitore dai negoziati di Bruxelles di venerdì scorso. Il primo ministro è riuscito a ottenere quello che ha definito un accordo che permette al Regno Unito di avere «il meglio dei due mondi».

Secondo la versione di Cameron, Londra continuerà a giocare un ruolo fondamentale in quelle dimensioni dell’Ue che contano per il paese, influenzando le decisioni economiche e mantenendo l’abilità di agire sul tema della sicurezza. Ma resterà fuori dagli ambiti Ue che non funzionano per il Regno Unito: l’Euro, i salvataggi finanziari e l’apertura dei confini.

Eppure la vera battaglia per il leader dei Conservatori si terrà in patria. È iniziata con l’annuncio del referendum sul Brexit, e si concluderà il 23 giugno col voto. Le sfide principali sono 3.

Primo, Cameron deve ora far fronte alle divisioni interne al proprio partito, che potrebbero compromettere sia la stabilità del governo sia il suo ruolo di primo ministro.

Secondo, il referendum riporta in primo piano le fratture territoriali e il dibattito sul futuro del Regno Unito. In particolare, ha riaperto la questione scozzese: Nicola Sturgeon ha infatti già annunciato che l’eventuale «Brexit» porterebbe a un secondo referendum sull’indipendenza in Scozia.

Terzo, l’elettorato resta diviso – e forse confuso – dalle ragioni pro e contro il Brexit. Fatica a comprenderne le implicazioni nella vita quotidiana. Il dibattito sta prendendo connotazioni di «alta politica», generando un senso di alienazione che alimenta pericolose posizioni populiste e reazionarie, soprattutto in Inghilterra.

Per approfondire:
Londra ballerà da sola?, di M. Gillies
Anche nella capitale ci si chiede se valga la pena restare nel Regno Unito. I londinesi si sentono la locomotiva di un paese che non li capisce, anzi prova a contenerne il successo. Una proposta per una città-Stato all’interno di una federazione di Gran Bretagna.
Yorkshire first! Londra riscopre la questione inglese, di A. Giovannini
Le concessioni promesse da Cameron agli scozzesi aprono il vaso di Pandora delle rivendicazioni territoriali nel resto del paese. Il governo cerca una formula per accontentare gli inglesi, unica nazione del Regno Unito senza assemblea elettiva.


La Repubblica Centrafricana ha un nuovo presidente

Ci scrive Antonella Napoli:

Faustin-Archange Touadéra è il nuovo presidente della Repubblica Centrafricana.
Succede a Catherine Samba Panza, alla guida del paese dal 2014 con un interim che si è concluso sabato scorso con l’annuncio dell’Autorità nazionale elettorale del successo di Touadéra al ballottaggio, con il 62,71% dei voti contro il 37,29% del rivale, Anicet-Georges Dologuélé.
Il neo-eletto, ultimo primo ministro del regime di François Bozizé rovesciato nel 2013, ha annunciato che “è arrivato il momento di rimboccarsi le maniche” per risollevare il paese, profondamente lacerato da 3 anni di guerra civile.
Nella sua prima dichiarazione pubblica Touadéra ha tenuto un profilo basso, nonostante la netta affermazione al ballottaggio contro l’altro ex premier Dologuelé. Non sarà facile ”collaborare” o quanto meno mantenere gli equilibri con le varie componenti politiche del paese alle quali il neo-presidente ha rivolto un appello per l’unità nazionale.
Dopo il golpe del 2013 e le successive violenze, la situazione si è ulteriormente aggravata da quando sono state disciolte le milizie Seleka, che avevano favorito la caduta di Bozizé, composte perlopiù da criminali comuni e mercenari provenienti da Ciad e Sudan, protagoniste di razzie ai danni della popolazione.
Il nuovo corso presidenziale non sembra destinato a interrompere l’escalation di violenze, stupri ed esecuzioni sommarie di cui si sono rese responsabili tutte le parti in conflitto.

Per approfondire:
Repubblica Centrafricana, anno zero, di M. Garofalo
Le elezioni presidenziali sono l’ultima chance di porre fine a una transizione segnata da violenza e vuoto istituzionale. La faida Seleka vs anti-Balaka. Le infiltrazioni esterne. Il ruolo di Parigi e la mediazione di Roma. Il successo del viaggio di papa Francesco.
Africa, il nostro futuro, il numero di Limes dedicato alle sfide del continente


Le primarie Usa senza più Jeb 

Prima defezione di peso nella corsa alla Casa Bianca. Mentre in campo democratico Clinton vince in Nevada, dopo il deludente risultato delle primarie repubblicane in South Carolina – vinte da Trump con il 32,5% dei voti su Rubio (22,5%) e Cruz (22,3%) – Jeb Bush sospende ufficialmente la campagna.

Dario Fabbri spiega a chi finiranno i pochi voti e i tanti fondi sinora appannaggio del figlio e fratello di un presidente:

Due le principali indicazioni emerse dalla consultazione repubblicana in South Carolina.

Da un lato la capacità di Donald Trump – oligarca al terzo matrimonio – di imporsi in uno Stato storicamente evangelico.

Dall’altro l’evidente volontà dell’establishment repubblicano di non rassegnarsi alla possibile vittoria dell’imprenditore newyorkese. Così va interpretata l’uscita di scena di Jeb Bush che, sebbene non sia stato in grado di conformarsi alla dialettica populista delle primarie, aveva i soldi per proseguire la corsa. Evidentemente i grandi finanziatori repubblicani intendono concentrarsi su un solo candidato nel tentativo di aggiudicarsi la nomination.

Il nome del prescelto è quello di Marco Rubio e proprio in queste ore i super donors della destra premono su Bush e Romney affinché sostengano il senatore della Florida e su John Kasich affinché rinunci alle ambizioni presidenziali.

Sul fronte democratico si è invece registrata la prevista vittoria in Nevada di Hillary Clinton, determinata soprattutto dal suo appeal nei confronti delle minoranze. Una maggiore trasversalità che le consente già di essere nettamente in testa rispetto a Sanders in termini di delegati (502 contro 70) e che dovrebbe condurla alla nomination.

Per approfondire:

Follow the money: la democrazia americana all’asta, di G. Collot
Nel 2010 una sentenza della Corte suprema ha legalizzato il sistema dei super pac se innescato un aumento vertiginoso del costo delle campagne elettorali. Ma tra oligarchi ambiziosi e partiti deboli emerge un dato: i soldi non bastano per vincere le elezioni.

Perché nelle presidenziali Usa nulla è come sembra, di D. Fabbri
Le primarie mettono in luce i fraintendimenti dell’Europa nel comprendere il sistema di potere americano. Più che la Casa Bianca teniamo d’occhio il Congresso e gli apparati.


Afghanistan, liberi tutti nell’Helmand

I taliban hanno occupato i distretti di Musa Qala e Nawzad nell’Helmand, lasciati scoperti dalle forze di sicurezza afghane. Si tratta della prima volta in cui il governo di Kabul ordina ai propri uomini di evacuare un’intera entità amministrativa.

Nonostante lo scarso significato strategico dei due distretti – fattore che ha determinato il richiamo delle truppe – gli insorti possono propagandare un’importante vittoria simbolica in una provincia che dalla scorsa estate ha conosciuto diversi attacchi e contrattacchi fra taliban e forze regolari. Soprattutto, il ritiro di Kabul segnala che lasciare terreno al nemico non è solo un’eventualità realistica, ma un fatto concreto.

Intanto, nell’ugualmente spinoso est del paese, le forze afghane, sostenute dal cielo dagli Usa, hanno sgominato una base dei simpatizzanti dello Stato Islamico.

Per approfondire:
L’offensiva talibana, carta di L. Canali
Afghanistan addio!, il numero di Limes del 2010


Intanto, nel mondo…

• Mancano ancora i risultati ufficiali del referendum sulla possibilità per il presidente della Bolivia Evo Morales di candidarsi per un quarto mandato.

•  Prima del test nucleare di gennaio, la Corea del Nord aveva proposto agli Stati Uniti di negoziare un trattato di pace che ponesse fine formalmente alla guerra del 1950-53.
• L’Arabia Saudita sospende 4 miliardi di dollari di aiuti militari al Libano.
• La Germania sta considerando se mandare truppe da addestramento in Tunisia.
• È morto l’ultimo sopravvissuto del campo di concentramento nazista di Treblinka.
• In Uganda, Museveni è rieletto per il quinto mandato.


Anniversari geopolitici del 22 febbraio

1512 – Muore Amerigo Vespucci

1732 – Nasce George Washington

1848 – Comincia la terza rivoluzione francese 

2014 – Il parlamento dell’Ucraina vota a favore della destituzione del capo di Stato Viktor Janukovyč.


Hanno collaborato Niccolò Locatelli, Lorenzo Noto e Luciano Pollichieni.

Carta di Laura Canali animata da Marco Terzoni.

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