Sabato, 20 Febbraio 2016 19:31

Il “lungo telegramma” di George Kennan

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di Giovanni Ciprotti

Sono passati settanta anni da quando, il 22 febbraio 1946, un giovane diplomatico americano dell’ambasciata Usa a Mosca inviò un telegramma di più di 8mila parole

al segretario di Stato Usa, James Byrnes.
Non era ancora scoppiata la Guerra fredda, un’espressione che sarebbe stata coniata l’anno successivo dal giornalista Walter Lippmann, e mancavano ancora un paio di settimane al discorso durante il quale Winston Churchill, ospite della università americana di Fulton, avrebbe parlato per la prima volta della “cortina di ferro”.
La Seconda guerra mondiale era finita da pochi mesi e le grandi potenze vincitrici erano concentrate sulle azioni da intraprendere per indirizzare l’assetto geopolitico post-bellico in maniera conforme al proprio interesse nazionale. Gli ultimi incontri tra i Grandi, a Jalta e a Potsdam, avevano lasciato insolute diverse questioni piuttosto spinose, tra le quali il riassetto territoriale ed istituzionale della Germania era forse la più importante.
La creazione delle Nazioni Unite, avvenuta l’anno precedente, aveva rappresentato un successo postumo per Roosevelt, ma non aveva scongiurato il pericolo che la politica mondiale potesse tornare ad essere governata mediante la prassi delle sfere di influenza.
La posta più alta, o quanto meno la più visibile, si giocava in Europa, dove l’avanzata delle forze alleate e sovietiche rispettivamente da ovest e da est verso la Germania nazista aveva avuto come risultato la spartizione del controllo dei diversi Paesi europei. Malgrado i principi ribaditi a Jalta da Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Sovietica, secondo i quali in ciascun Paese si sarebbero dovute svolgere, dopo la guerra, libere elezioni perché le popolazioni potessero scegliere liberamente di quali istituzioni dotarsi, la situazione reale in campo aveva in qualche misura portato ad una divisione dicotomica delle aree controllate dalle truppe occupanti: gli alleati a ovest della Germania, i sovietici a est.
La Germania e la sua capitale Berlino, dove le due armate erano giunte quasi contemporaneamente, erano state divise in quattro zone di occupazione: americana, francese, inglese e sovietica.
In questo contesto George Kennan spedì il suo telegramma contenente una valutazione della situazione politica in Unione Sovietica, spiegando le premesse alla base della politica estera di Mosca, cercando di immaginare su quali direttrici avrebbe potuto dispiegarsi l’azione di Stalin e suggerendo come Washington avrebbe potuto efficacemente fronteggiare le iniziative sovietiche.
La politica estera sovietica, per certi versi in continuità con quella dell’epoca zarista, era largamente originata dal “tradizionale ed istintivo senso di insicurezza russo” e dalla percezione del cosiddetto “accerchiamento capitalista”, condizione che sul lungo periodo non avrebbe consentito una coesistenza pacifica tra i due sistemi antagonisti.
L’interesse dell’Unione Sovietica era principalmente diretto verso aree prossime ai suoi confini, come nel caso dell’Europa centro-orientale o l’Iran, sia per assicurarsi una fascia di sicurezza formata da Paesi “amici” sia per avere la possibilità di insediare basi sovietiche. L’Iran era strategicamente utile non solo per la presenza di materie prime, ma anche per un possibile sbocco nel Golfo Persico. Per sottolineare quest’ultimo aspetto, Kennan ricorse ad un esempio (che sapeva essere non realistico a quel tempo): se la Spagna fosse caduta sotto il controllo comunista, l’URSS avrebbe potuto avanzare la pretesa di una base sovietica sullo stretto di Gibilterra.
Mutatis mutandis, lo scenario dipinto dal diplomatico americano non si discosta molto da quanto è accaduto negli ultimi venticinque anni con la diffusione delle basi Nato in molti paesi dell’ex blocco sovietico.
L’analisi di Kennan è stata giudicata dagli storici la base teorica della strategia del “contenimento” (“[Il potere sovietico] è Impermeabile alla logica della ragione ed è molto sensibile alla logica della forza. Per questo motivo si può facilmente ritirare – e di solito lo fa – quando incontra una forte resistenza in qualsiasi punto”) adottata dagli Stati Uniti nella prima fase della guerra fredda. Per la verità, i suggerimenti del padre del contenimento sono stati seguiti soltanto parzialmente ed in alcuni casi stravolti, tanto da indurre l’estensore del celebre telegramma a prendere le distanze dalla politica estera attuata dalla Casa Bianca.
Secondo Kennan il primo passo che gli americani avrebbero dovuto compiere era “quello di comprendere, e riconoscere per quello che è, la natura del movimento con cui abbiamo a che fare”.
La politica sovietica era certamente aggressiva, ma l’aggressività scaturiva dal senso di insicurezza e dalla consapevolezza dei leader sovietici delle debolezze del loro regime. Le iniziative di Mosca negli affari internazionali si sviluppavano su due piani: quello ufficiale, dove la preponderanza dell’industria pesante veniva giustificata sia dalle esigenze di sicurezza nazionale sia dalla volontà di proiettare verso l’esterno una immagine di potenza; quello non ufficiale, in cui le azioni all’estero di associazioni, sindacati, enti e organizzazioni infiltrate dai comunisti avevano come obiettivi principali quelli di indebolire l’unità delle nazioni occidentali, sfruttare il malcontento delle popolazioni per fomentare disordini sociali e, ove possibile, insurrezioni e condizionare l’operato dei governi occidentali perché risultasse favorevole, o quanto meno non sgradito, agli interessi sovietici.
Quella forza ostile doveva “essere affrontata con lo stesso rigore e attenzione di un importante problema strategico di guerra e, se necessario, con spese non inferiori nello sforzo di pianificazione”.
Ma uno dei punti centrali della riflessione di Kennan, che valeva quasi allo stesso modo per i cittadini americani come per quelli sovietici, riguardava la scarsa conoscenza reciproca che la popolazione di ciascun Paese aveva dell’altro: “sono convinto che oggi nel nostro paese ci sarebbe molta meno isteria antisovietica, se la realtà della situazione russa fosse meglio compresa dalla nostra gente. Non c’è niente di più pericoloso o terrificante come l’ignoto”.
Nel ragionamento del diplomatico americano c’è relativamente poco spazio per gli aspetti più specificamente militari, mentre vengono esaminate con estrema attenzione le questioni dogmatiche che informano il regime bolscevico, la centralità della propaganda nella lotta tra i due sistemi e il ruolo dei militanti e dei simpatizzanti comunisti nel mondo occidentale. Kennan, nelle sue conclusioni, lancia un appello perché l’America reagisca con rapidità e fermezza per far fronte alla minaccia proveniente dalla Unione Sovietica. Ma più che una chiamata alle armi, viene data importanza ai valori etici e morali della società occidentale, ed americana in particolare. Sembra quasi una anticipazione di quello che Joseph Nye, più di quarant’anni dopo, definirà come “soft power”.
A partire dal 1947 una serie di iniziative statunitensi e sovietiche, in moti casi in risposta – almeno ufficialmente – ad azioni provocatorie della controparte, davano il via alla corsa agli armamenti: USA e URSS avrebbero cercato di dotarsi di armi sempre più potenti e sofisticate, avrebbero interferito negli affari interni di Paesi alleati e non, agito per destituire governanti regolarmente eletti, organizzato colpi di stato, sabotato le economie di paesi riottosi, sostenuto regimi dittatoriali perché “il nemico del mio nemico è mio amico”.
La strategia del “containment” era stata rapidamente stravolta e la guerra fredda era velocemente entrata nella sua fase “militarizzata”. Dopo una breve parentesi a capo del Policy Planning Staff a Washington, Kennan nel 1949 lasciava il Dipartimento di Stato.
A poco valse il suo ammonimento a chiusura del telegramma: “il pericolo più grande che potremmo correre nel fronteggiare il problema del comunismo sovietico è se permetteremo a noi stessi di diventare come coloro che stiamo affrontando”.

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