Giovedì, 18 Febbraio 2016 20:45

Regeni: dubbi, depistaggi e accuse. L’unica cosa certa è l’autopsia

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di Vincenzo Mohammed Abbatantuono –

Una cosa è assolutamente certa: della morte di Giulio Regeni sapremo ben poco, a parte l’indiscutibile referto autoptico che certifica le torture subite dal ragazzo.
Giulio

Regeni fu fermato e portato via dalla polizia egiziana il 25 gennaio al Cairo, probabilmente scambiato per una spia “per via di alcuni contatti sul telefono di persone legate all’opposizione anti-governativa”. A scriverlo è il New York Times che cita, a sostegno della versione, tre funzionari della sicurezza egiziana coinvolti nelle indagini. Fin qui tutto bene, per dirla con uno dei protagonisti de “L’odio”, la versione dei fatti potrebbe soddisfare il lettore medio di gialli ambientati in qualche metropoli del Sud del mondo dove la democrazia è un lusso e i diritti umani per certi versi inconcepibili.
Qui ci troviamo appunto al Cairo, in Egitto, l’Italia è il primo partner commerciale europeo del Paese del Nilo, Abdel Fatah al-Sisi, generale golpista che rovesciò il governo dei Fratelli Musulmani poi letteralmente annientati dalla repressione, è un alleato fedele, con lui facciamo buoni affari e di lui abbiamo bisogno per capirci qualcosa in Libia, dove contiamo come il quattro di denari quando la briscola è a bastoni, malgrado tutto.
Fin qui ancora tutto bene.
Nei giorni in cui Giulio finisce nelle mani di chissà chi in Egitto c’è una delegazione italiana col compito di rinsaldare ulteriormente la nostra partnership commerciale e politica, nessuno sano di mente, italiano o egiziano, avrebbe fatto qualcosa per impedirlo, a meno di essere un nemico di al-Sisi o di Renzi ai quali in verità i nemici non mancano affatto. Ma al-Sisi non è un onesto bancario in politica ma un militare furbo e profondo conoscitore della macchina politica del suo Paese, uno che non ha bisogno di attenersi a qualche carta costituzionale per spazzare via la polvere fastidiosa, usa direttamente il caterpillar senza convenevoli di natura democratica così come è stato in grado di sgominare un governo tutto sommato regolarmente eletto dalla sera alla mattina, segregando in prigione o al cimitero migliaia di oppositori leali a Mohammed Morsi, pure lui e primo di tutti ingabbiato senza tante spiegazioni. Dubito che qualcuno potesse mettersi di traverso tra Italia ed Egitto senza essere prima intercettato.
Fin qui ancora tutto bene.
I funzionari della sicurezza egiziana citati dal New York Times hanno affermato che Regeni “è stato preso” da alcuni agenti il 25 gennaio, il giorno appunto della sua scomparsa. Una volta fermato, il ragazzo avrebbe reagito “bruscamente”, comportandosi “da duro”. Tutti e tre i funzionari, intervistati separatamente, hanno riferito che Regeni aveva sollevato sospetti a causa di contatti trovati sul suo telefono di persone vicine ai Fratelli Musulmani e al Movimento 6 Aprile. Chi ha fermato Regeni “ha pensato fosse una spia: chi viene in Egitto a studiare i sindacati?”, hanno aggiunto le fonti. Chi viene in Egitto a studiare i sindacati?
Mentre continuano ad ampio raggio le indagini sulla morte di Giulio Regeni, la famiglia del ricercatore friulano attraverso il proprio legale “smentisce categoricamente ed inequivocabilmente che Giulio sia stato un agente o un collaboratore di qualsiasi servizio segreto, italiano o straniero”. “Provare ad avvalorare l’ipotesi che Giulio Regeni fosse un uomo al servizio dell’intelligence – prosegue la famiglia – significa offendere la memoria di un giovane universitario che aveva fatto della ricerca sul campo una legittima ambizione di studio e di vita”.
Qui le cose non vanno più tanto bene.
Alla casalinga di Voghera intenta nella venerazione di Barbara D’Urso potremmo pure dare da bere questa versione e la casalinga di Voghera penserà che un agente dei servizi segreti, un agente come si conviene ad un agente, sarà pur stato assunto dalla sua agenzia, avrà pure un tesserino di riconoscimento, parteciperà alle parate dei suoi commilitoni, avrà un ufficio con tanto di targhetta, magari pure un autoveicolo con sigla SS, che sta per servizi segreti e via dicendo. Invece, fuor di facezia, sappiamo che non è così. Se Giulio fosse stato arruolato dai Servizi, italiani, inglesi o thailandesi, non lo sapremmo mai perché a nessuno conviene ammettere che esistano individui che collaborano con le Agenzie pur non essendo organici alle Agenzie stesse. Inutile chiederlo o chiederselo, è un esercizio onanistico destinato a rimanere tale. Esistono agenti e collaboratori, volgarmente definiti informatori, gli uni e gli altri obbligati all’anonimato più assoluto e tenuti a negare anche l’evidenza. Se questo è il caso, non lo sapremo mai. Intanto il think tank britannico, col quale aveva collaborato Giulio Regeni, fa sapere intanto nei giorni scorsi di non voler parlare in questo momento coi media italiani della vicenda. Fonti in contatto col centro studi hanno riferito che si respira un’aria di irritazione fra i responsabili dell’organizzazione, che negano di essere legati a qualunque agenzia di intelligence e lamentano inesattezze sulle ricostruzioni della loro attività. Il fatto è che il capo del suddetto think tank è un ex agente della Cia e dalla Cia, come sanno pure i bambini della scuola primaria, non si esce mai verticali, come si dice in gergo. Il signore di cui sopra sembra ancora perfettamente verticale. Ripetiamo, nessuna subagenzia in contatto con i Servizi ammetterebbe mai di esserlo. A volte viene il sospetto che a molti manchino i rudimenti fondamentali dello spionaggio, da James Bond a Carrie Mathison di Homeland la cui visione è vivamente consigliata a scanso di cantonate clamorose. Di Giulio basterebbe ricordare che era giovane, che sapeva di rischiare grosso, che era curioso, che lavorava a gratis per Il Manifesto, che è morto ammazzato in modo atroce e, soprattutto, che i suoi segreti, se ne avesse davvero avuti, deve per forza averli confessati sotto una tortura a cui solo pochi avrebbero resistito. Quello che però fa riflettere, più che le congetture da spystory senza possibilità di soluzione, è la rete di amicizie che il ragazzo aveva costruito in Italia e in Egitto che appare evidente nelle manifestazioni che si sono tenute in questi giorni e che hanno visto protagoniste alcune sigle quantomeno sospette dell’opposizione siriana ed egiziana in Italia. Mi permetto di segnalare che sono tutte o quasi riconducibili ai Fratelli Musulmani nelle sue declinazioni egiziana e palestinese con il sostegno di sedicenti onlus italiane vicine all’estrema sinistra, quella che sostiene per dire la “Rivoluzione siriana” scambiando Al Qaeda per i vietcong ( il caso più clamoroso è stato il tifo sfrenato del Pmli, Partito Marxista-Leninista italiano , per Daesh inteso come “organizzazione antimperialista). Basti guardare e ascoltare questo video su Youtube per rendersene conto. In altra sede approfondiremo la questione della solidarietà alla sedicente “rivoluzione siriana” assurta agli onori delle cronache con le due giovani “volontarie” italiane liberate, qualcuno sostiene non senza fondamento, con il pagamento di un cospicuo riscatto.
A parte tutto, resta il fatto che a furia di smentite questa storia si arricchisce di inquietanti punti interrogativi.
Ovviamente non basterà il nostro pool di investigatori a cavare il ragno dal buco, non sarà la magistratura egiziana a svelare l’arcano. Intanto perché noi che non sappiamo ancora chi depositò la bomba alla Banca dell’Agricoltura di Milano nel 1969 non siamo in grado di impartire ad altri lezioni di trasparenza e di conduzione immacolata dei servizi segreti, poi perché anche se il nostro Governo lo volesse nessuno di buon senso potrebbe assecondarlo. E’ morto un giovane brillante dall’avvenire luminoso, mettiamoci una pietra sopra, con tanti rimpianti.

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