Giovedì, 18 Febbraio 2016 14:00

Il Venezuela raschia il fondo del barile

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Il Venezuela è uno dei paesi esportatori colpiti più pesantemente dal basso prezzo del petrolio. Negli ultimi due anni il suo Pil ha subito una flessione del 14%. Per tentare di

correre ai ripari, il presidente Nicolás Maduro ha annunciato ieri l’ennesima svalutazione del bolivar, la moneta nazionale, e un sensibile aumento del costo dei carburanti del 6.000% allo scopo di affrontare meglio la crescente crisi economica.

Secondo molti analisti queste misure da sole non potranno migliorare la situazione e l’opposizione sta valutando l’opzione di indire un referendum per chiedere la rimozione di Maduro.

Come scrive, Carlo Cauti, giornalista esperto di America Latina, il crollo del greggio non è la causa principale del disastro economico venezuelano. È iniziato molto prima. Da circa quindici anni il paese registra i più alti tassi di inflazione delle Americhe a causa di una massiccia spesa pubblica, indispensabile per finanziare i programmi assistenziali e populisti di Hugo Chávez. Inoltre, quando il prezzo del petrolio ha raggiunto il suo picco storico nel luglio 2008, le entrate del governo – il 40% delle quali legate direttamente al greggio – erano già in declino. Tutto ciò è ricollegabile essenzialmente al crollo della produzione nazionale ed è stato aggravato dalle ingerenze governative per prendere il controllo della statale petrolifera Petróleos de Venezuela (Pdvsa), portando al licenziamento molti ingegneri e tecnici specializzati colpevoli di non appoggiare il regime.

E quando i dollari del petrolio non bastavano più per pagare le spese, il governo ha chiesto prestiti per 45 miliardi di dollari dalla Cina e non ha esitato a stampare tonnellate di banconote. Un trend, quindi, che ha lasciato il paese in una situazione insostenibile e con un’inflazione galoppante.

Per cercare di arginare il problema, che colpiva soprattutto le classi meno abbienti, suo principale bacino elettorale, – continua Cauti – Chávez ha scelto la formula preferita dei regimi latino-americani: il congelamento dei prezzi. Una decisione che, ovviamente, ha portato ad una scarsità di beni sul mercato, soprattutto quelli di largo consumo, arrivando ai limiti del grottesco con la “carestia di carta igienica” nei supermercati. Quest’anno il Venezuela ha dovuto addirittura importare combustibile dagli Usa – ennesimo paradosso per un paese membro dell’Opec – e con la scarsità di beni sono inevitabilmente arrivati mercato nero, contrabbando e corruzione, peggiorando i già elevati livelli di violenza urbana – Caracas è ufficialmente la città più pericolosa al mondo – e portando, infine, i venezuelani all’esasperazione.

Per meglio comprendere la dimensione del problema basti pensare che nel 2005 il Venezuela aveva il Pil pro-capite più alto in America Latina. Nel 2014 è passato al quinto posto, dietro Cile, Cuba, Uruguay e Panama.

Si tratta del risultato naturale di un modello di interventismo e controllo statale dell’economia, solo amplificato dal recente andamento del prezzo del greggio. In un paese in difficoltà ciò avrebbe portato ad un mutamento di rotta nelle politiche economiche, una ricerca di appoggi internazionali per finanziare un piano di rilancio e i sussidi necessari per mantenere la stabilità sociale, insieme ad una strategia di recupero della fiducia degli investitori. Cosa che invece non è accaduta in Venezuela.

Nel suo discorso all’Assemblea nazionale dello scorso 15 gennaio, il presidente Maduro ha accusato il settore privato di portare avanti una “guerra economica contro il governo” e ha decretato lo “stato di emergenza economica”. Una formula presente nella Costituzione cucita su misura per il regime nel 2009, che si traduce in un sostanziale aumento dei poteri dell’esecutivo e la sospensione di garanzie economiche. Solo che l’Assemblea del 2016 non è più l’assise amica che accoglieva tutti i discorsi del presidente, e ha promesso battaglia. Nelle elezioni di dicembre, infatti, per la prima volta in 17 anni le opposizioni hanno battuto il Partido Socialista Unido de Venezuela (Psuv), conquistando addirittura i 2/3 della camera. Un risultato oltre le aspettative che permette di convocare un referendum sulla permanenza del presidente o di stabilire una Costituente.

Per cercare di mantenere il controllo sulla macchina statale, Maduro ha dato inizio ad una Blitzkrieg istituzionale e preventiva, con una serie di misure anti-democratiche atte a sterilizzare il risultato elettorale. Un chiaro segnale, rileva Cauti, che mostra come il governo venezuelano non voglia dialogare con le opposizioni e punti al confronto duro.

Il primo passo è stata la decisione della Corte suprema di impugnare le elezioni di tre parlamentari dell’opposizione, cercando di picconare l’ampia maggioranza nell’Assemblea. Decisione che sembrerebbe lecita se non fosse che 13 dei 32 magistrati della Corte sono stati sostituiti da Maduro poco prima delle elezioni, in modo da rafforzare il controllo dell’esecutivo sul giudiziario. Dall’altro lato, il governo ha creato un parlamento parallelo, non eletto e composto solo da chavisti, per svuotare i poteri dell’Assemblea nazionale. E, poco prima della fine del mandato, il precedente congresso ha approvato un bilancio che favorisce gli alleati del governo e una serie di misure che bloccano i licenziamenti dei dipendenti di aziende statali, arrivando a delegare una serie di poteri del legislativo all’esecutivo.

Conclude quindi Cauti, il Venezuela sta vivendo un grave conflitto istituzionale che si somma ad una profonda crisi economica, rischiando di portare il paese al collasso. Heinz Dieterich, ideologo del “socialismo del XXI secolo”, prevedeva che il 2016 sarebbe stato l’anno della battaglia finale tra il governo di Caracas e l’opposizione al regime. Apparentemente, l’ora della verità si sta avvicinando nel conturbato scenario politico venezuelano.

 

 

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1 commento

  • Link al commento Dol33larGypeQV Domenica, 13 Agosto 2017 01:11 inviato da Dol33larGypeQV

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