Giovedì, 18 Febbraio 2016 12:57

Il viaggio di Obama a Cuba sarà storico, ma non risolutivo

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Obama a Cuba

Per la prima volta dal viaggio di Coolidge nel 1928, un presidente statunitense volerà a Cuba. La visita di Obama sull’isola retta dal regime comunista dei

fratelli Castro (che da oltre un anno, complice le disgrazie dell’alleato sussidiante Venezuela, stanno perseguendo il riavvicinamento agli Usa) è prevista per il 21-22 marzo.

Commenta per noi Dario Fabbri:

La prossima visita di Obama a Cuba avrà un rilevante valore simbolico ed elettorale, ma non determinerà la normalizzazione dei rapporti bilaterali.

Pensato per abbandonare un ormai anacronistico residuo della guerra fredda e inserire Cuba nel sistema produttivo statunitense, il disgelo potrà compiersi soltanto con la volontà del Congresso, l’unica istituzione deputata ad annullare l’embargo.

L’impegno del presidente, come la riapertura delle ambasciate e il ristabilimento dei voli commerciali, rappresenta un passo significativo sulla via della distensione, ma per sancire la normalizzazione è necessario l’intervento del parlamento Usa, tuttora ostile nei confronti di L’Avana.

Si tratterà comunque di una visita storica, parte dell’eredità politica di Obama, che potrebbe influenzare anche le prossime elezioni presidenziali. Giacché la Florida, Stato cruciale in ogni campagna elettorale, ha una cospicua popolazione di origine cubana e i più giovani sono favorevoli all’apertura nei confronti dell’’isola.

La mossa di Obama potrebbe dunque favorire Hillary Clinton e danneggiare i repubblicani Marco Rubio e Ted Cruz, di origine cubana ma contrari a ogni dialogo con il regime castrista.

Per approfondire:
Nuove geometrie in America Latina, carta di L. Canali
Il discorso di Raúl Castro del 2014 sulla ripresa delle relazioni con gli Usa
Perché nelle primarie Usa nulla è come sembra, di D. Fabbri


Il terrore in Turchia

Un’autobomba guidata da un kamikaze ad Ankara ha colpito, a poca distanza dal parlamento, 3 mezzi militari, uccidendo 28 persone e ferendone 65. Stamattina un attacco contro un mezzo militare turco a Diyarbakır ha provocato 7 morti.

Nella notte, la Turchia ha bombardato postazioni del Pkk in Iraq. Secondo Ankara, infatti, i responsabili sono le milizie curde siriane Ypg (che smentiscono). Non è però così semplice attribuire la paternità dell’attentato, come ha scritto per noi Daniele Santoro:

Al momento è impossibile valutare se le accuse del governo turco contro le Ypg corrispondano al vero. In ogni caso, anche se l’attentato fosse opera delle milizie curdo-siriane, difficilmente queste ultime lo rivendicherebbero.

Finora sono state capaci di guadagnarsi l’appoggio militare degli americani (e dei russi) e il sostegno dei media occidentali. Rivendicare un’azione terroristica come quella di Ankara sarebbe chiaramente un clamoroso errore mediatico.

Il cerchio del terrore, dunque, si stringe introno alla Turchia. Proprio mentre Ankara valuta la possibilità di realizzare un intervento militare in Siria volto a eliminare le 2 principali minacce alla propria sicurezza: il Pkk/Pyd e l’Is.

Già questa mattina Davutoğlu ha chiesto a gran voce agli “alleati” di tagliare i ponti con i terroristi curdi. Per la Turchia, è diventato se possibile ancor più vitale recidere il legame perverso tra gli Stati Uniti, ai quali il primo ministro turco ha fatto un chiaro riferimento, e il Pkk/Pyd.

Per approfondire:
Il terrore torna in Turchia, di D. Santoro
Il corridoio curdo tra Siria e Turchia, carta di L. Canali


Brexit e migranti: si apre il vertice Ue

Sul tavolo di Bruxelles, dove oggi e domani si riuniscono i leader dell’Unione Europea, figurano due dossier problematici.

Da una parte, la gestione dei rifugiati, con le pressioni provenienti dai membri orientali che vorrebbero sigillare i confini di Macedonia e Bulgaria con la Grecia. Dall’altra, il dibattito per scongiurare l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione (il cosiddetto Brexit), con il premier britannico Cameron alla disperata ricerca di un accordo che gli permetta di dire ai suoi connazionali di aver cambiato i trattati, come promesso.

Alcuni documenti riservati pubblicati dal Guardian mostrano le reticenze di diversi paesi membri nell’avallare le richieste di Cameron. La Francia, per esempio, storce il naso sulle agevolazioni finanziarie per la City, mentre i paesi di Visegrád (Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca) puntano i piedi su alcune restrizioni del welfare.

Per approfondire:
Vota Brexit e perdi il posto a tavola, di D. Schade e J. Bartholomeusz
Lasciando l’Ue, il Regno Unito non smetterebbe di essere influenzato dalla legislazione europea che tanto aborrisce. I potenziali contraccolpi nel continente. L’alternativa meno indesiderabile al caos è continuare a far parte del dibattito.


Apple contro Fbi

Il colosso della Silicon Valley si rifiuta di fornire alla polizia federale un modo per aggirare più facilmente la sicurezza degli iPhone. Il dibattito ruota attorno alla sfida tra le esigenze della sicurezza (in questo caso penetrare il telefono di uno degli attentatori di San Bernardino) e la volontà dell’azienda di Cupertino di difendere la sua reputazione nei confronti dei clienti.

Commenta per noi Luca Mainoldi:

Lo scontro tra Apple e l’Fbi sull’accesso all’iPhone di uno dei terroristi di San Bernardino è la diretta conseguenza delle rivelazioni di Edward Snowden sulle intrusioni dell’intelligence statunitense nei sistemi informatici mondiali.

Di fronte ai sospetti di collusione con l’Nsa, le principali aziende informatiche americane (Google, Apple, Facebook e Amazon, altri vi aggiungono Microsoft, da cui l’acronimo Gafam) hanno messo a punto delle procedure per garantire ai loro clienti che non verranno più spiati dal Grande Fratello a stelle e strisce.

È il caso del sistema operativo iOS 9, utilizzato da Syed Farook, uno degli autori della strage di San Bernardino, che dispone di una chiave di cifratura in possesso del solo proprietario (in questo caso Farook, che però è deceduto). In aggiunta, l’utilizzatore può attivare una seconda opzione di sicurezza che fa in modo che al decimo tentativo fallito di sbloccare il telefono, la sua memoria venga cancellata. In questo modo si evita che qualcuno possa sbloccare il dispositivo ricorrendo alla forza bruta.

La giustizia americana, su input dell’Fbi, ha chiesto ad Apple di mettere a punto un programma per aggirare queste protezioni solo per il cellulare di Farook, ma l’amministratore delegato della società di Cupertino, Tim Cook, si è rifiutato affermando che una volta messa a punto una procedura di questo tipo, anche tutti gli altri iPhone sarebbero a rischio di accessi non consentiti dai loro proprietari.

Non è nuovo lo scontro tra il diritto alla privacy, la tutela degli interessi commerciali delle aziende e le esigenze delle forze dell’ordine di avere accesso ai sistemi telematici usati da criminali e terroristi. Già negli anni Novanta negli Usa vi erano state forti polemiche per il Clipper chip: un chip crittografico sviluppato dall’Nsa che avrebbe dovuto essere installato in telefoni e computer, la cui chiave di cifratura però sarebbe stata detenuta anche dal governo americano.

L’arrivo di “Internet of things” non farà altro che creare nuove possibilità ad hacker privati e di Stato per spiare la vita dei cittadini o recare loro danni non solo economici (si pensi ai pacemaker o agli automezzi connessi…). La questione della crittografia e della sicurezza dei dati personali ha quindi implicazioni sociali, economiche, politiche e strategiche di prima importanza.

Per approfondire:
Silenzio, l’America ti ascolta, di L. Mainoldi
Dopo il Datagate di Snowden, lo spionaggio informatico statunitense è più esteso e penetrante che mai. Le agenzie coinvolte. Le tecniche di intercettazione. L’ambiguo rapporto con i colossi privati. La competizione con la Cina per il dominio degli standard.
L’oro nero dei dati, di F. Vitali
Alleanze e scontri tra le intelligence per la conquista dei big data. Dallo spionaggio dei leader alla profilatura di massa come metodo predittivo. Il ruolo delle società di telecomunicazioni. Senza un controllo democratico, si avvera la profezia di Orwell.


Intanto, nel mondo…

• Le Forze armate del Kenya dichiarano di aver ucciso il capo dell’intelligence di al-Shabaab e una decina di terroristi in un attacco aereo in Somalia. Al-Shabaab però smentisce.
• L’Uganda al voto: alle elezioni presidenziali dovrebbe vincere (in maniera controversa) Museveni, al potere da 30 anni.
• Gli Usa pianificano di spendere 50 milioni di dollari nei prossimi 2 anni in aiuti militari all’Asia Centrale, in particolare in un programma di antiterrorismo per il Tagikistan.


Anniversari geopolitici del 18 febbraio

1542 – Muore Martin Lutero

1861 – Jefferson Davis viene eletto presidente degli Stati confederati

1943 – I nazisti arrestano i mebri del gruppo di resistenza Rosa Bianca

1952 – Grecia e Turchia entrano nella Nato

1965 – Il Gambia diventa indipendente

1984 – Firma dell’accordo di Villa Madama tra Repubblica italiana e Città del Vaticano

2006 – A Gaza, si insedia il parlamento a maggioranza di Hamas


Hanno collaborato Lorenzo Noto e Luciano Pollichieni.

Carta di Laura Canali animata da Francesca La Barbera.

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1 commento

  • Link al commento ArlenemomIQ Sabato, 22 Luglio 2017 21:32 inviato da ArlenemomIQ

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