Martedì, 16 Febbraio 2016 20:15

Libia: i nodi politici e la minaccia di ISIS a cinque anni dalla Rivoluzione

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Ricorre oggi il quinto anniversario della Rivoluzione che nel 2011 portò alla caduta di Muhammar Gheddafi dopo 42 anni di regime in Libia. Il paese nordafricano appare sempre più dilaniato dalle

lotte per il potere politico e per il controllo del territorio. Oltre due anni di negoziazioni, accordi e proposte di nuovi esecutivi non sono ancora riusciti a riportare la stabilità in Libia mentre cresce la presenza di ISIS nel paese.

 

Dall’accordo Onu alla proposta del 15 febbraio: quale governo per la Libia?

Per porre fine ad una situazione di anarchia e all’esistenza di due parlamenti e due governi nel paese, il 9 ottobre 2015 l’inviato speciale delle Nazioni Unite, il diplomatico spagnolo Bernardino Léon, aveva annunciato la formazione di un primo governo di unità nazionale dopo un anno di difficili negoziati tra le fazioni del paese nordafricano. Tuttavia l’accordo non si era concretizzato e il 17 dicembre, nella cittadina marocchina di Skhirat e sotto l’egida dell’ONU e del nuovo inviato Martin Kobler, i rappresentanti di alcune fazioni hanno firmato un nuovo "Accordo Politico Libico" che prevede un governo di unità nazionale e la condivisione del potere tra il parlamento di Tobruk, espressione delle elezioni del giugno 2014, e quello di Tripoli, re-instaurato nel settembre dello stesso anno. L'accordo è stato ufficialmente adottato con la risoluzione Onu 2259, approvata il 23 dicembre 2015. La risoluzione obbliga gli stati membri a relazionarsi solo con il governo di unità nazionale scaturito dal processo di Skhirat mentre, al contempo, stabilisce che la comunità internazionale possa intervenire militarmente contro IS solamente dopo "richiesta del governo libico". Faiez Serraj, è stato incaricato di guidare il governo co-adiuvato da un Consiglio Presidenziale di 9 membri che non opera in Libia - perché la capitale Tripoli, conquistata nell'estate del 2014, è ancora sotto il controllo del General National Congress - ma da un albergo di Tunisi. Serraj ha presentato il proprio esecutivo, composto di 34 membri, il 19 gennaio 2016. Questa proposta è stata però rigettata dal parlamento di Tobruk con la motivazione che fosse un esecutivo troppo numeroso. Serraj si è quindi preso ulteriore tempo per ridefinire l’esecutivo arrivando alla nuova proposta presentata il 15 febbraio con 18 nomi (13 ministri e 5 segretari di Stato, fra cui 3 donne).

 

L’incognita Haftar: protagonista, eminenza grigia o sabotatore?

In realtà il nodo politico principale è relativo all’esclusione del gen. Khalifa Haftar (o di un suo diretto rappresentante) dalla lista dei ministri e il relativo controllo delle formazioni militari. Ciò aveva spinto il parlamento di Tobruk (in realtà fortemente condizionato da Haftar) a rigettare la prima proposta. La coperta appare corta: o Haftar viene incluso con il concreto rischio di perdere le forze militari e politiche di Tripoli e Misurata che appoggiano il processo politico, oppure Haftar rischia di rimanere un attore “spoiler” boicottando di fatto il nuovo governo. Stando al documento ad oggi disponibile, dal confronto fra la lista da 32 ministri del governo di unità nazionale libico bocciata dal parlamento di Tobruk il mese scorso e quella con 18 nomi varata la notte scorsa, non vi sarebbe nessun cambiamento per Difesa e Interno e sarebbe quindi confermata l’esclusione di Haftar.  Mahdi al-Barghathi, appartenente a “operazione Dignità” e alle forze legate alla Cirenaica e al governo di Tobruk ma rivale di Haftar, è confermato alla Difesa. Il tentativo di Serraj (e di Kobler) pare quello di far guadagnare al nuovo governo il supporto di Tobruk e delle milizie afferenti  bypassando la leadership di Haftar. In tal senso sarà interessante verificare la posizione dell’Egitto, da sempre il maggior sostenitore del generale. Ora si aspetta l’approvazione del parlamento di Tobruk, tuttavia  la decisione di due dei nove membri del Consiglio Presidenziale (vicini ad Haftar), che non hanno siglato neppure questo ultimo compromesso, non appare di buon auspicio.

 

La presenza dell’ISIS nel paese tra ex gheddafiani, volontari libici e miliziani stranieri

Fonti affidabili reputano che ci siano complessivamente tra 3.500 e 5000 miliziani che operano in Libia (l’ONU a fine novembre dichiarava circa 3000-3500; gli USA a gennaio 5000). Esistono in particolare due gruppi pro-ISIS in Libia. A Sirte e a Derna.

Sirte. Il contesto dell’ascesa di Isis a Sirte appare per certi versi simile a quello che ha inizialmente favorito l’IS in Iraq, ossia l’esclusione di parte della popolazione da un processo di partecipazione politica. Non appare un caso che Sirte sia la città natale di Muammar Gheddafi e territorio di presenza della tribù Qaddafa. Dalla sua caduta, la tribù è stata emarginata e ostracizzata dal governo di Tripoli e accusata da altre milizie di connivenza con il passato regime e, talvolta, duramente colpita per questo motivo. Parte dei giovani della tribù e di seconde linee del regime (quindi figure più defilate rispetto al caso iracheno), a cominciare dalla primavera 2015 hanno quindi sposato la causa dell’Isis più per motivazioni politiche che ideologiche. Appare piuttosto certa la presenza di stranieri, in particolare iracheni (tra i vertici) e tunisini. ISIS di Sirte pare essere in controllo di circa 180 chilometri sulla costa mediterranea. La debolezza delle locali forze di opposizione a IS permette al gruppo di minacciare la conquista delle infrastrutture petrolifere del Bacino della Sirte che tra dicembre 2015 e febbraio 2016 hanno subito diversi attacchi. La caduta di queste aree priverebbe lo stato libico delle uniche entrate di cui dispone, i proventi del petrolio, e, in seconda battuta fornirebbe a IS importanti rendite (seppur la vendita del greggio possa essere molto più critica rispetto a Siria e Iraq data la posizione geografica). La decisione di IS di orientare il fronte operativo a est avrebbe per IS importanti vantaggi strategici, dato che eviterebbe al movimento uno scontro diretto con le milizie di Misurata, tra le meglio attrezzate in Libia.

Derna. Seppure espulsi dal centro della cittadina costiera della Cirenaica nel luglio scorso da parte di forze jihadiste rivali, diversi miliziani dell’IS occupano alcuni sobborghi periferici di Derna. Nell’ottobre 2014 un gruppo jihadista locale, denominato Islamic Youth Shura Council, aveva dichiarato la propria appartenenza al Califfato. La leadership dell’IS, poche settimane dopo, aveva formalmente accettato la proclamazione e ufficialmente “annesso” la città allo Stato Islamico, creando la prima enclave di IS al di fuori dell’area siro-irachena. I primi militanti di Abu Bakr al Baghdadi erano giunti in Libia già nella primavera del 2014, quando gli uomini della brigata al-Battar, composta interamente da volontari libici, avevano iniziato a rientrare dal Levante. Con l'obiettivo di contribuire al rafforzamento di questo primo gruppo, alla sua direzione e organizzazione, al-Baghdadi decideva di inviare in Libia alcuni dei suoi collaboratori. Tra questi Abu Nabil al-Anbari, un veterano iracheno di IS, posto a capo dell’organizzazione in Libia, e ucciso in un raid aereo statunitense a Derna a inizio dicembre. Cellule e nuclei di IS sono presenti in altre città del paese. Inoltre, in particolare a Bengasi, la linea di demarcazione tra IS e il gruppo jihadista Ansar al-Sharia appare sempre più fluida.

 

 

 

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