Martedì, 16 Febbraio 2016 02:53

L’imperativo per Israele di darsi confini stabili: una questione politica identitaria

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Israele è un Paese in cui il dibattito sui confini si riaccende periodicamente. Nei suoi circa sessant’anni di storia, le frontiere hanno continuato a spostarsi: allargandosi o restringendosi come una molla

a seguito di conflitti, negoziati e armistizi, o decisioni di ritiro unilaterale come il disimpegno da Gaza nel 2005. Negli ultimi anni il dibattito si è ravvivato a seguito di due eventi sì esterni, ma altamente destabilizzanti: le “Primavere arabe” e lo scoppio della guerra civile siriana. Israele si è sentito “accerchiato”, e abbandonato dal suo principale alleato(gli USA, che il governo israeliano considera troppo morbidi con l'Iran); e ha reagito annunciando la costruzione di nuovi muri. Ma attorno a quali confini, esattamente?

Per il Premier Benjamin Netanyahu e i partiti a lui vicini, si tratta soprattutto dei “confini difendibili”. Con ciò si intende porre l’accento su quattro componenti: il vantaggio strategico che deriva dal controllo della Cisgiordania (territorio, spazio aereo, frontiera con la Giordania); la sorveglianza aerea della Striscia di Gaza e del relativo confine con l'Egitto; la smilitarizzazione totale dello Stato palestinese; il controllo delle comunicazioni (soprattutto elettroniche) e dell’intelligence sul campo.

Tra queste quattro componenti, l'angoscia esistenziale di Israele si concentra sul proprio grado di controllo, esercitato ma mai ufficializzato, sulla Cisgiordania: l'unica regione considerata ancora fortemente insicura. A nord, infatti, il possesso delle alture del Golan offre una giusta distanza dalla Siria; a sud il trattato di pace con l’Egitto regge grazie alla smilitarizzazione del Sinai, a est il trattato di pace con la Giordania permette una collaborazione proficua; e a sud-ovest la stretta su Gaza garantisce un controllo esterno sulla Striscia.

Come proteggersi però in Cisgiordania? Se prevalesse la “logica dei due Stati”, Israele dovrebbe negoziare con il futuro Stato palestinese “confini sicuri”, tali da impedire da quella zona eventuali lanci di razzi o infiltrazioni terroriste. Nel caso, come ha ammesso il Generale Amidror, consigliere per di Netanyahu e capo del gabinetto per la sicurezza nazionale, Israele non si fiderebbe della presenza di un corpo di peace-keeping delle Nazioni Unite, NATO o eventualmente americano: non solo perché la sua visione di sicurezza nazionale si basa su una capacità militare autonoma (o semiautonoma), ma anche perché ciò impedirebbe eventuali interventi preventivi nelle aree di interesse strategico.

I partiti politici israeliani convergono, in maggioranza, su queste posizioni.

Per il Likud, il partito del Premier, il controllo strategico della Cisgiordania è da ottenerecon ogni mezzo -ma senza che ciò impedisca un atteggiamento più elastico su altre aree non ritenute vitali. Nel 1982, infatti, il partito ordinò la ritirata dal Sinai e la restituzione della penisola all’Egitto. Kadima, costola del Likud, ha diretto il ritiro dalla Striscia di Gaza nel 2005 a favore di un controllo solo esterno. Nel 2009, nel suo famoso discorso all’Università Bar Ilan, Netanyahu espresse il suo sostegno alla risoluzione dei due stati e promise di non dividere Gerusalemme - pur chiedendo il riconoscimento palestinese di Israele come Stato ebraico. Nel contesto attuale, il Likud punta tuttavia, in effetti, all’annessione progressiva della Cisgiordania, data anche l’incapacità dell’Autorità Nazionale Palestinese a mantenerne il controllo.

Alla “destra” del Premier, il partito sionista religioso ha-Baytha-yehudi (La Casa ebraica) si oppone da sempre alla soluzione dei due Stati, e invoca l’annessione immediata dell’Area C - la parte della Cisgiordania in cui si concentra la maggioranza di coloni israeliani (350.000 circa) - qui per una mappa dettagliata della regione. I circa 50.000 Palestinesi che vi risiedono riceverebbero la cittadinanza israeliana, comunque impedendo che altri rifugiati vi arrivino. Sostanzialmente simile la posizione di Yisrael Beitenu (Israele casa nostra), che vorrebbe negoziare con i palestinesi il trasferimento di migliaia di arabo-israeliani, per assicurare l’omogeneità etnico-religiosa dei due Stati.

Il “centro” dell'arena politica è, invece, costituito da tre partiti principali: l’Unione Sionista, Yesh Atid (C’è futuro), spesso considerato il partito dei centristi laici, e Kulanu (Noi tutti), nato da una scissione dal Likud - di cui segue però la linea. L’Unione costituisce il secondo partito per importanza (18% dei voti alle ultime elezioni) e, dopo aver per anni sostenuto la soluzione dei due Stati, ha da poco cambiato idea: secondo il nuovo leader, l'ex laburista Isaac Herzog, Israele dovrebbe estendere il muro (la barriera difensiva attualmente lunga circa 600.km sui 730 previsti in origine) intorno a tutti gli insediamenti, elettrificandolo. Gli insediamenti sarebbero annessi e i due popoli separati, ponendo fine alle violenze, almeno secondo i fautori di tale soluzione. Ai Palestinesi residenti nelle aree A e B della Cisgiordania (cioè quelle assegnate dagli accordi di oslo all'Autorità nazionale palestinese: per le A, sovranità totale; per le B, sovranità congiunta con Israele) verrebbe concessa maggiore autonomia, così come ai quartieri arabi di Gerusalemme est (Issawiya e Shufa’at). Yesh Atid, infine, sostiene una versione “modificata” della risoluzione dei due Stati, in cui Gerusalemme resti sotto la sovranità israeliana, ma si mantengano i soli insediamenti posti a ridosso della Linea Verde (confine stabilito con l'armistizio del 1949).

La sinistra, rappresentata da Meretz e dalla Lista Araba unificata (JAL), invoca ancora un piano di pace regionale basato sull’iniziativa della Lega Araba del 2002, con una soluzione concordata sui profughi e il ritiro israeliano entro i confini del 1967 al fine di preservare Israele come Stato ebraico e democratico. Gerusalemme dovrebbe essere una doppia “capitale”.Rispetto a Meretz, la JAL insiste sulla necessità di smantellare tutti gli insediamenti e quello che definisce il “muro razzista di separazione”.

La società civile appare spaccata in due. Molti (il 49%, secondo un recente sondaggio dell’Israeli Democracy Institute) appoggiano il completamento della barriera difensiva e la separazione netta dai Palestinesi, mentre una percentuale di poco più bassa (il 44% circa) sostengono che si tratti di una soluzione a breve termine. Circa l’annessione della Cisgiordania, il 45% degli intervistati (dunque una minoranza, sebbene molto consistente) crede che debba essere condotta a termine. Alcuni sottolineano che le barriere intorno a Gerusalemme non abbiano finora impedito a 30.000 Palestinesi di lavorare illegalmente in Israele e che, dunque, non siano sinonimo di sicurezza.

Un risvolto interessante delle ultime polemiche che hanno circondato il muro è la divisione che si è innescata tra rappresentanti delle colonie più vicine alla Linea Verde - le cosiddette colonie non ideologiche (come Ma’ale Adumim, sobborgo di Gerusalemme) e i Consigli regionali di Gush Etzion e Yesha - ovvero l’autorità massima del coloni nella Cisgiordania. Mentre i primi vorrebbero vedere il completamento della barriera, i secondi vi si oppongono perché il tracciato previsto lascerebbe fuori dai nuovi “confini” di Israele insediamenti importanti come Tekoa, Nokdim e parte di Efrat.

La barriera difensiva rischia di innescare, dunque, un conflitto interno tra le forze politiche sui confini del Paese, che investono diverse visioni diverse dell’identità nazionale. In questo senso il cambiamento di linea dell'Unione è stato lungimirante: mentre sul conflitto israelo-palestinese non c’è dialogo con la Destra (soprattutto durante la cosiddetta “Intifada dei coltelli”, tuttora in corso), sulla costruzione della Barriera e l’annessione degli insediamenti il pragmatismo di Herzog può ammorbidire le posizioni "idealiste" di Likud e alleati. Posizioni che finora hanno esposto Israele al contempo a un alto numero di vittime e all’isolamento internazionale.

Appare evidente che, dopo il tramonto delle soluzioni elaborate a Oslo (1993-5) sull'autogoverno palestinese, la battaglia per salvare Israele in quanto democrazia si giocherà tra coloro che pensano che il Paese non possa più sottrarsi alla necessità di fissare in modo definitivo i propri confini e coloro che sperano di rimandare ancora a lungo questo dibattito.

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