Lunedì, 15 Febbraio 2016 19:21

Quanto vale l’accordo tra Russia e Arabia Saudita sul petrolio

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Il fronte del petrolio

Russia e Arabia Saudita hanno raggiunto un accordo preliminare per congelare la produzione di greggio ai livelli di gennaio, in un vertice a

Doha fra i rispettivi ministri dell’Energia e gli omologhi di Qatar e Venezuela. La bozza dovrà essere discussa con altri produttori di peso, tra cui Iraq e Iran.

Si tratta della prima volta in cui Riyad segnala l’intenzione di ammorbidire la sua rigida politica petrolifera: la decisione saudita di non tagliare la produzione in eccesso – volta a mettere fuori mercato molti concorrenti, tra cui lo shale Usa – sta causando problemi a diversi produttori, tra cui i paesi che si sono seduti oggi al tavolo con il ministro saudita.

Commenta per noi Marco Giuli:

La notizia di un accordo fra Russia, Arabia Saudita, Venezuela e Qatar sul congelamento della produzione di petrolio sembra aver avuto un modesto effetto su i prezzi, stabilizzatisi fra i 29 e i 33 dollari al barile durante la giornata.

Da parte russa, sembra aver pagato la politica di non compromettere eccessivamente i canali diplomatici con le monarchie del Golfo nonostante le evidenti divergenze sul conflitto siriano. Mosca forse sta usando la petrodiplomazia per dividere il fronte dei sostenitori della ribellione anti-Asad, isolando la Turchia e manifestando atteggiamenti concilianti con l’Arabia Saudita.

Le voci di un possibile coinvolgimento turco-saudita nel conflitto potrebbero aver spinto la Russia a intensificare il dialogo con Riyad. Tuttavia, l’accordo potrebbe penalizzare soprattutto la Russia, a causa delle difficoltà tecniche nella riduzione dell’estrazione durante l’inverno siberiano, che chiamerebbe in causa una capacità di stoccaggio domestico ormai al limite.

Da parte saudita, la scelta sembra ispirata alla storica ambizione di coinvolgere paesi non-Opec nel dialogo sulla produzione, come avvenuto con successo nel 1998-99 con la partecipazione di Messico e Norvegia ai tagli.

L’Arabia Saudita rimane meglio posizionata degli altri per proseguire una guerra dei prezzi, ma la combinazione dell’impegno militare in Yemen, il crescente malcontento interno e lo spettro dell’imposizione di nuove tasse sembrano richiedere un cambio di passo.

La politica petrolifera dovrà forse accontentarsi di aver spinto alla bancarotta parte dei produttori di petrolio di scisto statunitense e fermato gli investimenti nei giacimenti più costosi, senza però riuscire a evitare un ritorno dell’Iran sui mercati.

I maggiori dubbi sulla robustezza e gli sviluppi dell’accordo riguardano la reazione degli altri maggiori produttori. Al momento, Iran e Iraq sembrano avere scarsi incentivi ad accodarsi. L’attuale livello record iracheno di 4,35 milioni di barili al giorno sembra destinato a crescere, mentre l’Iran rimane fermo sull’obiettivo di aumentare la produzione di 1 milione di barili al giorno nel 2016. Difficile che cambi idea proprio nel momento in cui la fine delle sanzioni consentirebbe a Teheran di riconquistare le quote perdute.

Per approfondire:
Chi vince e chi perde con il petrolio ai minimi, carta di L. Canali
La variabile saudita, di N. Pedde
Scegliendo di non tagliare la produzione di greggio, il regno si è messo in rotta di collisione sia con l’America sia con la Russia. La debolezza di re Salmān rende possibile un colpo di mano dei Sudayrī. Il petrolio di Riyad non è più indispensabile.
Così il petrolio Usa resiste alla sfida saudita, di M. Paolini
Riyad da oltre un anno cerca di mettere fuori mercato la produzione statunitense di Light Tight Oil. A oggi, i risultati di questa sfida appaiono contraddittori.


Le parole di Mario Draghi

Giorgio Arfaras commenta per noi l’intervento di Mario Draghi al Parlamento europeo. Il governatore della Banca Centrale Europea ha detto che non esiterà a intraprendere altre misure di stimolo.

Draghi ha detto 4 cose.

Primo, ha difeso l’operato della Banca Centrale Europea (Bce), che non è riuscita a spingere in alto l’inflazione, ma ha evitato che ci si avvitasse nella deflazione.

Secondo, ha invitato a procedere più speditamente verso l’unione bancaria.

Terzo, ha affermato che bisogna riflettere prima di dare una misura del rischio ai titoli di Stato nei bilanci delle banche, misura che alzerebbe i requisiti di capitale per le banche che hanno titoli con rating basso, come quelle italiane.

Quarto, ha invitato i paesi meno indebitati a varare delle politiche fiscali espansive e quelli più indebitati a procedere nelle riforme della spesa e dei mercati.

Volendo leggere nelle sue parole degli inviti a qualche interlocutore, possiamo pensare che i punti 2) e 3) fossero rivolti ai tedeschi e il punto 4) agli italiani.

Altro non poteva dire. La Bce non può esprimersi sui migranti, sul Brexit e via dicendo. Può solo parlare delle sue azioni, limitate alla politica monetaria e in parte minore alla supervisione bancaria. Due aspetti di enorme importanza, ma insufficienti a definire la direzione delle cose, essendo la politica fiscale ancora di competenza nazionale, seppur vincolata agli accordi continentali.

Non ci sono stati dunque annunci clamorosi, che peraltro nessuno di aspettava. Uno di questi, anche se molto improbabile, sarebbe stato indicare un modo per assorbire nei bilanci della Bce una parte delle sofferenze bancarie.

Per approfondire:

Whatever it takes: Mario Draghi signore d’Europa, di A. Aresu e A. Garnero
Vita, opere e misteri del banchiere centrale che salvò l’euro con tre parole improvvisate. La formazione con Caffè, Carli e Ciampi. Lo stile, le idee e gli scontri con la Bundesbank. Un tecnico chiamato ad agire da politico, ma che non può né vuole farlo fino in fondo.
Cosa può e cosa non può fare Mario Draghi per salvare l’Eurozona, di G. Arfaras
C’è chi dice che la Banca Centrale Europea dovrebbe acquistare titoli pubblici e privati come la Federal Reserve statunitense. Un rapido confronto tra gli Usa e l’area della moneta unica svela come la radice del problema e la sua soluzione siano altrove.


Il papa in Chiapas

In visita in Messico, il pontefice ha chiesto scusa agli indios del Chiapas per lo sfruttamento subito dalle popolazioni locali e ha attaccato i narcotrafficanti.

Scrive Piero Schiavazzi:

Dopo il giorno del perdono, implorato agli Indios a nome dell’umanità, è giunto così quello del giudizio, intentato ai Narcos in nome del popolo. Alla stregua di “Traffic”, capolavoro del Premio Oscar Steven Soderbergh, Francesco sta trasformando il viaggio in Messico in un grande film di denuncia sulla droga. Un blockbuster girato con la tecnica del docudrama. Respiro epico e realismo documentaristico, alternando inquadrature di massa e primi piani, a significare che il Pontefice è venuto per tutti e per ognuno.

In questa guerra mediatica che oltre alle parole si combatte a colpi d’immagine, il “papa antidroga” si fa strada e avanza opponendo la “vincitrice del serpente”, nome azteco della Madonna di Guadalupe, ai simulacri della Santa Muerte, venerati e addobbati dai Narcos. Sceneggiatura e scenografie sapientemente studiate dal protagonista, in un crescendo che avrà il suo epilogo domani sul Rio Grande, quando Bergoglio entrerà come Giona nel ventre del mostro e il copione della liturgia ripeterà le parole fatidiche: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”.

Per approfondire:
Il complicato e decisivo viaggio in Messico di papa Francesco, di R. Nocera
Il pontefice torna in America Latina, in un paese che racchiude i  problemi della regione: disuguaglianze, criminalità, narcotraffico. Per frenare l’emorragia dei fedeli può essere inevitabile una rivoluzione della Chiesa locale.
La libertà del Chiapas passa per Città del Messico, intervista di Limes al subcomandante Marcos [1997]


Renzi nella nuova Argentina di Macri

Il premier italiano, arrivato in Argentina per la prima visita di un nostro capo di governo dal 1998, trova alla Casa Rosada un presidente che vuole voltare pagina rispetto all’epoca dei coniugi Kirchner.

Ne scrive Raffaele Nocera in un articolo presto su Limesonline:

[Macri] Si fa portavoce dell’idea che l’Argentina nell’ultimo decennio abbia perso una grossa opportunità abbandonando le politiche di liberalizzazione, apertura commerciale e associazione con il sistema finanziario internazionale e che per questi motivi non siano stati attratti sufficienti investimenti esteri. Considera che l’intervento statale sui settori più produttivi per sostenere un’industria inefficiente e una spesa pubblica eccessiva abbiano impedito lo sviluppo dell’economia nazionale. Questi concetti sono stati ribaditi nelle prime interviste rilasciate alla stampa nazionale ed estera e in occasione del World Economic Forum di Davos di gennaio.

Macri ha rassicurato la finanza internazionale sull’affidabilità e sul cambio di rotta di Buenos Aires rispetto alle due precedenti gestioni di governo. Un’ulteriore conferma si ricava dall’accelerazione impressa nella lunga vertenza relativa ai tango bond, con il nuovo governo argentino favorevole ad accogliere le istanze dei creditori internazionali. Tuttavia, il presidente dovrà fare i conti con un’economia in forte affanno: secondo le stime fornite dalla Cepal a dicembre l’Argentina dovrebbe crescere quest’anno di appena lo 0,8%.

Per approfondire:
Nuove geometrie in America Latina, carta di L. Canali
L’America Latina volta pagina, di M. Giro
Dopo un decennio di crescita economica e conquiste sociali, il calo del prezzo delle materie prime ha portato la recessione e qualche sconfitta elettorale nel blocco progressista e bolivariano della regione. I liberali ora non devono sprecare l’opportunità.
L’Argentina di Macri alla conquista della fiducia perduta, di F.D. Ragno
Il presidente neoeletto si prepara a governare un paese isolato, poco credibile a livello internazionale, polarizzato e in difficoltà economiche. Dovrà voltare pagina rispetto all’era Kirchner: il modello integrazionalista e populista non è più sostenibile.


Intanto, nel mondo…

• Notizie contrastanti sulla Turchia in Siria: Ankara nega di voler intervenire con truppe di terra ma dice che non lascerà che la città settentrionale di Azaz cada nelle mani curdi. Difatti un funzionario turco ammette che “senza operazioni terrestri è impossibile fermare i combattimenti” sul campo. Una parziale sponda alle posizioni turche sembra venire da Angela Merkel, che si dice a favore di una no-fly zone nel nord della Siria per scopi umanitari.
• Sempre in Siria, la Russia respinge le accuse di aver commesso crimini di guerra (nonostante i 4 ospedali bombardati nel nord della Siria), l’esercito di Asad apre un altro fronte, marciando su Raqqa, “capitale” dello Stato Islamico.
• Qualcuno ha usato l’iprite in Iraq e i sospetti (confermati a Reuters da un diplomatico) ricadono sullo Stato Islamico.
• L’Is rivendica un attentato suicida in Dagestan, Caucaso settentrionale.
• Bollettino prigionieri: i giornalisti arrestati ieri in Bahrein sono stati rilasciati. Liberati pure i 3 funzionari Usa rapiti nelle scorse settimane in Iraq, mentre in Israele è stato fermato e poi rilasciato il capo della redazione locale del Washington Post.


Anniversari geopolitici del 16 febbraio

1918 – Indipendenza della Lituania dall’Impero Russo e dal Regno di Prussia

1941 – Nasce Kim Jong-il

1985 – Nasce Hezbollah

1991 – In Nicaragua viene assassinato il capo dei Contras, Enrique Bermúdez

2005 – Entra in vigore il Protocollo di Kyoto


Hanno collaborato Lorenzo Noto e Luciano Pollichieni.

Carta di Laura Canali animata da Marco Terzoni.

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