Lunedì, 15 Febbraio 2016 10:11

Siria: banco di prova della nuova alleanza militare voluta da Riyadh?

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Subito dopo l’annuncio dell’intesa per un cessate il fuoco temporaneo raggiunta a Monaco, l’Arabia Saudita e la Turchia hanno dichiarato di esser pronte a intensificare i raid contro lo Stato Islamico

e di valutare anche un’eventuale operazione di terra in Siria. Sebbene la possibilità dell’invio di truppe sembra essere stata al momento accantonata, dopo una mediazione statunitense, la situazione resta incandescente.

Nell’attesa di comprendere le prossime decisioni operative abbiamo rivolto alcune domande a Giuseppe Dentice, ISPI, sulle ultime mosse geopolitiche di Riyadh a partire dalla creazione dell’alleanza sunnita anti-ISIS.

 

Quali paesi partecipano all’alleanza militare voluta da Riyadh e quali sono gli obiettivi?

Il 15 dicembre scorso l’Arabia Saudita ha annunciato a sorpresa la formazione di una nuova coalizione militare per combattere tutte le forme di terrorismo. Peculiarità di questa alleanza è la sua composizione: 35 membri, la gran parte dei quali sono paesi islamici e sunniti . Al patto promosso dalla famiglia regnante saudita hanno aderito le monarchie del Golfo (ad eccezione dell’Oman), Turchia, Egitto, Giordania, Marocco – i principali eserciti per numero, esperienza e forza militare dell’area MENA –, numerosi paesi africani (tra tutti Nigeria, Ciad e Somalia) e qualche asiatico (Bangladesh, Malaysia e Pakistan), ma ne sono stati esclusi Afghanistan, Iraq, Siria e Iran.

Il ministro della Difesa e secondo in linea di successione alla corona, Mohammed bin Salman, ha comunicato che l’intesa prevede la creazione a Riyadh di un centro operativo congiunto per coordinare, a seconda delle capacità del singolo membro, gli sforzi militari contro qualsiasi organizzazione terroristica attiva nel mondo musulmano, non solo dunque lo Stato islamico (Is).  A questo riguardo, il ministro degli Esteri Adel al-Jubeir ha spiegato inoltre che in un prossimo futuro la nuova «alleanza potrebbe impegnarsi militarmente negli scenari di crisi mediorientali come Iraq, Siria, Libia, Egitto, e in Afghanistan». Le prove generali di questo nuovo soggetto militare sono avvenute in Yemen, dove l’Arabia Saudita aveva cercato di creare una sorta di coalizione musulmana e sunnita per combattere i filo-sciiti houthi e, soprattutto, per contenere possibili influenze dirette iraniane nella Penisola arabica. Come hanno fatto trapelare al-Jubeir e Salman, la coalizione islamica è sorta anche dietro le ripetute sollecitazioni della Casa Bianca, che auspicava da mesi un maggiore coinvolgimento degli attori locali nella lotta al terrorismo di Is.

 

Quali sono i principali ostacoli  che ne potrebbero limitare la reale operatività?

Qualora mai vedrà formalmente la luce, il patto politico-militare promosso dagli al-Saud non è esente da difficoltà di vario tipo (tecniche, politiche, ideologiche, etc.), evidenziate anche e soprattutto dagli squilibri strutturali, dall’assenza di una chiara definizione di obiettivi finali e priorità nell’immediato, nonché da una certa divisione all’interno dello stesso fronte dell’alleanza. Ad esempio Pakistan, Turchia, Giordania ed Egitto, pur riconoscendosi pienamente nella coalizione e appoggiando qualsiasi azione contro la sicurezza di Riyadh o di qualunque altro membro del patto, hanno posto dei paletti e dei distinguo alla loro partecipazione, ribandendo però la necessità di giungere innanzitutto ad una definizione stessa di terrorismo, in secondo luogo nel definire le priorità dell’azione e, infine, nell’appianare le divergenze politiche tra gli attori coinvolti – e in taluni casi profonde – sulla gestione delle crisi in Siria e in Yemen.

 

Quali i vantaggi strategici per l’Arabia Saudita?

La proposta saudita mira a proporsi come uno strumento proteso ad avversare la crescente influenza del rivale iraniano nel Golfo e in Medio Oriente. Una rivalità che trova una sua giustificazione sia nel sistema di alleanze e nuove relazioni venutosi a creare nel post-accordo sul nucleare iraniano del luglio scorso e nella conseguente reintegrazione dell’Iran nella comunità internazionale, sia in una reciproca percezione di sé stessi come guide del mondo arabo-musulmano. Non a caso il disegno saudita esclude Iraq e Siria – ossia gli Stati arabi allineati alla politica estera di Teheran – e Oman – attento equilibratore dei rapporti regionali e negoziatore rilevante nelle crisi in Yemen e sul nucleare iraniano – dal quadro dell’alleanza, che non comprende anche altri paesi musulmani, quali Afghanistan e Algeria. L’interventismo mediorientale dell’Arabia Saudita riflette, inoltre, la volontà di salvaguardare i propri interessi nell’area anche al fine di prevenire e contenere qualsiasi minaccia alle ambizioni di leadership nel mondo arabo-sunnita da parte di Teheran.

La definizione di una coalizione islamica a guida saudita si pone in competizione sia con l’asse Russia-Siria-Iraq-Iran (coalizione Rsii o anche gruppo 4+1, dove il +1 è Hezbollah) sia, in particolare, con la coalizione internazionale anti-Is capeggiata da Washington. La costituzione di un’alleanza alternativa a quella guidata dagli Usa rientra in una duplice necessità saudita: da un lato in una ricerca di maggiore indipendenza da Washington – percepito oggi più come un partner economico che come un fedele alleato –, dall’altro in un rafforzamento di questa autonomia in politica estera al fine di garantirsi alleanze a geometrie variabili il più ampie possibili a seconda del target di turno.

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1 commento

  • Link al commento DorothyAffexUY Lunedì, 17 Luglio 2017 19:59 inviato da DorothyAffexUY

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