Lunedì, 15 Febbraio 2016 10:11

Brasile: da potenza emergente a gigante in disgrazia

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PIL in caduta libera, inflazione alle stelle, produzione industriale decimata, disoccupazione in ascesa, borsa ai minimi storici, valore delle aziende “campioni nazionali” polverizzato, pressione fiscale in aumento, investimenti al lumicino, deficit

nei conti con l’estero, bilancio presentato al Congresso in deficit primario, fuga di capitali, crisi politica, scandali di corruzione, taglio del rating e, dulcis in fundo, dollaro che sfonda quota 4,15 nei confronti del real. Con ministro dell’Economia, Joaquim Levy, che getta la spugna e si dimette. In soli cinque anni il Brasile é passato da gigante emergente, che ha stupito il mondo con la sua crescita spettacolare, a gigante caduto in disgrazia, che inanella una serie impressionante di notizie negative. Il tutto a pochi mesi dall’apertura delle Olimpiadi di Rio de Janeiro nel 2016.

Dal 2014 il paese ha smesso ufficialmente di crescere, benché i ritmi serrati di aumento del Pil registrati nel periodo 2003-2010 fossero un ricordo già dal 2011. Ma per la prima volta nella sua storia recente il Brasile registrerà due anni consecutivi di contrazione del Pil: il 2015, chiusosi a -3,7%, e il 2016 a -3,5%1.

Un risultato catastrofico che arriva alla fine di un lungo percorso di rallentamento della crescita, dovuto sia ad una congiuntura internazionale sfavorevole che a fattori interni, accompagnato da interventi economici assai poco opportuni da parte del governo Rousseff. Un binomio che ha trascinato il Brasile in una situazione molto complicata.

Il colpo finale é stata la decisione presa a metà dicembre da Fitch di tagliare il rating del debito sovrano brasiliano da BBB- a BB+, togliendo al Brasile l’investment grade, il titolo di “buon pagatore”, sottolineando così il rischio potenziale di un default. Un downgrade che fa seguito a quello realizzato da Standard & Poor’s, che ha riguardato non solo il debito sovrano, ma anche una serie di grandi aziende brasiliane, dalla statale Petrobras alla banca Itaú, fino alla Rede Globo, Vale e Jbs. Ed anche Moody’s ha annunciato che potrebbe fare lo stesso a breve.

Immediatamente, un gran numero di fondi di investimento americani – che per statuto non possono investire in paesi senza investment grade – è stato costretto a ritirare la liquidità impiegata in Brasile. Una situazione che ha provocato la più imponente fuga di capitali tra i paesi emergenti. Conseguenza diretta: crollo della Borsa di San Paolo, deprezzamento de real e ulteriore aumento dell’inflazione, oltre a rendere molto più difficile per le imprese brasiliane indebitarsi in dollari sui mercati internazionali, limitandone le attività e gli investimenti, già scarsi a causa della recessione.

Dopo essersi immerso nella crisi del subprime del 2008, il mondo sviluppato aveva riposto le sue speranze nel Brasile, apparentemente tra le poche economie mondiali a superare indenne la grande recessione. Nel 2010 l’economia brasiliana era sorprendentemente cresciuta del 7,5%. Tutto il mondo dava il merito di questo imponente risultato ai programmi sociali varati dal presidente Luiz Inácio Lula da Silva, che avevano portato fuori dalla fascia di povertà oltre 40 milioni di persone. In verità, si trattava semplicemente della combinazione di forte domanda di materie prime da parte della Cina, quotazioni delle commodities alle stelle e decisione delle autorità finanziarie brasiliane di aprire i rubinetto del credito, sia al consumo privato che per l’investimento di grandi aziende nazionali. Il tutto abbondantemente finanziato da un flusso di dollari provenienti dall’estero. “Brazil takes off”, titolava l’Economist nel 2009 in una delle sue sempre sobrie copertine. E grazie a questa bonanza, la più grande economia dell'America Latina è riuscita a conquistare il diritto di organizzare la Coppa del mondo del 2014 e i Giochi olimpici del 2016.

Le aspettative, tuttavia, si sono rivelate troppo elevate. Con un modello di crescita basato principalmente sul consumo interno, sbilanciato verso la domanda e senza sufficienti investimenti sul lato dell’offerta, il Brasile é riuscito a crescere a ritmi cinesi solo nel 2010, tornando ad ingolfarsi nei suoi tradizionali “gargalos”, i colli di bottiglia: infrastrutture carenti, forza lavoro poco qualificata, scarsa efficienza produttiva, tassazione superiore a quella di molti paesi europei, interventi discrezionali del governo, corruzione endemica e burocrazia kafkiana, solo per citarne alcuni.

Oggi il prezzo delle materie prime é crollato, in gran parte a causa del rallentamento della domanda cinese, con conseguente contrazione del Pil brasiliano. Ma invece di impegnarsi in manovre anticicliche espansive, la banca centrale di Brasilia ha dovuto alzare i tassi di interesse al 14,25% per cercare di combattere un’inflazione tornata minacciosamente a doppia cifra, il 10,67%, riducendo drasticamente il credito al consumo. Il motore della crescita brasiliana si è quindi fermato, i conti pubblici non quadrano più e il governo ha risposto nel peggiore dei modi: tagliando spese per investimenti ed aumentando le tasse, pregiudicando ulteriormente la capacità di ripresa del Brasile nei prossimi anni.

Il Brasile affronta in questo momento ben tre crisi simultanee: economica, politica e morale. Quella economica riguarda la congiuntura negativa. Quella politica é relativa all’indebolimento del governo Rousseff, che dalla sua riconferma al Palazzo del Planalto nel gennaio 2015 non riesce, di fatto, a governare. Lo scandalo di corruzione “Lava Jato”, la cosiddetta “Mani Pulite” brasiliana che ha come epicentro la Petrobras, sta decimando parlamentari e membri del governo, alcuni dei quali sono già stati arrestati. Dall’altro lato, intrighi di palazzo a cui non è estraneo neanche il vicepresidente Michel Temer puntano all’impeachment del capo dello stato. Mentre Dilma Rousseff che cerca, maldestramente, di resistere con interventi visibilmente populisti e inefficaci, senza varare le riforme strutturali di cui il paese avrebbe urgente necessità. Non è un caso che oggi la presidente possa contare solo sull’8% di approvazione popolare. Nel 2012 era all’80%.

La terza crisi, quella morale, riguarda la percezione che i brasiliani hanno della politica, dei sindacati, della stampa, dell’imprenditoria e delle istituzioni a tutti i livelli. Vengono percepite come inesorabilmente corrotte, arroganti e inadatte a guidare il paese, specialmente in un momento di crisi come questo. Le continue manifestazioni di piazza e il sorgere di nuovi movimenti di antipolitica ne sono il segnale più evidente.

Per il Brasile si preannunciano anni molto duri. A meno che il mondo non conosca un nuovo boom delle commodities, il paese si troverà in una congiuntura estremamente negativa. Il rischio non è solo una contrazione economica, ma la perdita dei progressi sociali conquistati dalle classi più povere negli ultimi anni. Se il Brasile non farà le riforme necessarie per rendere la sua economia più competitiva, aprendosi ai mercati esteri e reinserendosi nelle catene internazionali di produzione, questi anni saranno ricordati come l’ennesimo “balzo della gallina”. Un breve periodo di crescita sostenuta del Pil, al quale però non segue un decollo stabile e duraturo dell’economia, ma un crollo repentino. Una storia che il paese ha conosciuto diverse volte durante il Ventesimo secolo, e che negli anni Ottanta ha portato ad una stagnazione talmente prolungata che è passata alla storia come “ il decennio perduto”. Speriamo che i prossimi dieci anni siano più fortunati.

 

1. Proiezione FMI

Carlo Cauti è un giornalista italiano di base a San Paolo del Brasile. Collabora regolarmente con diverse testate italiane e brasiliane.

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