Domenica, 14 Febbraio 2016 16:27

<div>Siria. L'attacco di Aleppo e certa stampa italiana</div>

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L’attacco del regime siriano nell’area di Aleppo, con il sostegno russo-iraniano, ha interrotto i colloqui di pace a Ginevra e dato vita a un esodo di quasi 100 mila persone. Alcuni

quotidiani italiani parlano di “liberazione” e applaudono l’operazione. Quando il giornalismo omette alcuni fatti e sventola bandiere partigiane può ancora essere definito giornalismo?

 

 

La recente offensiva russo-siriana su Aleppo, che ha causato l’interruzione dei colloqui di pace a Ginevra, ha portato anche a una fuga di massa di circa 18 mila civili dalle zone urbane di Aleppo sottoposte al controllo del fronte ribelle e dai villaggi a nord della metropoli, per un totale di 80mila persone in fuga.

La riconquista dei villaggi a nord di Aleppo ha permesso il collegamento della zona controllata dal regime attorno al villaggio di Bashkwi Samaan e dell’area industriale di Sheikh Najjar (Aleppo), con l’enclave sciita sotto assedio, attorno ai villaggi di Nabul e Zahra.

Questo taglio orizzontale rende possibile l’interruzione dei rifornimenti ai ribelli dalla Turchia verso Aleppo e risulta quindi essere il reale obiettivo dell’avanzata: la conquista della seconda città siriana per sedere al tavolo negoziale di Ginevra in una posizione di forza.

Quest’operazione militare è stata condotta attraverso una strategia che Asad e il suo alleato russo portano avanti da anni: considerare la popolazione civile alla stregua dei combattenti.

I civili che hanno “accettato” di vivere nei territori controllati dai ribelli diventano automaticamente “terroristi” degni di essere bombardati. Quotidianamente giungono immagini da Aleppo, Daraa, Idlib, Rastan, Talbise, che mostrano i villaggi presi di mira dall’aviazione siriana e russa con lanci di bombe a grappolo e di barili bomba. A terra rimangono civili straziati e bambini a brandelli, nemmeno le scuole e gli ospedali vengono risparmiati.

Su Twitter impazzano i commenti degli attivisti siriani da Aleppo. Uno dice: “Stiamo parlando di spostamenti forzati e pulizia etnica compiuti da Assad e dai suoi signori a Mosca e Teheran”. Un altro scrive: “In Siria non c’è una guerra civile ma un’invasione internazionale a sostegno del pupazzo Assad e del regime”; un altro ancora afferma che “Putin si sta unendo ad Asad nel massacro dei civili di Aleppo, è un vero e proprio attacco ai colloqui di pace per mantenere Asad al potere”.

Tuttavia, in molti articoli pubblicati questi ultimi giorni sulla stampa nazionale italiana non si leggono questi toni e questi termini. Alcuni per descrivere la “campagna di Aleppo” parlano di “riconquista” e “liberazione”. Un giornalista italiano “embedded” con l’esercito siriano scrive genericamente di “jihadisti” e “islamisti” riferendosi al fronte ribelle.

Un altro, in un documentario sulla guerra di Putin in Siria, dice, in modo altrettanto generico che “qualcuno parla di morti civili provocati dai bombardamenti russi”, ma poi dà il diritto di replica a un generale russo che sostiene che i loro bombardamenti sono chirurgici e non provocano danni ai civili.

Contemporaneamente, nello stesso documentario, si parla degli attacchi dei ribelli mentre vengono mostrate immagini che mostrano un bambino estratto dalle macerie a seguito di un bombardamento russo-siriano.

Dalle pagine di una rivista cattolica, da mesi un altro giornalista plaude al risolutivo intervento russo contro lo Stato islamico e recentemente, con tono canzonatorio, scrive: “La trattativa di Ginevra non decolla a causa della controffensiva che governativi, russi ed Hezbollah stanno conducendo ad Aleppo (…). Non è fantastico? Da anni Aleppo è assediata e bombardata dai ribelli, che sparano su tutto e su tutti. Ma l’ostacolo alle trattative spunta proprio adesso, ed è la controffensiva di Asad”.

Pare dimenticare che il 31 gennaio scorso, mentre si parlava di un cessate il fuoco in vista di Ginevra, 56 barili bomba venivano sganciati su Muaddamiya (Damasco) la cui popolazione è assediata da quattro anni dal regime siriano; e nella stessa città si registravano 87 casi di soffocamento per l’uso di ordigni con sostanze chimiche (in quest’ultimo caso le persone colpite sembrano essere combattenti e non si vedono vittime civili).

Mi chiedo come sia possibile per un giornalista ignorare in modo così palese quanto accade sul terreno, per sventolare una bandiera, per sposare un’ideologia o una tesi, così da diventare sostenitore di una parte, anziché colui che racconta i fatti, sia pure in modo soggettivo.

Mi chiedo come si possa scrivere dalle pagine di un giornale cattolico e nello stesso tempo ignorare ed evitare di parlare del massacro quotidiano contro i civili, delle deportazioni e della pulizia etnica.

Eppure, in una recente intervista a Piazzapulita sulla questione relativa all’uccisione di Giulio Regeni, il ragazzo ucciso in Egitto, il commentatore, Corrado Formigli, chiede alla presidente della Camera Laura Boldrini: “Si può essere alleati di chi viola sistematicamente i diritti?”. La presidente risponde: “Con il pretesto della lotta all’Isis, che va fatta… non vorrei che con quel pretesto poi si arrivi a fare altro, a soffocare ogni forma di dissenso e protesta. Se noi in Europa accettassimo quest’idea, che in nome della minaccia dell’Isis noi siamo pronti a rivedere le nostre libertà costituzionali, noi avremmo già perso quella battaglia”.

La domanda “Si può essere alleati di chi viola sistematicamente i diritti?” va applicata certo all’Egitto, all’Arabia Saudita e alla Turchia, ma non può non valere anche per l’Iran, la Russia o il regime siriano.

(...) 

 
I fatti di questi giorni

Una delle prime fotografie relative all’offensiva militare a nord di Aleppo, che ha portato alla riconquista di una fascia sunnita di territorio per arrivare a rompere l’assedio dell’enclave sciita di Nabul e Zahra, mostra un combattente che issa una bandiera sul tetto di una casa: il vessillo in questione è quello di Hezbollah.

Un video da Nabul mostra le milizie sciite, che si definiscono in arabo “esercito iraniano”, mentre festeggiano al grido di “Labayk Ya Khamenei”, un combattente alza un’immagine con gli ayatollah iraniani, Khomeini, Khamenei, e con il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah.

Un amico che contatto e che si trova in quella zona mi conferma la presenza di truppe in maggioranza iraniane, di sciiti iracheni e afghani, e degli Hezbollah libanesi. Tuttavia per questi fatti molti giornalisti non utilizzano i termini di “confessionalismo”, di “estremismo religioso”. Il regime siriano rimane laico e si continua a parlare di Stato sovrano e autodeterminazione dei siriani.

I villaggi sunniti, “liberati” dalle truppe sciite durante la conquista, vengono mostrati in alcune fotografie, risultano essere “città fantasma” dove non abita nessuno. Il villaggio di Mayer,ad esempio, è stato “liberato” da Hezbollah dopo centinaia di bombardamenti russi. Ora è una città fantasma senza abitanti. La stessa cosa è avvenuta a Tell Jabin e Ratyan.

Le 80mila persone in fuga non stanno scappando dalla guerra. Ad Aleppo e nei villaggi più a nord sono in guerra da cinque anni, scappano per paura delle milizie sciite che conquisteranno i loro territori e dai bombardamenti russi e siriani.

Come avvenga questa riconquista non viene mostrato da una parte della stampa italiana. Ma video e testimonianze (attenzione immagini molto forti) giungono ogni giorno da Aleppo e dai villaggi di tutta la regione e mostrano i danni causati dai bombardamenti russi. Nel primo video che viene da Hreitan si vede una bambina con la testa schiacciata sotto una trave che tenta di prendere ossigeno, la cassa toracica si alza e si abbassa. In un secondo video il corpo senza vita di una bambina viene pianto dai parenti. Altre fotografie e video mostrano i bombardamenti di scuole e bambini morti e schiacciati dalle macerie.

Non si tratta di vittime collaterali. Questo è un massacro sistematico e intenzionale.

Questi fatti erano stati spiegati durante un’intervista ai realizzatori del docu-film Young Syrian Lenses, girato nell’Aleppo controllata dai ribelli nel 2014 da Ruben Lagattolla e Filippo Biagianti, al seguito del fotografo Enea Discepoli. Il documentario mostra la sopravvivenza della popolazione e il lavoro dei media-attivisti dell’Halab News Network.

Dice Lagattolla: “Sono stato testimone di bombardamenti senza un target preciso, se non la popolazione civile. Come esperienza è stata tremenda perché ci siamo trovati direttamente sotto le bombe assieme alla popolazione”.

Anche la testimonianza di Enea Discepoli è analoga, parla di una scuola bombardata dall’aviazione siriana pochi giorni prima piena di bambini: “I bombardamenti sono indiscriminati su quartieri civili, ospedali, su scuole, non c’erano certo combattenti in quella scuola”.

In quell’Aleppo controllata, secondo alcuni quotidiani italiani, esclusivamente da Jabhat an Nusra e da gruppi jihadisti, operavano organizzazioni della società civile e gruppi di attivisti che, al contrario, hanno molta difficoltà a lavorare nelle zone sottoposte al controllo governativo.

Ad Aleppo non lavoravano solo i media-attivisti dell’Halab News Network, ragazzi che da testimoni oculari e vittime, si sono organizzati per continuare il racconto di quanto accade; o la giornalista siriana Zeina Erhaim che twitta quotidianamente. Sono a conoscenza di diverse organizzazioni (di cui non faccio il nome per loro tutela), che si occupavano di educazione scolastica, sostegno ai bambini e assistenza sanitaria, operavano ad Aleppo nei quartieri di Salah ad Din, Bustan al Qasr, Firdos e Karm ad Da’da, Seif ad Dawla, Killaseh e Salhin (dove l’8 febbraio, un bombardamento russo ha provocato la morte di 14 civili, tra loro donne e bambini).

Chiamo per telefono un amico che si trovava vicino a Hreitan. Dopo avere combattuto contro lo Stato islamico, si è rifugiato con la famiglia in questa zona, da due mesi mi manda video e fotografie dei bombardamenti russi che hanno distrutto il mercato e le abitazioni vicine alla sua, mi manda il suo vissuto quotidiano, fatto di foto e video di distruzione e di morti.

Il mio amico mi descrive scene da esodo di massa, con la gente in fuga anche a piedi. Nel cielo volano in continuazione sukoi e Mig russi che stanno bombardando in ogni direzione, sono state sistematicamente colpite Hanadan, Hreitan e Kafr Hamra, verso Aleppo il cielo è pieno di aerei.

Il 7 febbraio era a Kafr Hamra (i bombardamenti russi hanno ucciso 8 civili e 2 bambini) a nord di Aleppo, stava scappando anche lui in direzione di Idlib assieme a molti altri; mi manda le fotografie di furgoncini e macchine riempite di persone, di materassi e coperte.

Anche lì i bombardamenti aerei sono incessanti e centinaia di rifugiati sono dislocati nei campi (video da Kharbet al Jouz). La gente fugge dai territori riconquistati da Asad e dalle milizie sciite per rifugiarsi nelle aree controllate da Jabhat an Nusra, Ahrar ash Sham e altre brigate ribelli.

Va ricordato, a chi ha la memoria corta e lo ha dimenticato, che i maggiori massacri confessionali sono stati compiuti da Asad e da alcune sue milizie a Hula (108 civili sunniti uccisi), Tremseh (150 sunniti uccisi), Banyas/al Bayda (tra 300 e 450 civili sunniti uccisi). Solo il massacro confessionale di Sadad (46 civili cristiani uccisi) viene ascritto a Jabhat an Nusra.

Voglio essere chiaro su una cosa, quando queste brigate hanno conquistato Idlib non ho festeggiato e non l’ho considerata una liberazione, la mia simpatia non va certo a Jabhat an Nusra, Ahrar ash Sham o ad altre brigate islamiste, ma allo stesso modo non considero liberazione la conquista di Asad, o la fuga e il massacro della popolazione sunnita. Questi fatti hanno dei termini ben precisi, si chiamano “pulizia etnica” e “spostamento forzato” e il giornalista non può tacere o plaudire a chi li compie.

Che piaccia o meno, i russi stanno aiutando Asad a rimanere in sella e a ritagliarsi un saldo controllo della Siria costiera e delle principali città. Ancora una volta, lo Stato islamico non è stato colpito da quest’offensiva che ha massacrato la popolazione civile sunnita. La Russia al contempo siede al tavolo negoziale di Ginevra e mentre parla di “lotta al terrorismo” bombarda i civili (video da Talbiseh e dal quartiere di Aleppo, Salhin) in una guerra che non avrà vincitori.

I dati forniti dal Syrian Network for Human Rights (Snhr) tra il primo e il 31 gennaio 2016, registrano 679 morti civili causati dai russi (49%), 516 da regime siriano (37%), 98 dallo Stato islamico (7%), 43 dai gruppi ribelli di opposizione (3%), 41 da altri gruppi combattenti, jihadisti ed estremisti non conteggiati come opposizione dal Snhr (2,9%), 3 dai curdi (0,2%).

Sempre il Snhr ha documentato l’uso di 5.238 barili bomba dall’inizio dell’intervento russo (nel solo mese di gennaio ne sono state sganciate 1.428). Il loro uso è stato bandito dalla risoluzione 2139 (22 febbraio 2014) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ha chiesto esplicitamente di cessare “gli attacchi contro i civili, così come l’impiego indiscriminato di armi in zone popolate”, ma soprattutto i bombardamenti aerei e l’uso di barili bomba.

Sta a noi decidere se seguire la Russia sullo standard dei “suoi” valori e rispetto dei diritti umani, o sui “nostri”.

Per un giornalista la scelta dovrebbe essere ovvia.

*Questo articolo è stato originariamente pubblicato su SiriaLibano, che ringraziamo per la gentile concessione. 

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