Domenica, 14 Febbraio 2016 15:26

Serbia alle urne, la scommessa di Vučić

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“Anche il migliore dei computer a volte si blocca e ha bisogno di essere resettato”. È con una metafora presa in prestito dall’informatica che il premier conservatore Aleksandar Vučić – negli

ultimi anni mattatore incontrastato della scena politica serba – ha annunciato lo scorso 17 gennaio la sua decisione di portare il paese a nuove elezioni anticipate.

La Serbia quindi va nuovamente alle urne, come già successo ben undici volte (sette prima della scadenza naturale del termine) dall’introduzione di un sistema pluralista nel 1990. Le nuove consultazioni, nell’aria già da mesi, verranno probabilmente organizzate il prossimo 24 aprile, insieme alle elezioni amministrative e al voto nella provincia autonoma della Vojvodina.

Ufficialmente, Vučić chiama l’elettorato alle urne per ottenere un nuovo mandato, secondo il premier necessario per rilanciare le riforme promesse, che si concentrano soprattutto in campo economico, nella lotta alla corruzione e agli oligarchi e, infine, sulla strada della futura membership serba nell’Unione europea.

La necessità di ricorrere al voto a metà dell’attuale legislatura appare però tutt’altro che scontata. Nel trionfo elettorale del marzo 2014 il Partito progressista serbo (Sns) ha raccolto il 48% dei consensi e Vučić gode di una schiacciante maggioranza nel parlamento di Belgrado in coalizione col Partito socialista (Sps) del ministro degli Esteri Ivica Dačić.

I voti e il consenso per portare avanti riforme, anche impopolari e dolorose, ci sono già. A spingere il premier a rilanciare la sfida elettorale sono quindi considerazioni squisitamente tattiche.

Vučić sa di godere di un momento di popolarità larghissima (gli ultimi sondaggi danno l’Sns ad uno stellare 49,5%) che difficilmente resterà a lungo agli attuali livelli record di approvazione e intende sfruttarlo giocando d’anticipo per gettare le basi per un progetto –  oggi del tutto realistico – di egemonia della scena politica serba sul medio-lungo periodo.

Per il premier una nuova campagna elettorale – che in Serbia è innanzitutto una sfida tra   leader – è quindi lo strumento naturale per ribadire la propria centralità politica e guadagnare spazio di manovra, con due anni ulteriori al governo. Un margine di sicurezza importante, soprattutto visto che l’economia serba – nonostante le promesse e i pesanti tagli alla spesa concordati con l’Fmi – stenta a ripartire, con prospettive che anche per il 2016 non appaiono entusiasmanti.

Per Vučić andare al voto adesso serve anche a riaffermare i rapporti di forza all’interno del partito e ridimensionare chiunque sia tentato dal mettere in discussione l’attuale leadership. Principale antagonista di Vučić, posizionatosi negli ultimi come anni paladino dell’ integrazione della Serbia nell’Ue, resta il fondatore del movimento ed attuale presidente della Repubblica Tomislav Nikolić, leader dell’ala Sns più sensibile all’influenza russa e meno apertamente “euro-entusiasta”.

Mentre il premier continua a dirigere i giochi, l’opposizione democratica, divisa e fragile, non sembra in grado di rilanciarsi come alternativa credibile, col Partito democratico e socialdemocratici dell’ex presidente Tadić dati rispettivamente al 6,8 e al 5,2%.

Al di là delle divisioni interne (nonostante i tentativi in corso di presentare un fronte comune), l’area democratica non ha ancora superato lo scacco subito da quando l’Sns – nato nel 2008 da una scissione del partito ultra-nazionalista radicale – si è riposizionato sullo spettro politico serbo appropriandosi della piattaforma pro-Ue, tradizionalmente appannaggio dei democratici.

A ostacolare il cammino dell’opposizione ci sono però altri fattori, più preoccupanti: negli ultimi anni l’influenza e il controllo dei media da parte del governo si sono fatti sempre più pesanti, lasciando sempre meno spazio alla critica. Al tempo stesso, le operazioni anti-corruzione – cavallo di battaglia di Vučić – colpiscono numerosi esponenti dell’opposizione. Secondo gli indagati, però, arresti ed indagini non sarebbero espressione di lotta al malaffare, ma semplice strumento di repressione politica.

Se la sinistra annaspa, la destra nazionalista sembra avere invece le carte per riaffacciarsi nel parlamento di Belgrado, grazie al voto di una parte crescente di elettori che non ha digerito la svolta europeista dell’Sns e la progressiva marginalizzazione della “questione Kosovo”.

I radicali dell’imputato all’Aja Vojislav Šešelj, si giocano l'endorsement del vice premier russo Dmitry Rogozin e sarebbero oggi al 6%, mentre la coalizione “Dveri – Dss” al 5,6% (la soglia di sbarramento in Serbia è al 5%). Difficile pronosticare che tipo di impatto potrebbero avere queste forze – le uniche dichiaratamente anti-Ue dello spettro politico serbo – sulla traiettoria futura del paese.

Per concludere, ad avere bisogno di nuove elezioni non è quindi la Serbia, quanto piuttosto Vučić, deciso a restare padrone incontrastato della scena politica anche negli anni a venire. Importante è capire come il leader dell’Sns intenda utilizzare il consenso di cui gode, senza precedenti nella storia recente del paese.

Senza chiudere le porte a Mosca, e nonostante l’incognita di un necessario ma difficile accordo sul Kosovo, Vučić sembra deciso nel suo ambizioso piano di portare la Serbia nell’Ue già nel 2020.Un governo forte potrebbe superare molti degli ostacoli sul cammino del paese. Il rischio è che una leadership incontrastata, con pesi e contrappesi democratici sempre meno efficaci, possa sfociare in un regime apertamente populista ed autoritario.

Francesco Martino, giornalista Osservatorio Balcani e Caucaso

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