Domenica, 14 Febbraio 2016 15:23

Per sconfiggere lo Stato Islamico, combattiamolo in Libia

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A fronte di una minaccia senza precedenti, si riscontrano dissensi e disaccordi fra i partner sulle priorità.


Ad esempio su chi sia da considerare il nemico pubblico numero uno, su quali metodi

seguire (persino all’interno dell’Alleanza Atlantica, in particolare se adottare azioni cinetiche o solo misure soft, o entrambe) e sugli obiettivi politici: cosa fare dopo la debellatio dello Stato Islamico, che comporta visione prospettica, paradigmi e strategie di uscita.


In altre parole, sul fronte principale manca l’unità di vedute. Inoltre, per un certo tempo, alcuni membri della coalizione a guida Usa hanno portato avanti la loro guerra da soli, trasgredendo un altro principio canonico della condotta delle operazioni: l’unità degli sforzi. Inoltre, l’innalzamento dei toni tra la Turchia e la Russia ha messo a nudo le contraddizioni che ostacolano la sua efficacia e creato spaccature.


Quanto agli approcci, la lotta all’Is non si può limitare alle sole milizie armate, dalle quali trae la sua forza. Occorre perseguire anche altri assi di intervento: i suoi canali di finanziamento, la sua cultura rozza e antiquata, la necessità di agire in società sconvolte dalla guerra eccetera.


Senza politiche e azioni coerenti, una strategia efficace è inconcepibile. Del resto, mancando la trasparenza, il gioco di ambiguità di alcuni partner ha creato una situazione tanto critica che i potenziali danni superano gli interessi individuali da difendere.


Nel contesto anzidetto, le attività militari della coalizione, iniziate alla fine di settembre 2014, sono state condotte con obiettivi, mezzi e scopi limitati; inoltre, vari partner importanti si sono gradualmente dileguati. Di conseguenza, con una coalizione che, non essendo riuscita a creare sinergie si è rivelata più virtuale che reale, non possiamo stupirci se questa forma di contenimento al risparmio non abbia ottenuto risultati strategici.


Quanto alla battaglia dei cuori e delle menti, dove le capacità soft possono assumere un ruolo decisivo, i termini del problema si spostano a lungo termine; qui l’ottenimento di un vantaggio strategico è di importanza fondamentale, al fine di sottrarre all’ideologia il suo potere di attrazione.


In termini di politica militare, l’insieme dei predetti fattori mette in evidenza gli ostacoli di uno scenario inedito, composto da agende in contrasto. Queste derivano dal riemergere del lungo conflitto confessionale sunniti-sciiti che ha riacceso le tensioni regionali e dalle dinamiche euroatlantiche nell’Europa orientale dell’epoca post-guerra fredda.


Di queste, mentre le prime due tipologie di conflitto agli estremi e le lotte interne sembrano gestibili disinnescando le tensione fra gli attori maggiori attraverso il rafforzamento della dimensione politica, diplomatica e del civismo, la minaccia principale, vale a dire l’Is, deve essere affrontata e sconfitta con azioni militari risolute per distruggere la sua leggenda di invincibilità, ma non solo.


Ciò implica occupare Raqqa e Mosul: qui la sfida da superare è mobilitare un tale sforzo bellico e risvegliare i cuori e le menti per dare vita a un’opposizione interna, precondizione per sradicarlo. In realtà, nell’area sunnita, c’è una grande diffidenza nei confronti della politica di Baghdad.


Per ovviare al predetto gap e accelerare l’erosione dell’Is le forze di Usa, Russia e Francia hanno incremento i loro assetti e la logistica, intensificando il ritmo delle operazioni: alcuni risultati sono già visibili. Ma l’interazione tra le coalizioni esistenti pone l’esigenza di risolvere inevitabili interferenze nella sfera politica e sul terreno.


Nelle cosiddette guerre umanitarie, la linea del fronte si è spostata all’interno delle città, dove la barbarie delle controparti irregolari è divenuta una sorta di metodo; si deve tener anche conto gli aspetti umanitari di questo tipo di intervento armato.


Sul terreno, i recenti successi ottenuti dall’Is all’esterno sembrano controbilanciati da alcuni fatti: il territorio occupato dallo Stato Islamico in Medio Oriente è quasi circondato da un ambiente sempre più ostile: in seguito alle pesanti perdite subite a Kobane e Sinjar, l’Is ha raggiunto il suo punto culminante ed è contenuto nella sua homeland.


Quanto al modus operandi, l’attuale situazione ha portato a un ripensamento sulle modalità seguite per “ridimensionare e infine sconfiggere la minaccia dell’Is”. Gli Usa dell’off-shore balancing, nell’escludere definitivamente “operazioni terrestri in Asia”, hanno messo in campo nuove forme di operazioni militari, come ad esempio l’impiego a distanza dei droni in tandem con le Forze speciali in loco.


Nel nostro caso, si tratta di un tipo di intervento “limitato”, nel quadro di una strategia di logoramento che comporta anche altri tipi di azione (traccia dei flussi finanziari e così via), creando delle capacità locali. Questo schema di funzionamento è diventato così strutturato per essere assunto come parte integrante di una strategia integrale, rebalancing per l’appunto, piuttosto che di un cambiamento di tattiche.


Applicata sul terreno mediorientale, essa si trova dinanzi al limite di organizzare un’azione congiunta di curdi, iracheni e altri vicini: finora, interessi divergenti hanno reso impossibile un’azione unitaria, dato che ciascuno di questi sembra capace e disposto a difendere il proprio territorio e nient’altro. Inoltre, ciascuno degli attori esterni ha i propri timori in materia di sicurezza.


In questa condizione, al fine di ottenere effetti significativi, risultano perseguibili il rafforzamento degli scambi di tra i servizi di intelligence, un uso del potere aereo massiccio e coordinato, nonché la lotta soft alla propaganda dell’Is. In breve, i limiti dei jihadisti e le restrizioni/costrizioni della coalizione che li combatte hanno portato a un equilibrio su cui può incidere l’opera di logoramento nel territorio madre.


Questa diagnosi e gli sviluppi locali portano a concentrarsi dove c’è condivisione di obiettivi: in Libia. Essa è il terreno dove l’azione contro l’Is, a richiesta o di concerto con le autorità locali, appare la più appropriata. In tale prospettiva, l’obiettivo da raggiungere è quello di battere lo Stato Islamico in periferia e “ridimensionarlo” nel suo epicentro: la sua sconfitta in una diramazione periferica potrebbe avere significato più che simbolico ai fini della sicurezza delle attività di peace building.


Carta di Laura Canali


In Libia dunque, dove sono presenti al largo due operazioni navali (Mare Sicuro e EuronavFormed), parallelamente all’azione politica con gli sponsor esterni e le entità clanistico-tribali in conflitto fra di loro sarebbe opportuno dar vita a un processo inclusivo, con i gruppi che controllano le milizie.


Risolvere la situazione libica aiuterebbe a controllare il sottostante problema della migrazione: il paese è una porta aperta a tutti. In termini politico-militari è impossibile pacificare, nel senso di portare avanti attività di peace building senza una fase impositiva (peace enforcing), che deve essere beninteso sorretta da legittimità internazionale.


In condizioni di sicurezza critiche come quelle esistenti in Libia, i governi assistiti necessitano aiuto esterno per imporre la legge e l’ordine, in specie quando le istituzioni sono fragili e la minaccia reale si combina con vaste aree da controllare. Senza perdere di vista l’assistenza per le economie rese fragili da anni di sconvolgimenti, come nel caso della Tunisia, per evitare la ricaduta.


In breve: peace building, comprensiva di fondi per emergenza umanitaria. Ma, prima che la situazione degeneri irreversibilmente, occorrerebbe una rimonta militare in quadri di intervento allargati (includendo quindi anche elementi del vicinato per evitare che la presenza straniera causi reazioni di rigetto) in modo da consentire l’agibilità dei governi, abbinata ad azioni diplomatiche e di rimessa a posto del paese assistito, nonché fondi per l’emergenza umanitaria.


In questa inquadratura anche l’Europa ha i suoi doveri, per ragioni di prossimità: di fatto, in materia di sicurezza, la contiguità implica responsabilità, nel nostro caso la citata assistenza alla ricostruzione del paese. Prendere l’iniziativa conferisce una sorta di sopravvento temporaneo, che, se sfruttato pienamente, concede dividendi politici e d’immagine.


In questo contesto, solo un accordo Usa-Russia e di conseguenza Arabia Saudita-Iran può portare a un vero cambiamento, divenuto impellente vista anche la situazione ad Aleppo. Gli Usa di oggi mantengono, nonostante tutto, i rapporti con Mosca e sono il partner indispensabile sia per il loro potenziale militare nonché per la direzione strategica delle operazioni, sia per l’equilibrio tra le parti in causa, in particolare tra sunniti-sciiti.


L’inatteso incontro a Cuba tra il primate della Chiesa ortodossa russa e papa Francesco, ha alla base anche una comune preoccupazione per i cristiani di quelle contrade; il papa gode, oltre al credito morale, della reputazione di honest broker, dimostrato anche con l’incontro con il premier iraniano Rouhani.


L’incontro storico non può che giovare alla questione ucraina e siriana (mano pesante ad Aleppo) e, di conseguenza, alle relazioni con Usa e Ue. La località scelta ricorda sia una crisi che nel 1962 portò le due superpotenze sull’orlo del conflitto nucleare e fu risolta grazie anche ai servigi del Vaticano, sia il ripristino delle relazioni Usa-Cuba. Il fragile accordo di monaco Kerry- Lavrov (12 febbraio) su aiuti umanitari e cessate il fuoco in Siria è un pur sempre indicatore di una certa tendenza.


Resta da vedere se negoziazioni serie ed eque possano disperdere la sfiducia esistente tra le parti in causa e di far passare il messaggio che il futuro della regione e degli Stati sfibrati dalle guerre in corso trascende gli interessi di parte,che possono solo peggiorare l’attuale situazione


Che la chiave di volta passi di nuovo per Roma? Forse, tertium non datur, ma vale anche l’opposto. In ogni caso, potrebbe lastricare la strada per un intenso periodo politico diplomatico. In effetti, le sole tensioni presenti in Europa all’epoca della chiusura della Cortina di Ferro, portarono all’impianto di una architettura estesa anche a una vasta area, considerata come “Fianco Sud”, e all’impianto di una apposita organizzazione trasversale, l’Osce.


Stupisce quindi che nel Medio Oriente martoriato da conflitti, l’unica organizzazione trasversale del genere, il Processo di Barcellona-Unione per il Mediterraneo, sia ancora in fase di stallo, per il condizionamento della ripresa delle attività alla soluzione del problema israelo-palestinese, sancita dall’ex presidente egiziano Hosni Mubarak alla vigilia delle “primavere arabe”.


Tra i vari deficit, essa non includeva attori di rilievo come l’Arabia Saudita e l’Iran. Peraltro, la citata policy dell’off-shore balancing privilegia le alleanze all’abbisogna come quella con i curdi siriani, che creano non pochi problemi a chi deve pianificare le operazioni.


Occorre dunque un intenso lavoro di trasformazione e adattamento (anche come modo di relazionarsi) al nuovo contesto. Se da un lato il dialogo tra parti che non si sono mai incontrate serve a stemperare le tensioni, dall’altro il proliferare di formato ad hoc (del tipo “amici per la…”) non consente la gestione uniforme di tutti i fattori concorrenti.


Dopo Barcellona è possibile un Processo di Roma d’envergure? Chi sa? Omen nomen, l’ipotesi non è poi peregrina, visto che, come dicono gli storici, il Mediterraneo costituì un’unica entità sotto Roma. Di certo occorre affrettarsi affinché le prospettive dei giacimenti di prodotti energetici nell’Egeo e nel bacino del Levante nonché il progetto cinese di ripristino della via della Seta trovino condizioni dia contorno favorevoli.

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