Giovedì, 11 Febbraio 2016 15:12

Algeria, cosa cambia con la nuova Costituzione?

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Il 7 febbraio 2016 è stata approvata da un’estesa maggioranza parlamentare la nuova Costituzione algerina. Un testo atteso dal 2011, da quando sull’onda delle Primavere arabe che avevano scosso la regione

– e marginalmente anche l’Algeria – il presidente Abdelaziz Bouteflika aveva cominciato delle lunghe consultazioni con le parti politiche, per arrivare alla stesura di una rinnovata Carta fondamentale della Repubblica. In un paese sull’orlo dell’abisso a causa del crollo del prezzo del petrolio che, insieme al gas, costituisce la quasi totalità delle esportazioni, l’intento di Bouteflika, rieletto per la quarta volta nel 2014, era quello di presentare ai suoi concittadini e al mondo intero una nuova Algeria, più democratica e aperta alla partecipazione di tutte le sue componenti. Perché allora non c’è stato quel grande entusiasmo che “il potere” si aspettava?

Innanzitutto la modalità: si è scelta la via parlamentare e non il referendum per l’avallo definitivo. L’Assemblea nazionale, dominata dallo storico Front de Libération Nationale e dal suo “gemello” Rassemblement Nationale Démocratique, non ha avuto difficoltà nell’approvazione. Era forse auspicabile un referendum popolare, preceduto da un dibattito in tutte le wilaya (province), per sancire se la nuova Carta di principi e valori alla base del funzionamento del sistema politico-organizzativo del paese fosse accettata da tutti i suoi cittadini? La risposta appare scontata, ma non è detto che gli algerini avrebbero partecipato in massa a una tale consultazione, sia perché non vi è grande fiducia nella trasparenza delle procedure elettorali, sia perché non si tratta del primo e di certo non dell’ultimo rimaneggiamento costituzionale intervenuto dall’indipendenza (1962) a oggi. La prima Costituzione è del 1963, sospesa nel 1965 dopo il colpo di Stato militare di Houari Boumedienne; il nuovo testo del 1976 (approvato via referendum dal 99% dei votanti) sarà abrogato nel 1989, quando, a seguito della “Primavera algerina”, l’Algeria si doterà di una nuova Carta garante del multipartitismo e delle libertà di ogni sorta. Questa sarà a sua volta rivista nel 1996 – nella fase calante della sanguinosa guerra civile degli anni Novanta iniziata con l’altro colpo di Stato militare, quello del 1992 – e ancora emendata nel 2002 e nel 2008. L’attuale presidente, in carica dal 1999, ha una certa dimestichezza – si potrebbe dire – nel trattare questo testo: l’ultimo ritocco, quello del 2008, era stato indispensabile per consentirgli di ricandidarsi oltre il secondo mandato. Una modifica che gli era costata la perdita di una parte (ancorché minimale e piuttosto dell’élite intellettuale) di quel vasto consenso, ottenuto con il processo di riconciliazione nazionale che aveva posto fine alla guerra civile. Nel preambolo della nuova Costituzione, il processo di riconciliazione nazionale è posto a fianco della guerra di liberazione, come momento edificante della Repubblica: «Ciò vuol dire che l’avvenimento fondatore della (ri)nascita dell’Algeria che si voleva democratica, giusta e popolare è comparabile alla guerra che ha messo fine alle prime speranze democratiche di questo paese?», si domandano gli autorevoli autori dell’articolo “Costituzione di uno Stato o Costituzione di un regime?” pubblicato sul quotidiano nazionale El Watan1.

Ora, l’attuale Costituzione ripropone il limite dei due mandati, fondamentale nella vita democratica di qualunque paese: ma quanto è credibile questa disposizione “imposta” proprio da colui che è riuscito a farsi rieleggere, in una situazione al limite del paradosso, per la quarta volta due anni fa? Altra novità riguarda il riconoscimento del berbero (il tamazight) come lingua nazionale e ufficiale. Una ufficializzazione molto attesa, sulla falsariga di quella sancita dalla nuova Costituzione marocchina del 2011. La prima rivendicazione per il riconoscimento della lingua e cultura propria delle antiche popolazioni originarie del Nord Africa, oggi ancora parlata da circa un quarto della popolazione algerina per lo più residente nella regione della Cabilia, è del 1980. Da allora movimenti e manifestazioni hanno portato a scontri spesso violenti con gli apparati di potere, dato che la richiesta di ufficializzazione della lingua degli “uomini liberi” andava di pari passo con quella per la democrazia e la partecipazione politica. Come avvenuto in Marocco, tuttavia, al tamazight non viene conferita pari dignità dell’arabo, che rimane “la” lingua ufficiale. Inoltre l’ufficializzazione è sottomessa, anche in Algeria, come nel paese vicino, a un lento processo di formalizzazione linguistica, attraverso l’istituzione e messa in funzione di un’Accademia di lingua amazigh che dovrà pronunciarsi sui modi (il nodo dell’alfabeto) e i tempi di implementazione della norma costituzionale.

Altre disposizioni sono state aggiunte allo scopo di mostrare un nuovo volto dell’Algeria – come per esempio l’obbligo per il capo dello Stato di scegliere il primo ministro tra le fila del partito che ha ottenuto la maggioranza dei voti –, ma resta il fatto che l’Algeria non potrà avviarsi verso una reale transizione democratica fino a che la generazione di militari che ha portato il paese all’indipendenza non lascerà il posto al “nuovo” e fino a che le Carte costituzionali saranno utilizzate come programmi politici e di governo, piuttosto che come testi intoccabili e portatori di valori e principi uguali per tutti.     

 


1. Fatma Oussedik (sociologo), Khaoula Taleb Ibrahimi (linguista), Louisa Driss Aït Hamadouche (politologo) et Fatiha Benabbou (Professoressa di Diritto). L’articolo in questione è apparso su El Watan, lo scorso 2 febbraio: http://www.elwatan.com/actualite/constitution-d-un-etat-ou-constitution-d-un-regime-02-02-2016-313476_109.php    

Caterina Roggero, dottore di ricerca in Storia delle Relazioni internazionali e cultrice della materia Storia e Istituzioni dell’Africa presso l’Università degli Studi di Milano. È autrice di L'Algeria e il Maghreb. La guerra di liberazione e l'unità regionale, Milano-Mimesis, 2012.

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