Giovedì, 11 Febbraio 2016 13:10

Il complicato e decisivo viaggio di papa Francesco in Messico

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In appena tre anni, papa Francesco ha già visitato cinque nazioni dell’America Latina. Nel 2013 è  stato in Brasile; nel corso del 2015, dapprima in Paraguay, Ecuador e Bolivia, poi a Cuba.


La scelta di

questi paesi non è stata ovviamente casuale. Se con il primo si è trattato di onorare l’impegno assunto dal predecessore Benedetto XVI (Giornata mondiale della gioventù), con gli ultimi tre il pontefice ha voluto chiaramente dimostrare che la guida del cattolicesimo mondiale non teme, nel suo continente come altrove, di inseguire le “rivoluzioni” del nuovo millennio, o quelle che si trascinano dal secolo scorso.

Anzi, nelle intenzioni di Bergoglio vi è probabilmente l’obiettivo, se non proprio di guidare, quantomeno di accompagnare tali “rivoluzioni” sulla strada del dialogo e del confronto. Ciò è accaduto, ad esempio, nel caso del percorso di trasformazione di Rafael Correa.


Il presidente dell’Ecuador è un politico riformatore, radicale su principi e valori e pragmatico nell’azione di governo e nella gestione delle risorse nazionali. Ha allontanato il paese dal solco liberista e stabilito un maggiore controllo statale sull’economia, stabilito la gratuità dell’istruzione e della sanità, garantito maggiori tutele alle popolazioni indie.


È il caso anche della Bolivia di Evo Morales, il primo presidente indio, già esponente di punta dei cocaleros, promotore di uno Stato multiculturale con base su “nazioni e popoli indigeni”, sancito dalla costituzione del 2009, e di una democrazia popolare partecipativa e forme di autogoverno.


Questo intento è emerso, infine, nel caso di Cuba. Qui Bergoglio, forse ancor più dei suoi due predecessori, ha dimostrato di volere aprire tempestivamente un dialogo diretto con l’ultimo bastione del socialismo reale. Sul suo viaggio a Cuba del settembre scorso è stato detto e scritto tanto. Basti ricordare come Papa Francesco abbia giocato un ruolo decisivo nella normalizzazione tra Cuba e Stati Uniti, in atto dal dicembre del 2014, entrando in scena al momento giusto, ossia quando i due paesi avevano bisogno per ragioni diverse di uno stimolo ulteriore per compiere un passo di tale importanza.


Il nuovo pontefice è andato addirittura oltre, come testimonia la scelta di accogliere con favore che lo storico incontro con il patriarca della Chiesa ortodossa russa, Kirill, si tenga proprio sull’isola caraibica. Cuba “crocevia nel mondo di oggi”, stando alle parole del direttore della Sala Stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi.


Come è stato sottolineato da Piero Schiavazzi, l’obiettivo dei viaggi nel subcontinente e, se vogliamo, dell’intero pontificato di papa Bergoglio, potrebbe essere ricondotto proprio al tentativo di “transitare da una percezione costrittiva e conservatrice del cattolicesimo a una progressiva e riformatrice”, che in America Latina più che altrove assume un significato peculiare. Non solo per la percentuale di cattolici presenti, ma anche per l’evoluzione politica, economica e sociale dei paesi della regione tra la fine del secolo scorso e questo primo scorcio di millennio.


In America Latina si concentra infatti quasi il 40% dei cattolici a livello mondiale: il Brasile è al primo posto, con oltre 133 milioni, seguito dal Messico con 96 milioni di credenti. L’area “più cattolica” del pianeta, quindi, ma anche la regione più diseguale del pianeta (stando ai dati della Cepal).


È stato raggiunto il primo degli obiettivi del Millennio che erano stati indicati, ossia quello di dimezzare nel periodo 1990-2015 la percentuale di persone il cui reddito è inferiore a 1,25 dollari al giorno: la percentuale è passata dal 12,6% del 1990 al 4,6% del 2011. Ma il fenomeno della povertà, che continua a colpire soprattutto donne, bambini e popoli originari, è stato tutt’altro che debellato.


Nonostante la presenza di fattori “positivi” come l’aumento dell’occupazione, la riduzione della differenza salariale tra lavoratori qualificati e non qualificati, l’incremento della spesa sociale, la diseguaglianza costituisce ancora oggi uno degli elementi più caratterizzanti del contesto economico-sociale latinoamericano.


Inoltre, sebbene la regione abbia fatto rilevanti passi in avanti nella direzione della riduzione della denutrizione infantile globale, vi sono ancora 7,5 milioni di bambine e bambini di età inferiore ai 5 anni che soffrono di sottoalimentazione cronica.


Insomma, un contesto economico-sociale contrassegnato da luci e ombre, le cui radici affondano, se non si vuole andare troppo indietro nel tempo, negli anni Novanta del secolo scorso, quando, con l’applicazione del “Consenso di Washington”, anche in America Latina si giunse alla diminuzione dell’inflazione e del debito pubblico, al prezzo di draconiani tagli alla spesa pubblica e di nuove crisi, come quelle che investirono il Messico nel 1994, il Brasile nel 1998 e l’Argentina nel 2001.


Anche per questo, a partire più o meno dal 2003, diversi paesi hanno messo in discussione l’impianto neoliberista dominante. Tanto più che nel frattempo si era registrata una nuova difficile congiuntura economica nel quinquennio 1998-2002, che spinse la Cepal a parlare di “mezzo decennio perduto”.


Tale cambiamento di rotta da parte dei governi latinoamericani ha portato a una rivalutazione del ruolo dello Stato. Ciò in alcune repubbliche si è tradotto in tentativi più o meno riusciti di mitigare sul piano sociale gli effetti maggiormente nefasti delle regole di mercato e di imboccare la strada di un capitalismo più regolamentato; in altre, come Venezuela e Bolivia, ha portato a manifestazioni di maggiore radicalismo caratterizzate dalla volontà – più sbandierata che effettiva – di procedere al superamento del capitalismo stesso.


Il tasso di crescita del subcontinente è cominciato ad aumentare, superando sempre il 4% sino alla crisi economica mondiale iniziata alla fine del 2008, che ha avuto però – a parte qualche eccezione come quella del Messico, troppo dipendente dagli Usa – un impatto tutto sommato modesto, se è vero che la regione è tornata a crescere dal 2010 a ritmi simili a quelli precedenti.


L’America Latina ha beneficiato di uno scenario esterno a essa favorevole, con bassi tassi di interesse, aumento degli scambi internazionali e dei prezzi delle materie prime. Tra il 1991 e il 2000, il volume delle esportazioni è cresciuto a un ritmo del 9,3% annuo e, dopo una leggera battuta d’arresto, a partire dal 2004 si è attestato nuovamente su valori simili.


Gli aspetti positivi di tali sviluppi sono stati, però, compensati da un aumento ancora più marcato delle importazioni, specie nella parte meridionale della regione. Inoltre, il ciclo di prosperità è dipeso in maniera eccessiva dall’esterno e dal capitale finanziario; un altro limite va individuato nello storico problema del debito estero, ancora oggi pari grosso modo al 20% del pil dell’area.


Questa tendenza è stata favorevole sino al 2013, ma è peggiorata nel biennio successivo, con previsioni tutt’altro che incoraggianti per il 2016, a causa, in particolar modo, del calo dei prezzi delle materie prime e degli investimenti. Secondo la Cepal le economie dei paesi dell’America Latina e dei Caraibi cresceranno quest’anno solo dello 0,2%.


Queste dovranno inoltre affrontare nuovi scenari e rischi posti dall’economia mondiale, che senza dubbio ne condizioneranno la crescita. Si prevede, infatti, che la crescita globale continuerà a essere lenta, attestandosi intorno al 2,9%, mentre persisteranno le incertezze relative alla Cina, uno dei principali soci commerciali della regione, che proseguirà con la sua decrescita fino al 6,4%.


La conseguenza è che le importazioni di materie prime (agricole o minerarie) sono diminuite e ciò ha provocato un crollo dei prezzi che colpisce duramente i paesi latinoamericani esportatori di idrocarburi e di minerali (quali da un lato Venezuela e Messico, dall’altro Perù e Cile) e di soia, come Argentina e Brasile.


Le crisi politiche che hanno vissuto o stanno vivendo questi ultimi due paesi e il Venezuela dipendono anche da questo andamento.


Naturalmente, come è accaduto per il triennio 2013-15, anche in questo caso i condizionamenti esterni avranno effetti molto diversi a seconda dei paesi della regione. Se l’America centrale crescerà intorno al 4,3%, l’America meridionale subirà una contrazione dello 0,8% del pil, spiegabile, in primo luogo, con le frenate del Brasile (-2%) e del Venezuela (-7%).


Secondo le proiezioni della Cepal, Panama guiderà la crescita regionale con un’espansione del 6,2%, seguita dalla Repubblica Dominicana (5,2%), e dalla Bolivia (4,5%).


Alla luce di tutto questo, dovrebbe risultare evidente come l’ingresso in scena di Bergoglio coincida con una nuova fase di mutamenti economici, ma anche del quadro politico e degli equilibri regionali, che potrebbe condurre, da qui a breve, a un rallentamento dei processi di lotta alla povertà e di inclusione sociale.


La “svolta a sinistra” del subcontinente latinoamericano della quale si parlava a inizio millennio, con la stragrande maggioranza dei paesi governata da leader, partiti e coalizioni di sinistra o di centro-sinistra, sembra essere ormai soltanto un lontano ricordo.


Lo stesso Venezuela bolivariano vive una fase di crisi profonda, tale da non rendere azzardata la previsione di un’ascesa al potere nel prossimo futuro dell’opposizione, sebbene questa sia ancora molto divisa e non abbia un chiaro progetto politico che vada oltre l’abbattimento dell’attuale governo.


Un esito di questo tipo inciderà inevitabilmente anche sui progetti di cooperazione messi in campo negli ultimi anni e, più in generale, sull’asse alternativo agli Stati Uniti, rappresentato proprio da Venezuela, Ecuador, Bolivia e Cuba. Da quest’asse si è recentemente sganciata l’Argentina, dopo la vittoria di Mauricio Macri che ha messo fine al longevo governo di stampo nazional-populista dei Kirchner.


Notevoli difficoltà stanno attraversando anche i governi di Dilma Rousseff in Brasile e di Michelle Bachelet in Cile, a dimostrazione di come gli equilibri dell’area stiano effettivamente mutando, al pari dei rapporti tra nord e sud delle Americhe e delle relazioni tra continente e il resto del mondo.


Il Messico, meta di Bergoglio, rappresenta la quintessenza degli attuali mali e drammi che affliggono la regione: disuguaglianza economica e sociale, criminalità, violenza, violazione dei diritti umani, corruzione, narcotraffico, flussi migratori.


Si possono citare due casi tristemente noti anche in Italia, che racchiudono quasi tutti gli aspetti poc’anzi indicati: la scomparsa, nel settembre del 2014, di 43 studenti mentre si recavano a Città del Messico e l’assassinio, il 2 gennaio del 2016, della giornalista Gisela Mota del Partito rivoluzionario democratico, appena eletta sindaco di Temixco.


Il paese dell’America settentrionale è attualmente guidato da Enrique Peña Nieto, esponente del Partido Revolucionario Institucional, giunto alla presidenza nel 2012, dopo la parentesi di 12 anni di governo del Partido Acción Nacional. In maniera non dissimile dai suoi due predecessori (Vicente Fox nel 2000 e Felipe Calderón nel 2006), al centro dell’agenda di governo di Peña Nieto figurano i temi della sicurezza e del narcotraffico.


Tuttavia, malgrado l’ampliamento dei poteri dell’esercito federale, la riorganizzazione di alcune strutture investigative e il varo di programmi mirati (ereditati, per lo più, dall’esecutivo Calderón), i risultati in questo campo sono stati sinora a dir poco deludenti.


Ai pochi arresti di capi e di esponenti dei cartelli della droga, tra cui, di recente, quello spettacolare di “el Chapo” Joaquín Guzmán, e di membri corrotti degli organi di sicurezza e di polizia, hanno fatto da contraltare un’eccessiva militarizzazione della difesa interna e, paradossalmente, un’esponenziale crescita della violenza (totalmente fuori controllo nelle città di frontiera). Vioilenza diretta, in particolare, contro le donne di Ciudad Juárez – non a caso, una delle tappe della visita pastorale – e di giornalisti.


L’impennata di violenza si è avuta soprattutto negli ultimi anni, quando, a fronte di un dichiarato maggiore impegno nella lotta alla criminalità organizzata, decine di migliaia di persone hanno perso la vita in maniera cruenta.


La visita in Messico, quindi, assume per papa Francesco un significato diverso dalle altre realizzate. Come ha scritto Emilio González, essa rappresenta una sfida di grande portata, che costringerà il pontefice a muoversi come un “trapezista” per camminare “sulle sabbie mobili della politica e della società messicana in tempi di prolungata crisi dei diritti umani”.


A questa difficoltà oggettiva e ineludibile bisogna aggiungere le complicazioni che hanno riguardato la sua preparazione e organizzazione. Al precoce invito del presidente Peña Nieto, giunto all’indomani dell’assunzione del mandato da parte di Bergoglio a marzo 2013, ha fatto seguito dapprima il silenzio della Santa Sede, poi una timida apertura e infine una pausa di riflessione, nel 2014, a causa della recrudescenza della violenza e delle violazioni dei diritti umani.


A complicare ulteriormente il quadro ci ha pensato, nel febbraio del 2015, lo stesso pontefice, che in un messaggio privato a un amico argentino si è lamentato del rischio di “messicanizzazione” del suo paese (“I vescovi messicani mi hanno detto che la situazione con il narcotraffico è terrificante”).


L’episodio in questione ha spinto il governo messicano a inviare una nota di protesta al Vaticano (l’ultima risaliva al 1862, ai tempi del liberale Benito Juárez, quando Città del Messico comunicò la rottura delle relazioni diplomatiche), cui sono seguite le scuse di Bergoglio che hanno chiuso il caso. Non del tutto, se si considera che nel suo mini-tour in America Latina dell’anno scorso il pontefice ha deciso di non includere il Messico. Oggi però è partito.


Sarà interessante osservare se alcuni temi saranno presenti o meno nell’agenda pastorale e politica del pontefice. Innanzitutto, è possibile domandarsi se Bergoglio valorizzerà il duro lavoro svolto in questi anni da organizzazioni e movimenti cattolici della società civile in difesa dei diritti umani e della lotta alla criminalità organizzata, o se, al contrario, sceglierà di non scontrarsi apertamente con il governo per evitare un nuovo raffreddamento delle relazioni diplomatiche.


Non si tratta di una scelta di poco conto: la questione dei diritti umani ha un’alta valenza politica e in gioco vi sono interessi divergenti: un eccesso di accondiscendenza nei confronti del governo potrebbe debilitare il capitale sociale e simbolico guadagnato in questi anni dai movimenti cattolici di base, mentre una presa di posizione dura ed esplicita in difesa dei diritti umani rischierebbe di “irritare” l’amministrazione di Peña Nieto.


Nondimeno, Bergoglio dovrà fare un ulteriore passo in avanti rispetto al suo predecessore Benedetto XVI, il quale nel 2012, a Guanajuato, a proposito del narcotraffico lanciò un appello a “smascherare il male”.


Per quanto attiene alla Chiesa cattolica messicana, l’interrogativo è se il pontefice proverà a scuoterla dalle sue pratiche preconciliari (in particolare, l’insistenza su precetti tradizionali e restrittivi) e da un’eccessiva ostinazione per l’agenda morale in luogo di quella sociale; a farle capire l’importanza di accogliere le sollecitazioni provenienti dal basso e di assumere la guida delle organizzazioni cattoliche, evitando di preoccuparsi esclusivamente di portare avanti una sorta di politica di appeasement nei confronti delle autorità civili e politiche messicane.


In sintesi, bisogna domandarsi se per il successore di Pietro la Chiesa locale, come tutte le altre in giro per il mondo, deve, sull’esempio che lui stesso sta fornendo con quella romana, aprirsi maggiormente alla società, non essere verticistica e ridurre la distanza che esiste tra la gerarchia e la base (in prima fila nella difesa dei diritti umani e delle vittime della violenza); e capire che la manifestazione dell’identità cattolica nell’arena pubblica e politica, in Messico come altrove, non può ridursi alle proteste contro l’aborto o il matrimonio tra persone dello stesso sesso, ma tradursi in azioni concrete ed esperienze dirette.


Non si tratta, naturalmente, di un compito facile. Nemmeno per questo papa, che ha fatto della “questione sociale” uno dei punti cardine della propria agenda pastorale e politica. E non lo è tanto più in una nazione la cui storia passata e recente rappresenta un vero e proprio rompicapo per la “cattolicità”.


Il Messico è stato sì il centro del potere coloniale, ma è stato anche il paese che ha sperimentato la prima rivoluzione dell’età contemporanea, che ha adottato una costituzione, nel 1917, con una forte impronta anticlericale (esclusione della Chiesa dalla sfera educativa, istituzione del matrimonio civile, confisca dei beni immobili, ecc.), che ha ospitato uno dei più aspri conflitti tra Stato e Chiesa, la cristiada (dal 1926 al 1929).


Eppure, nonostante le limitazioni giuridiche previste dal dettato costituzionale, la Chiesa cattolica messicana ha sempre potuto svolgere le sue attività sociali con relativa libertà, anche perché la legislazione anticlericale è rimasta nella maggior parte dei casi lettera morta. Con la riforma del 1992 sono state eliminate alcune leggi dalla Costituzione e normalizzate le relazioni diplomatiche; la stessa gerarchia messicana, a differenza delle altre confessioni, è sempre stata un interlocutore privilegiato del governo.


Tutto ciò, a dispetto della costante difficoltà dimostrata dalla Chiesa messicana nel comprendere e interpretare i mutamenti della società e, soprattutto, nell’accettare e confrontarsi con uno Stato fieramente laico. Se infatti la laicità mise le radici in Messico già alla metà dell’Ottocento (la costituzione del 1857 introdusse la libertà di culto), rafforzandosi soprattutto con la rivoluzione del 1910-17, la Chiesa ha da sempre evidenziato la tendenza ad arroccarsi nel proprio conservatorismo, ostinandosi fino a oggi a tentare di dimostrare l’esistenza di un’identità messicana come “cattolica-guadalupana”. Significava, in pratica, dimostrare la presenza nell’identità nazionale messicana di un forte sostrato cattolico o, quantomeno, cristiano; identità che avrebbe dovuto trovare, in quest’ottica, la propria maggiore espressione nella religiosità popolare.


Una presunta identità smentita dalla storia. Insomma, il clero messicano si è sempre impegnato con profusione di risorse e di energie al fine di riarticolare la relazione tra Chiesa e Stato sancita nella carta costituzionale; e a “riscrivere” anche la storia nazionale, non accettando quella che considera una schizofrenica relazione tra un popolo cattolico e un regime liberale e anticlericale.


Nondimeno, il Messico è sempre stato un paese profondamente cattolico, con una popolazione quasi esclusivamente cattolica. Almeno fino alla metà del Novecento: a partire da allora, e con un crescendo negli ultimi tre decenni del secolo scorso, il panorama religioso è notevolmente cambiato.


Se nel 1950, infatti, i non cattolici rappresentavano l’1,8% della popolazione, nel 2000 questa percentuale era già salita al 12%, mentre il tasso di crescita dei gruppi evangelici e di altre chiese (come mormoni e testimoni di Geova) diventava addirittura più alto di quello dei cattolici. Questo significa che, attualmente, in Messico ci sono oltre 12 milioni di messicani non cattolici.


Ciò che sta accadendo si iscrive in una cornice regionale di forte crescita dei gruppi evangelici (termine che nel subcontinente può riferirsi a ogni cristiano che non sia cattolico), al punto che oggi il cattolicesimo non ha più il monopolio del cristianesimo in America Latina.


Secondo un’indagine del Pew Research Center, nel 2014 il settore evangelico ha raggiunto il 19% della popolazione totale del subcontinente a fronte del 69% dei cattolici. Tuttavia, ciò che più colpisce è la crescita vertiginosa degli ultimi decenni: se, infatti, nel 1910 solo l’1% dei latinoamericani era evangelico (94% cattolico), nel 1950 questa percentuale era già salita al 3% e nel 1970 a 4% (92% i cattolici): una crescita, quindi, del 15% in poco più di 40 anni.


La visita in Messico e in generale il grande impegno profuso sinora da Bergoglio e dalla Santa Sede verso l’America Latina devono essere letti anche in quest’ottica, cioè sulla base della necessità di arrestare una repentina emorragia di fedeli a fronte di un incremento vertiginoso delle altre chiese cristiane (dei pentecostali, in particolar modo) che alcuni studiosi definiscono in termini di “esplosione protestante”.


Bergoglio torna nel continente a distanza di 48 anni dalla prima visita di un pontefice in America Latina: quella di Paolo VI, che si recò in Colombia nel 1968 in occasione della seconda conferenza episcopale tenutasi a Medellín. Lo fa con la volontà, neanche troppo velata, di riportare la Chiesa cattolica a una linea pastorale più progressista, caratterizzata dall’impegno in favore dei poveri e degli oppressi.


Esattamente come accadde nel corso degli anni Sessanta e Settanta del Novecento, quando la Chiesa segnalò l’incompatibilità tra miseria materiale e vita spirituale, denunciò le ingiustizie e la violenza del sistema socioeconomico ai danni delle masse, si dichiarò a favore della trasformazione delle strutture sociali, fece sentire con forza la propria voce in difesa dei diritti umani, insistendo su libertà eguaglianza e democrazia.


In una parola, quando la Chiesa cattolica si impegnò politicamente.

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