Martedì, 09 Febbraio 2016 16:12

Papa Francesco e il Messico “profondo”: tra diplomazia, pace e diritti umani

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Il prossimo viaggio apostolico di papa Francesco, negli Estados Unidos Mexicanos, riveste una serie di significati dal forte valore simbolico, che sono andati via via ridefinendosi nel corso degli ultimi mesi

intercorsi tra l’annuncio della missione e la sua realizzazione. A un primo livello infatti il viaggio rappresenta un tassello importante di una politica diplomatica globale messa in atto dal pontificato e che interpella le istituzioni statual-nazionali e gli organismi sovranazionali rispetto ad alcune emergenze planetarie: dalla questione ambientale balzata al centro dell’enciclica Laudato Si, al dramma di migranti e profughi, dalla tutela dei diritti umani alla denuncia di tragedie belliche sempre più frammentarie e prive di governance internazionale (“la guerra a pezzi” più volte evocata in occasione del centenario del primo conflitto mondiale). A un secondo livello, il viaggio messicano rappresenta un pezzo particolarmente importante e delicato del mosaico latino-americano che la Santa Sede sembra andar componendo senza sosta, cercando di unire a una serie di iniziative diplomatiche, all’insegna del dialogo e della riconciliazione, una riscoperta della presenza sociale in quella che a lungo è stata considerata la “gran patria” del cattolicesimo contemporaneo. Infine, un terzo livello, riguarda la situazione nazionale del Messico, un paese composito, membro del G20, seconda (sempre più aperta e dinamica) economia latinoamericana, potenza petrolifera e culturale, al contempo segnato da violenze eclatanti e vittima dei circuiti globali del narcotraffico. Particolarmente preoccupante la situazione nel campo della sicurezza. La criminalità organizzata costituisce un pericoloso fattore di destabilizzazione politico-sociale.
Un paese che, nonostante gli enormi problemi, per portato storico, pluriculturalità interna e ricchezza umana, continua a rappresentare un enorme bacino e al contempo una perenne sfida per il cattolicesimo contemporaneo.

Il Messico soffre anch'esso la crescita delle diseguaglianze; l'economia messicana ha dimostrato negli ultimi anni un forte dinamismo, con un buon andamento dei consumi interni, degli investimenti e delle esportazioni. Secondo il Global Competitiveness Report 2014-2015 del World Economic Forum (WEF), il Messico occupa l'undicesimo posto sui centoquaranta paesi esaminati per quanto riguarda il potenziale del mercato interno e il sedicesimo posto per il mercato esterno. Eppure è un paese dove l'1% della popolazione detiene il 21% della ricchezza, mentre il 10% raggiunge il 64%. Questa differenza va aumentando: a livello mondiale la quantità di milionari è diminuita dello 0,3% tra il 2007 e il 2012. In questo medesimo spazio temporale nel Messico è aumentata del 32%.


La geopolitica latino-americana del pontificato

Via via che passa il tempo, la strategia del pontificato di Francesco per l’America Latina, va assumendo caratteri sempre più delineati e, sotto vari punti di vista, originali. Dopo i timori per una crescente riduzione dei termini del subcontinente cattolico, la Santa Sede sembra infatti aver ritrovato una spinta dinamica che punta a coniugare l’opera di silenziosa tessitura politico-diplomatica messa in atto dalla segreteria di Stato – guidata dal cardinale Pietro Parolin (già nunzio nel Venezuela bolivariano di Hugo Chávez) – con un tentativo di recupero sociale delle periferie che punta a coinvolgere clero, laici e famiglie. Un processo pastorale, quest’ultimo, in linea con i dettami della V Conferenza dell’episcopato latinoamericano, celebrata ad Aparecida nel maggio del 2007 e di cui l’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, fu indubbiamente una delle “anime pensanti”.

Una volta salito al soglio pontificio, Francesco, dopo aver fatto di Rio de Janeiro la meta del suo primo viaggio all’estero, in occasione della XXVIII giornata mondiale della gioventù (22-29 luglio del 2013), sembrava però aver lasciato l’America latina sullo sfondo della propria particolare geopolitica. Le priorità sembravano infatti ben definite: i teatri di conflitti passati e recenti quali il Medio Oriente (i viaggi in Terra Santa e Turchia del 2014, gli incessanti richiami alla guerra in Siria e all’Iraq) e i Balcani (Albania e Bosnia Erzegovina); in questo scenario si colloca anche l’apertura decisa all’Asia, il grande continente emergente (i viaggi in Corea del sud nel 2014, Sri Lanka e Filippine nel 2015) e all’Africa degli ex “popoli nuovi”, scelta come apertura simbolica dell’anno giubilare e continuamente rievocata (nei discorsi al parlamento europeo, al Palazzo di vetro e dalla spianata tragica di Lampedusa) come il laboratorio povero della globalizzazione.

Nonostante l’apparente silenzio la geopolitica latino-americana della Santa Sede non si è però certo interrotta, anzi. Nel corso degli ultimi mesi questa è andata assumendo gradualmente una forma compiuta. La meditata ma decisa chiusura del processo di beatificazione di monsignor Romero (il 23 maggio 2015) – l’arcivescovo salvadoregno la cui morte aveva segnato l’ultima fase della delle guerre civili centroamericane, aprendo il decennio finale delle dittature e della década perdida –, il sostegno non troppo implicito né indiretto al raggiungimento di una soluzione nei negoziati di pace colombiani, la mediazione tra l’amministrazione Obama e Castro per chiudere definitivamente un altro retaggio della guerra fredda, culminata nel viaggio a Cuba del settembre del 2015. A ciò va aggiunto l’impegnativo viaggio sudamericano (andino e amazzonico), del luglio precedente, in Ecuador, Bolivia e Paraguay. Un percorso che ha alternato gli incontri con Correa e Morales a una visita simbolica a un altro sacrario solo apparentemente “minore” dei conflitti della contra-insurgencia (l’omaggio al padre Luis Espinal, un gesuita ucciso, come monsignor Romero, nel 1980); quindi la visita al centro di rieducazione di Palmasola e la partecipazione al II incontro mondiale dei Movimenti popolari, a Santa Cruz. In mezzo a tutto ciò non sono mancati gli omaggi ai santuari mariani (dalla cubana Virgen de la Caridad del Cobre alla boliviana Virgen de Copacabana), a dimostrazione di un’attenzione tipicamente latinoamericana nei confronti della religiosità popolare.

Ora, dopo una rapida tappa a L’Avana a suggellare lo storico incontro con il patriarca ortodosso Kyrill, tocca al Messico, sospeso tra modernità e fervore guadalupano.


Il Messico profondo

Il rapporto tra la Santa Sede (e ancor più tra il Papa “romano” come si dice nelle Americhe) e il Messico è storicamente complesso ma al contempo cruciale per i destini della Chiesa continentale. Un rapporto segnato da forti turbolenze: nella stagione coloniale del patronato, in quella indipendentista segnata dallo scontro tra conservatori e liberali e dall’effimero impero di Massimiliano d’Asburgo, e culminato nella guerra cristera (con annesso sciopero del culto) protrattasi dal 1926 al 1929, senza dimenticare gli anni della pastoral liberadora. Dalla prima visita di Giovanni Paolo II nel gennaio del 1979, in concomitanza con la Conferenza di Puebla (la III del Celam), seguita da un secondo viaggio nel 1990, solo nel febbraio di due anni dopo sono state normalizzate le relazioni diplomatiche stato-chiesa (dopo la riforma degli articoli 130 e 27 della Costituzione rivoluzionaria del 1917). Altre 4 visite papali hanno preceduto quella di Francesco: ancora di Giovanni Paolo II (nel 1993, 1999 e 2002, in occasione della canonizzazione di Juan Diego) e Benedetto XVI nel 2012. Se però la visita di Ratzinger si è concentrata nella regione sacramentale del Messico centrale (il Bajío, vecchio cuore della cristiada e del partito di centro-destra Pan), l’itinerario scelto da Francesco si sviluppa lungo altri snodi simbolici del Messico profondo. Se infatti il primo giorno, nella capitale, sarà dedicato agli incontri con le autorità civili e politiche, a partire dal presidente Enrique Peña Nieto, protagonista nel 2012 del ritorno del Partido Revolucionario Institucional (Pri), al potere ininterrottamente dal 1929 al 2000, sulla silla del águila, nei giorni successivi i luoghi assumeranno un forte impatto simbolico. Si parte da Ecatepec, nell’Estado de México (di cui il presidente era governatore), simbolo delle contraddizioni della modernizzazione selvaggia, per impatto sociale e ambientale. Si prosegue quindi con due stati simbolo del Messico profondo (e indigeno): il meridionale Chiapas e l’occidentale Michoacán (due tra le più antiche diocesi del paese, fondate rispettivamente nel 1539 e nel 1536).

Nel gennaio del 1994 il sub-comandante Marcos guidò la rivolta zapatista nel Chiapas, dove il popolo indigeno stava fuori da qualsiasi agenda politica. Nel Messico si parlano più di sessanta lingue indigene. Nessuna di esse ha un carattere ufficiale. I discendenti di Montezuma percorrono le strade delle grandi città offrendo la loro chincaglieria non locale senza particolari segni di identità che non sia la miseria.

Nel Michoacán, diviso tra forme di resistenza culturale e il divampare del narcotraffico del Pacifico, il papa incontrerà i religiosi e i giovani. Il giorno prima, in Chiapas, si sarà invece diviso tra la “bassa” Tuxtla, dove è previsto l’incontro con le famiglie, e la “alta”, San Cristobal, già diocesi (come Ciudad Real) del difensore di indios per eccellenza, Fray Bartolomé de las Casas, e, dal 1960 al 2000, del fautore della pastorale indigenista, Samuel Ruiz. Qui Francesco incontrerà le comunità indigene, interlocutori ideali di molteplici temi cari al pontefice quali ambiente, dimensione comunitaria, ma anche povertà, marginalità sociale e migrazioni. Dalla frontiera meridionale, percorsa quotidianamente da disperati migranti centro-americani, in fuga dalle pandillas e dalla disoccupazione, si approderà quindi alla fortificata frontiera settentrionale, the border/la línea, approdando a un altro luogo dal forte impatto simbolico, Ciudad Juárez. La città balzata all’onore delle cronache negli anni Novanta per i femminicidi (in cui oggi il tasso di violenza sembra in calo), fu anche, fin dai due decenni precedenti, uno dei primi laboratori delle delocalizzazioni, quando la grande impresa statunitense sperimentò modelli produttivi a basso impatto fiscale noti come maquiladoras. Qui il viaggio prevede la visita a un penitenziario e un incontro con i lavoratori. “Ahí en esa orilla del mundo”, come ha scritto Lila Downs, mais e finanza s’incontrano, così come deserto e cielo, locale e globale e, dopo vent’anni di Nafta e migrazioni, la frontiera tra nord e sud assume forme a tratti sempre meno decifrabili.

Il confine reale va sempre più giù, oltre il tracciato del fiume Rio Bravo, che segna il confine fra gli Stati Uniti e il Messico, inglobando “come nel Mediterraneo” le migrazioni latine e caraibiche che si addensano in  Centro-America.

Massimo De Giuseppe, professore di Storia Contemporanea alla Università IULM
Gilberto Bonalumi, ISPI Scientific Advisor

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