Martedì, 09 Febbraio 2016 16:12

Francesco e Kirill a Cuba, prove tecniche di dialogo

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L’incontro del 12 febbraio tra Papa Francesco e il Patriarca di Mosca Kirill promette non solo di segnare un passaggio storico per le relazioni tra l’Occidente e l’Oriente cristiano, ma anche

di rappresentare un ulteriore sviluppo positivo nell’agenda diplomatica della Santa Sede. Mai prima, infatti, i massimi vertici di queste Chiese si erano incontrati, nonostante i dialoghi ecumenici avvengano da tempo e il Papa abbia incontrato il presidente russo Vladimir Putin già nel 2013 e più recentemente nel 2015. Anche le modalità con cui ne è stata data comunicazione (contemporaneamente dal Vaticano e da Mosca) conferma l’importanza di questo evento, a lungo ricercato e che giunge in un periodo di grande complessità sia per quanto concerne le questioni politiche sia per quelle più propriamente di natura ecclesiastica e per la storia della Chiesa cristiana.

Annuncio tanto più rilevante se letto anche alla luce della lunga intervista di Papa Francesco recentemente pubblicata sulla stampa cinese, che aveva sancito un significativo punto di discontinuità nelle relazione con quel paese. È così che nel breve volgere di poche settimane, la Santa Sede si appresta a conseguire due importanti successi, entrambi nella prospettiva del convinto impegno per un più proficuo dialogo che guarda a Oriente.

La scelta dell’Avana in sé spiega la delicatezza del momento. Di fatto, nonostante le continue richieste da parte di Papa Francesco, la Chiesa ortodossa russa aveva dimostrato di ritenere ancora prematuro l’incontro tra i massimi vertici ecclesiastici in campo europeo. È così che la fortunata congiuntura delle quasi contestuali visite pastorali di Francesco e Kirill in Sud America ha offerto l’occasione per superare tale impasse, ritrovando in Cuba il luogo ideale. Un incontro quindi in un territorio a cui entrambi si sentono legati, ma che rimane in qualche modo neutrale. Una condizione che spiega ulteriormente la delicatezza e l’importanza di questo evento e che traccia interessanti triangolazioni nelle geometrie globali.

Gli argomenti di dialogo tra la Santa Sede e la Chiesa di Mosca non mancano di certo, in particolare rispetto al possibile intreccio tra le dimensioni più propriamente politiche e quelle più ecclesiastiche e teologiche.

Da una parte, la situazione in Ucraina e le difficili relazioni tra la Chiesa ucraina in comunione con Roma e quella russa sta da tempo alimentando tensioni tra le due realtà. L’incontro potrebbe in questo senso favorire mutue rassicurazioni.

Dall’altra, permangono opinioni contrastanti e significative distanze sotto l’aspetto teologico, in particolare rispetto alle questioni del primato e della sinodalità, come confermato nell’incontro ecumenico tenutosi ad Amman nel 2014. È chiaro che sotto questo aspetto, come anche confermato negli annunci ufficiali, quest’ultimi temi non saranno trattati. Ciononostante, l’incontro potrà favorire una positiva distensione, tanto più importante in vista de Sinodo ortodosso che si terrà a Creta il prossimo giugno, contribuendo a sostenere il clima ecumenico tra mondo cattolico e ortodosso che già può vantare la personale relazione di stima tra il Pontefice e il Patriarca ecumenico di Costantinopoli.

È anche su questo piano che si collega uno dei temi che invece pare ricoprirà un ruolo di particolare importanza durante l’incontro e che dovrebbe trovare centrale riferimento nella comune dichiarazione che ne sancirà la conclusione, ovvero la condizione dei cristiani in Medio Oriente. Un tema di per sé dai molteplici risvolti, che data la natura dei due dialoganti acquisisce particolare rilevanza.

Sia la Santa Sede sia la Chiesa di Mosca sono da tempo impegnate direttamente nel sostegno delle comunità cristiane orientali. Se nel caso della Chiesa di Roma ciò rappresenta una costante nel tempo, per quanto riguarda la Chiesa di Mosca è un elemento che riporta al periodo precedente alla nascita dell’Unione Sovietica e che frequentemente è stato letto come parte integrante del nuovo protagonismo russo nella regione. In questo senso, il deciso intervento di Mosca nel conflitto siriano aumenta il significato politico di questo incontro e il valore che la dichiarazione congiunta ricoprirà. Sarà infatti importante verificare come si potrà coniugare il richiamo all’importanza delle diplomazie e a un più convinto dialogo di riconciliazione con il recente deciso impegno militare di Mosca in favore del regime di Bashar al-Assad, in particolare dato lo stretto legame tra la Chiesa russa e il governo di Mosca. In questo senso, il tono della dichiarazione definirà il profilo strategico di questo incontro. Al tempo stesso, rispetto alla questione delle comunità cristiane, la distensione delle relazioni tra Roma e Mosca può essere di grande rilevanza sia per proseguire nel dialogo ecumenico tra le diverse chiese orientali locali nel quadro di un più proficua mutua comprensione tra l’orizzonte cattolico e quello ortodosso, sia per coordinare meglio il sostegno a quelle comunità.

È evidente che l’attuale disordine mediorientale sta sempre più ipotecando il futuro della presenza cristiana nel Vicino Oriente, proprio laddove il Cristianesimo è nato, divenendo inoltre il simbolo evidente di una deriva preoccupante per gli equilibri politici e sociali nella regione, al di fuori delle differenti affiliazioni religiose.

Papa Francesco e più ampiamente la Santa Sede sono da tempo impegnati diplomaticamente su questo campo e, dopo la visita pastorale in Turchia, con gli incontri con il Patriarca Ecumenico Bartolomeo e il governo turco, ora si apprestano a completare un altro importante passaggio. I colloqui con il Patriarca di Mosca rappresentano quindi uno snodo rilevante nel lento e costante tentativo di ricomporre e dare risposte efficaci a un mondo che invece pare sempre più dividersi tra sospetti, silenzi e aperta conflittualità.

Paolo Maggiolini, ISPI Research Fellow

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