Martedì, 09 Febbraio 2016 15:11

Egitto: che fine ha fatto la rivoluzione?

Scritto da 
Vota questo articolo
(0 Voti)

Di Matteo Colombo, ISPI Research Assistant

 

Il periodo delle rivoluzioni è ormai finito da tempo. I ragazzi che avevano manifestato a piazza Tahrir cinque anni fa si sono ormai arresi

ad un paese che chiede soltanto stabilità, progresso economico e sicurezza. L’Egitto è stanco delle proteste e ha smesso di credere che il cambiamento passi dalle sua piazze. I suoi giovani più educati e brillanti, quelli che erano in prima fila nelle proteste del 2011-2012, ora fanno la coda in qualche ambasciata occidentale per ottenere un visto, rassegnati al fatto che nulla cambierà. Alcuni di loro sono già riusciti ad andarsene e ora vivono in qualche capitale europea o in America. Altri sono rimasti e preferiscono riporre le loro speranze di cambiamento in qualcosa di più concreto della libertà e della democrazia, come un contratto stabile, una nuova casa, una famiglia, un matrimonio e una vita dignitosa e tranquilla. Qualcuno è stato arrestato, torturato, minacciato e ha deciso che non ne valesse più la pena, che bisognava accettare di essere stati sconfitti.

I ragazzi di piazza Tahrir si sono accorti di essere minoranza e di essere deboli. I militari hanno le industrie, le armi, i media e il potere politico per reprimere qualsiasi tentativo di protesta. Sfidarli significa perdere in partenza. Inoltre i generali del nuovo governo egiziano hanno convinto la popolazione che senza di loro l’Egitto diventerebbe come la Siria e che l’unica alternativa ad al-Sisi è l’Islam politico dei Fratelli Musulmani. Questo argomento basta per guadagnarsi il sostegno di molti egiziani, che preferiscono aspettare di cogliere i benefici di una debole crescita economica e di un’apparente stabilità all’incertezza della piazza. È una retorica che rassicura anche molti cristiani copti, circa il 10% della popolazione, che temono il ritorno degli islamisti, tranquillizza tanti piccoli imprenditori e i negozianti, particolarmente colpiti dalla crisi economica degli anni successivi alla rivoluzione, rafforza il consenso della parte più povera della popolazione, quella che della democrazia non sa bene cosa farsene.

La parte più dinamica dell’Egitto ha smesso di sperare e si è riscoperta di nuovo al punto di partenza. Qualcuno si è convinto che il paese non sia pronto per la democrazia, altri che qualcosa sia andato storto nella strategia della piazza dopo la rivoluzione, altri ancora hanno smesso di porsi il problema dei diritti umani e delle libertà civili. C’è chi era in piazza e ora sostiene al-Sisi perché convinto che non esista alcuna alternativa oppure per mera convenienza. Tanti hanno più semplicemente smesso di seguire la politica e pensano soprattutto a se stessi, ai loro amici e alla loro famiglia. I giovani della classe media delle grandi città, quelli che avevano iniziato la rivoluzione del 25 gennaio 2011, oggi riempiono i club sportivi, i corsi di lingua o di danza, le attività all’aperto, i musei e i concerti.

L’attivismo politico è diventato desiderio di distrarsi, di divertirsi, di non pensare troppo. Pochi hanno voglia di impegnarsi in politica, convinti di averci già provato e di avere ormai fallito. Per tanti ragazzi del Cairo non rimane che il ricordo della rivoluzione, una memoria comune per una generazione che aveva sperato bastasse riempire una piazza per cambiare il corso politico di un paese.

 

   Torna al BLOG    

 

Letto 197 volte
Devi effettuare il login per inviare commenti

Powered by

Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione propri e di terze parti per le sue funzionalità e per inviarti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui.

  Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.