Lunedì, 08 Febbraio 2016 17:14

Il fronte dei migranti in Macedonia

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La Grecia, la Fyrom e i migranti
Preoccupata dai ritardi della Grecia nella creazione degli hotspot per identificare i migranti, l’Unione Europea ha iniziato a corteggiare la Macedonia

(Fyrom). Bruxelles promette uomini e mezzi per fermare l’afflusso dalla rotta balcanica, Skopje intanto sta costruendo una barriera di filo spinato alla frontiera con il paese ellenico.

Ha descritto il punto di vista di Atene Dimitri Deliolanes, su Limesonline:

L’obiettivo della Grecia è quello di ospitare per ragioni umanitarie non più di 150 mila profughi, grazie a un sostanziale – si spera – contributo finanziario europeo.

Contemporaneamente, il ministero dell’Interno greco ha intrapreso un’operazione di controllo e di verifica sulle numerosissime organizzazioni non governative che si sono attivate nelle isole. Dopo violente proteste e qualche tafferuglio, sono stati cacciati dai campi profughi personaggi equivoci: dagli astuti isolani che si appropriavano dei motori marini fino al complice del trafficante e al sedicente imam bosniaco senza referenze.

I servizi di sicurezza sono in perenne allarme, visto che alcuni dei jihadisti di Parigi hanno seguito il precorso dei rifugiati e altri aspiranti foreign fighters hanno usato la Grecia per passare in Turchia inosservati. Nel caso in cui anche un solo terrorista sfuggisse ai controlli, la pioggia di accuse contro la Grecia si trasformerebbe in una vera tempesta, impossibile da arginare.

Il governo Tsipras è da tempo convinto che c’è un progetto del Nord Europa di bloccare il flusso nei paesi di prima accoglienza, sfruttando il regolamento di Dublino, tuttora in vigore – anche se la Commissione vorrebbe abbandonarlo. Il fine inconfessato sarebbe quello di trasformare Grecia e Italia in una sorta di “magazzino” di anime.

Questo sospetto è alimentato dal fatto che la Commissione sta portando avanti un progetto di rafforzamento del muro innalzato dal governo della Macedonia ex jugoslava. Lo ha assicurato Juncker in una lettera al premier sloveno e lo ha confermato Dombrovskis.

Per approfondire: Chi bussa alla nostra porta, il numero di Limes sui migranti.


Esercitazione militare a sorpresa della Russia
Truppe russe stanno conducendo un’esercitazione a sorpresa nella regione meridionale del paese. Una risposta ai piani Usa – resi noti settimana scorsa – di aumentare la fornitura di armi pesanti ai paesi Nato dell’Europa centro-orientale. Questa settimana è previsto un nuovo incontro tra Russia, Ucraina, Francia e Germania per discutere della situazione in Donbas.

Ci occupiamo dello strumento militare e dell’uso che ne fa Putin nel nuovo numero di Limes.
Qui una citazione dall’articolo di Carlo Jean:

La fine del reset con Washington e le reazioni europee alla crisi ucraina aumentano le probabilità di una nuova guerra fredda, di guerre locali, della destabilizzazione degli Stati che costituiscono la fascia cuscinetto del cuore della Federazione. La quale è percepita come indispensabile per la sicurezza contro minacce e rischi interni ed esterni.

Il Cremlino teme una Jevromajdan russa. E se non ha un nemico, deve inventarselo.

Questo spiega la determinazione e la brutalità con cui viene soppresso ogni dissenso e anche la reazione all’abbattimento di un Su-24 da parte della Turchia, che mostra anche un certo nervosismo da parte del Cremlino, peraltro comprensibile.

La Russia si è sentita tradita. Non ammette di aver perso la guerra fredda. Pensa che l’Occidente abbia tradito le promesse fattele, in particolare con gli allargamenti della Nato. Ciò spiega anche le reazioni alquanto isteriche per l’invito a diverse repubbliche ex sovietiche a far parte dell’Alleanza Atlantica, ritenuto un’ingiustificata provocazione.

Le «rivoluzioni colorate» prima e le «primavere arabe» poi hanno dimostrato la potenzialità dei nuovi mezzi di comunicazione, di disinformazione, di destabilizzazione e di mobilitazione del dissenso e della protesta popolare.

Il Cremlino è consapevole dell’attrazione esercitata dall’Occidente su parte del popolo russo, soprattutto sui giovani e sulle minoranze. I rischi da sud aumenteranno con il ritiro delle forze Nato dall’Afghanistan e con l’inevitabile espansione dei taliban. Viva preoccupazione ha provocato la loro conquista di Kunduz e il loro arrivo sull’Amu Darya, a immediato contatto con il Tagikistan, di fatto protettorato russo.

Per approfondire: Il mondo di Putin, il nuovo numero di Limes.


La nuova strategia del Canada in Siraq
Il primo ministro canadese Trudeau ha annunciato la nuova politica di Ottawa riguardo alle crisi in Siria e Iraq. I bombardamenti aerei contro lo Stato Islamico in Iraq cesseranno entro il 22 febbraio, mentre continueranno l’addestramento delle truppe e l’assistenza a rifugiati e paesi che li ospitano, in particolare Giordania e Libano. Prevista una spesa superiore al miliardo e mezzo di dollari Usa nei prossimi tre anni.

Per approfondire:La strategia della paura, il nostro ultimo numero sullo Stato Islamico


L’Algeria ri-riconosce il berbero
Il parlamento algerino ha approvato una serie di riforme, tra cui la reintroduzione del limite dei due mandati presidenziali (tolto nel 2008 per permettere a Bouteflika di candidarsi ancora) e il riconoscimento del berbero come lingua ufficiale. Il berbero era stato riconosciuto come lingua nazionale nel 2002, ma adesso potrà essere usato anche negli atti amministrativi. L’arabo rimane la lingua del governo.

Commenta Luciano Pollichieni:

I termini del mandato presidenziale sono stati oggetto di diverse “eccezioni” in seguito alla guerra civile degli anni Novanta, durante la quale la scarsa alternanza a livello presidenziale è stata giustificata con la necessità di mantenere una guida salda di fronte alla minaccia terroristica.

Oggi, con Bouteflika malato e impossibilitato a governare, la riforma è stata fatta per giustificare la futura alternanza obbligata e per mandare un messaggio di distensione alle fazioni delle Forze armate e a parte dell’opinione pubblica.

Il riconoscimento del berbero invece serve come veicolo per cooptare una delle comunità più importanti del paese, percepita come possibile fattore destabilizzante dal regime.

Le riforme non rendono l’Algeria più democratica; sono le necessarie azioni di un regime che cerca di restare alla guida del paese a fronte del crollo del prezzo del petrolio e di un malcontento popolare crescente.

L’Algeria si conferma un paese instabile, dove non è esattamente chiaro chi governi, ma comunque fondamentale per l’Europa al fine di stabilizzare la regione, anche in vista di un probabile intervento in Libia.

A questo riguardo non è da escludere che qualcuno approfitti della “ventata riformista” per proporre una riforma costituzionale che autorizzi l’uso dell’esercito al di fuori dei confini nazionali.

Per approfondire: Le radici berbere del nuovo Nordafrica – La lunga lotta dei berberi d’Algeria


Intanto nel mondo


Anniversari geopolitici del 9 febbraio

1849: Proclamata la Repubblica Romana
1881: Muore Fedor Doestoevskij
1943: Termina la battaglia di Guadalcanal
1984: Muore Yuri Andropov


Hanno collaborato Federico Petroni e Lorenzo Noto.
Carta di Laura Canali animata da Marco Terzoni.

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