Lunedì, 08 Febbraio 2016 15:13

Il costo dimenticato della sicurezza in Europa

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Forse viviamo in pace da troppo tempoper comprendere oggi quale mostruoso carico di sofferenze porti con sé la guerra e come sia indispensabile rimanere disposti a ogni possibile sacrificio per evitare

che essa allunghi di nuovo la sua ombra sinistra sulle nostre case e sulle nostre famiglie.

Forse siamo ricchi da troppo tempo e l’abitudine a una vita comoda e confortevole, costellata di agi, ci ha fatto dimenticare il volto perennemente grigio della povertà, la lunghezza delle giornate senza pane, l’eterna condanna di non sapere mai in anticipo come unire il pasto di oggi a quello di domani.


Forse viviamo in sicurezza da troppo tempo, confortati dallo scudo che ci offrono la legge e la costante presenza di forze dell’ordine pronte a intervenire in caso di violazioni, abituati a risiedere in città illuminate e vivibili in ogni ora del giorno e della notte, sicuri della tutela che lo Stato offre a noi stessi e alle nostre proprietà.


Di sicuro abbiamo ormai dimenticato come questi beni, che possediamo da tanto tempo da considerarli diritti acquisiti e inalienabili, altro non siano che conquiste di cui noi oggi usufruiamo senza porci molte domande ma che sono costate un prezzo altissimo alle generazioni che ci hanno preceduto.


È probabilmente questo il motivo per cui nel corso degli  ultimi 25 anni abbiamo lesinato sulle indispensabili spese di manutenzione della nostra fragile architettura di pace, benessere e sicurezza che avrebbe invece richiesto una cura costante e priva di cedimenti, nonché la piena disponibilità ad affrontare tutti i sacrifici necessari  a garantirne, giorno dopo giorno, la funzionalità completa.


Con una visione per molti aspetti di comodo e per tanti altri troppo mercantile, ci siamo abituati a pensare che la nostra sicurezza complessiva potesse essere importata, confidandola a un grande campione straniero in cambio della disponibilità dei nostri territori per le comuni necessità strategiche nonché di una sudditanza politica di livello tale da garantire in ogni occasione la nostra incondizionata fedeltà.


Oggi però le cose sono radicalmente e irreversibilmente cambiate. I termini dell’equazione non sono più quelli. Il mondo non è più dominato da superpotenze tanto pervasive e onnipresenti da non lasciare ad alcuno spazi di crescita.


Degli altri candidati al ruolo, l’uno non appare più disposto a pagare l’elevato prezzo, in oro e sangue, che ogni ambizione imperiale comporta. Le sue energie si concentrano non più nel fungere da guida a una gran parte del mondo con cui, almeno in teoria, condivideva e tuttora condivide visione politica e valori, bensì a salvaguardare con ogni mezzo quanto resta del suo passato primato. La mamma si fa in tal modo matrigna; la famiglia, se sopravvive, rimane priva della precedente armonia.


Anche se attraversa un periodo di forte crisi, Washington sta comunque molto meglio di Mosca, che è riuscita a compiere di recente il medesimo errore – combattere contemporaneamente contro due nemici diversi in teatri operativi diversi – che è costato in altri tempi alla Germania una lunga serie di rovinose sconfitte.


Per il momento in ogni caso la Russia tiene. Ciò fa sì che Putin continui ad avere moltissimi estimatori che ne apprezzano il decisionismo, l’assenza di scrupoli e l’assoluta aderenza a una Realpolitik a breve termine. Se però i prezzi del petrolio continuassero a calare, o se si infiammasse di nuovo quella parte di Islam che è all’interno delle sue frontiere, la Russia rischierebbe un collasso di dimensioni e natura tale da ricordare molto da vicino quello dell’Urss nel 1989.


Rimane la terza delle quasi superpotenze attuali, la Cina, che però sta tentando con la politica classica di tutte le potenze emergenti di tesaurizzare quanto prima i vantaggi della nuova posizione acquisita rinviando quanto più possibile la connessa, costosa assunzione di responsabilità. Sull’Impero del centro pende inoltre la spada di Damocle della riuscita o del fallimento di quella moralizzazione di Xi Jinping che probabilmente nasconde l’intenzione di compiere ulteriori passi verso la normalizzazione politica del paese.


Dalla contrapposizione dei tre contendenti di primo livello nasce così un triangolo di cui gli Usa occupano il vertice superiore e che è contrassegnato da tensioni più o meno equivalenti che oppongono Washington a Mosca in Ucraina, Washington a Pechino nel Mar Cinese Meridionale.


Per fortuna in entrambi i casi le regole sembrano essere rimaste quelle del periodo della guerra fredda, ovvero: gran tintinnare di sciabole, magari un poco di conflitto per proxies come nel Donbas e un mucchio di gesticolazione verbale nelle appropriate sedi multilaterali. Quanto basta però per mantenere un clima di tensione e pericolo – dunque di paura – tale da conservare stretti attorno alla chioccia matrigna i due branchetti, europei e asiatici, degli alleati.


Contemporaneamente in larga parte del resto del mondo si riscontra l’esistenza di un vuoto di potere che i tre grandi per il momento non possono o non vogliono riempire e che eccita gli appetiti delle potenze regionali. Piuttosto che impegnarsi direttamente, esse preferiscono però cavalcare le pericolosissime tigri delle tensioni locali – religiose, nazionalistiche, tribali o altro – che di tutto avrebbero bisogno tranne che di essere alimentate e strumentalizzate.


Si finisce così col vivere in un clima di costante insicurezza che da un lato coinvolge tutti i territori confinanti con le aree destabilizzate e dall’altro, attraverso il terrorismo e le migrazioni di massa, può arrivare a interessare anche realtà geograficamente molto lontane dall’epicentro dei turbamenti.


Siamo particolarmente vulnerabili anche perché non agiamo ma subiamo, lasciando perennemente ad altri l’iniziativa. Rimanendo quindi inerti o al massimo mantenendoci sempre in difensiva. Dimenticando cioè quella vecchia massima militare secondo cui la difensiva può dare buoni risultati solo se è temporanea e usata per creare le condizioni che consentano di riprendere l’iniziativa.


Cosa fare allora considerato che l’Italia e l’intera Unione Europea si trovano ora in una condizione più che critica, compressi fra uno dei contenziosi artificiali scatenati dalle grandi potenze a nordest e l’instabilità alimentata dalle medie potenze sciite e sunnite a sud e sudest?


Richiamare la grande potenza a quelli che sono in fondo i suoi obblighi nei confronti degli alleati minori, sempre che essa voglia a tenere ancora in piedi una Nato che, almeno sulla carta, dovrebbe continuare a identificarsi con il legame transatlantico? Siamo troppo piccoli e troppo divisi per farlo con qualche speranza di successo. Allorché ci abbiamo provato, ai tempi della invasione Usa dell’Iraq, gli Stati Uniti hanno avuto gioco facile nel porci l’uno contro l’altro e nell’approfondire la frattura fra “vecchia e nuova Europa”.


Intervenire sulle medie potenze, specie quelle islamiche, perché cessino di soffiare sul fuoco delle discordie altrui nella speranza di riuscire progressivamente ad accrescere il proprio peso e la propria influenza? Si potrebbe fare, ma anche in questo caso occorrerebbe agire di concerto, come un gigante e non come una collezione di nani. Ben consci cioè del fatto che al giorno d’oggi la storia la fanno solo i giganti, gli altri si limitano a subirla. Ci vorrebbe quindi una ben diversa Unione Europea, dotata di una robusta politica estera e di sicurezza, per poter adottare una soluzione del genere con buone speranze di successo.


La sola cosa da fare è quindi cercare di cambiare strada, provando a recuperare con rapidità ed efficacia quanto ci ha permesso di vivere in sicurezza e prosperità per tanti anni. Vale a dire l’unità di intenti perlomeno a livello europeo e la disponibilità ad affrontare insieme tutti i sacrifici che sono necessari per disporre di nuovo di strumenti adeguati a proteggere la nostra sicurezza – intervenendo anche, se del caso, per aiutare a spegnere la casa in fiamme del nostro vicino prima che l’incendio si propaghi.


Saremo costretti per questo a rinunciare ad altre priorità posponendole a quelle connesse alla sicurezza collettiva, interna ed esterna, dei nostri paesi?


Certamente. Ma questo impedirà che i beni fondamentali che le generazioni precedenti hanno acquisito anche per noi con il loro sacrificio continuino a decadere sino ad essere irreversibilmente compromessi.

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