Lunedì, 08 Febbraio 2016 13:11

L’America Latina volta pagina

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Tra il 2003 e il 2013, l’America Latina ha vissuto un momento di straordinario ottimismo: crescita economica, stabilità politica, riduzione della povertà.


Con il biennio di rallentamento 2013-2015 accompagnato da crisi

in alcuni paesi, il “latinottimismo” del “decennio latinoamericano” ha ceduto il passo a un “latinopessimismo” con il richiamo di vari presidenti ai “tempi difficili” che aspettano i loro paesi. Credo che occorra guadare alle vicende del subcontinente con più equilibrio.

Alcuni segnali di inversione di tendenzadopo il decennio 2003-2013 si confermano e determinano un nuovo “medio periodo” in America Latina, caratterizzato da una perdita di consensi delle sinistre progressiste e da un certo rallentamento della crescita, con paesi virtuosi che riescono a restare in zona positiva (ad esempio Cile, Perù e Colombia) e paesi più fragili che hanno chiuso il 2015 in recessione, rischiando di vedere la loro performance nel 2016 ulteriormente ridotta.


Vi sono fattori di lungo periodo e fattori contingenti che motivano tale cambiamento complessivo del continente. Certamente vi è un effetto di logoramento delle maggioranza progressiste o bolivariane dopo lunghi anni di successi e di incontrastata leadership politica. Vi è inoltre la diffusa consapevolezza che la finestra di opportunità creata dalle politiche sociali e dagli elevati introiti delle materie prime che ha caratterizzato il decennio di sviluppo non sia stata sfruttata al meglio.


Si è privilegiato il mantenimento di politiche a sostegno della spesa a scapito di riforme della matrice produttiva, creando i presupposti per la middle income trap. Su tali premesse, il crollo del prezzo delle materie prime ha annullato i margini di manovra dei governi della regione.


Da qui i terremoti politici che hanno scosso l’Argentina, il Venezuela e che – anche laddove non vi sono elezioni in programma – fanno traballare sotto il peso di proteste popolari e inchieste, i governi in carica, come in Brasile, Cile, Ecuador eccetera.


L’emergere delle forze liberali, tra cui significativo è il successo di Macri in Argentina, sembra aprire un nuovo ciclo politico. Non pare tuttavia che vi siano rischi di una possibile rimessa in discussione degli acquis sociali conseguiti sinora.


Piuttosto i nuovi governi tenteranno di “completare” i progressi effettuati sul piano sociale con politiche volte a ridare competitività al sistema produttivo. Le nuove priorità sono infatti produttività ed innovazione. Investire in istruzione specializzata e infrastrutture è ora diventato ancora più cruciale per continuare a diminuire la povertà.


In un quadro di consolidamento generale della democrazia, oggi la sfida del nuovo “centro-destra” latinoamericano è quella di non ripetere gli errori di cui il vecchio blocco conservatore si macchiò a più riprese nel passato, ma di aggiungere una propria originale lettura nel percorso di crescita del continente.


È confortante che il livello di attenzione e di mobilitazione delle opinioni pubbliche locali abbia raggiunto livelli mai conseguiti prima e dimostri una maturità reale delle democrazie della regione. I paesi che agli occhi degli analisti sembravano più deboli e più a rischio hanno retto alla prova di snodi elettorali delicatissimi (come il Venezuela) o di crisi istituzionali complesse (Guatemala); il potere giudiziario, implicito garante degli assetti democratici, ha saputo svolgere il suo ruolo in numerose realtà.


Si percepisce così un’America Latina stanca dei toni accessi del socialismodel XXI secolo ma conscia dei risultati positivi ottenuti nell’ultimo decennio e pronta a difenderli. La nuova e numerosa classe media è ancora vulnerabile e non vuole ricadere nella povertà. Per questo chiede un’amministrazione più efficace e trasparente assieme a un sistema politico meno clientelare e populista, diventando attore nel processo di rafforzamento democratico del continente.


La maggioranza chiede un nuovo stile di leadership, che avvii un dialogo con i vari settori delle società per mettere in moto riforme economiche condivise, processo al quale anche il neo-centrodestra dovrà adattarsi.

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