Domenica, 07 Febbraio 2016 17:51

Il razzo della Corea del Nord e le altre notizie di oggi

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Il razzo della Corea del Nord

Il lancio in orbita (tramite un razzo) di un satellite da parte di Pyongyang, in violazione delle risoluzioni in materia delle

Nazioni Unite, ha suscitato dure reazioni, ma la comunità internazionale sembra più che altro propensa a delegare alla Corea del Sud la gestione della questione. Con la significativa eccezione della Cina, che teme un’escalation e lo schieramento di materiale bellico Usa a Seoul e dintorni.

Commenta per noi Marco Milani:

Le reazioni dei principali attori regionali sono state pressoché le stesse di quelle all’indomani del test nucleare di gennaio.

La Corea del Sud si è posta alla guida di un’iniziativa di forte condanna, cercando di riunire i 5 paesi che componevano il principale tavolo di dialogo con Pyongyang – i cosiddetti Six Party Talks – a eccezione della Corea del Nord stessa.

L’iniziativa ha subito ottenuto l’appoggio di Stati Uniti e Giappone, molto meno interessati alla questione rispetto al passato e piuttosto inclini a delegare la guida della questione a Seoul. Cina e Russia si sono dette contrarie, in quanto ravvisano nella “proposta a 5” un controproducente tentativo ulteriore di isolare la Corea del Nord.

Se in passato sia Seoul che Washington sono state protagoniste dei negoziati sul nucleare nordcoreano, in questo caso sembra che l’unico attore in grado di indirizzare il percorso in un senso o nell’altro sia la Cina.

Storicamente molto cauta quando si tratta di relazionarsi con il regime di Pyongyang, Pechino ha più volte richiamato tutte le parti alla calma e alla necessità di dirimere la questione attraverso il dialogo, possibilmente un dialogo da lei gestito, come avveniva per il Six Party Talks.

La scorsa settimana ha inviato in Corea del Nord il proprio delegato per la questione del nucleare nordcoreano, Wu Dawei, in un apparente ed infruttuoso sforzo di evitare il lancio di domenica scorsa e riportare Pyongynag a più miti consigli.

Con ogni probabilità questa nuova “sfida” nordcoreana non porterà a cambiamenti significativi nell’atteggiamento cinese o a un suo avvicinamento alle posizioni intransigenti della Corea del Sud, tanto più che proprio in queste settimane è tornata di grande attualità la possibilità di dispiegare il sistema antimissile americano Thaad (Terminal High Altitude Area Defense) proprio sulla parte meridionale della penisola, creando momenti di tensione fra Seoul e Pechino.

La situazione sembra quindi bloccata nel solito stallo fra intransigenza e dialogo delle parti in causa, con l’incognita di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza in arrivo, che potrebbe esacerbare ancora di più la questione – come avvenuto nel 2013, in occasione del terzo test.

La “creatività di approcci” invocata dalla presidente sudcoreana Park Geun-hye per uscire dall’impasse e risolvere la questione è sicuramente un’idea accattivante. Al momento però non sembra che alcuna delle parti in causa, tutte ancorate saldamente alle solite posizioni, abbia la volontà o l’interesse ad agire in maniera creativa.

Per approfondire:
La lucida follia atomica della Corea del Nord, di M. Milani
Il programma nucleare di Pyongyang è una minaccia alla stabilità internazionale, ma nasce da considerazioni geopolitiche che non possono essere ignorate. Dopo il test del 6 gennaio 2016 sarà decisiva la reazione delle potenze regionali e mondiali, a cominciare da Usa e Cina.
Corea, la guerra sospesa, il quaderno speciale di Limes del 2011


I grandi giochi attorno alla Siria

Gli Emirati Arabi Uniti si dicono disposti a mandare truppe di terra in Siria, fornendo addestramento e supporto a una forza internazionale contro lo Stato Islamico. È il secondo annuncio recente del genere, dopo quello saudita, che però non ha riscosso grandi entusiasmi tra le milizie sciite sul campo sostenute dall’Iran.

Le dichiarazioni dei due Stati del Golfo non configurano la promessa di inviare la fanteria tanto attesa dagli Stati Uniti, per 2 motivi. Primo, né Riyad né Abu Dhabi hanno eserciti in grado di condurre efficaci operazioni terrestri (vedi lo Yemen). Infatti gli emiratini hanno escluso l’invio di “migliaia di soldati”. Secondo, gli Eau hanno fatto preciso riferimento della necessità della leadership Usa.

Nel frattempo, il presidente turco Erdoğan si lamenta del ruolo russo e statunitense in Siria. Ci scrive Lorenzo Trombetta:

Nel fine settimana il presidente turco Erdoğan se l’è presa con i nemici (russi) e con gli alleati (Usa). Accusando i primi di voler alterare l’equilibrio nella regione, e avvertendo i secondi di non poter tollerare il sostegno di Washington alle milizie curdo-siriane di Qamishli e Hasake.

Dopo la visita nel nord-est siriano dell’”inviato speciale Usa per la lotta all’Isis”, Ankara chiede chiarimenti agli Stati Uniti sul senso della loro strategia in Siria: le milizie curde hanno superato l’Eufrate, una linea rossa invalicabile per i turchi, e con il regime di Damasco, i russi e gli iraniani attaccano gli insorti vicini alla Turchia nel corridoio di Tel Rifaat.

Intanto con 40 mila siriani ammassati alla frontiera turca e in fuga dai raid di Mosca, Erdoğan prende tempo e non apre i cancelli del confine. 

Per approfondire:
DAL NUOVO NUMERO DI LIMES La Russia è in Siria per restarci, di F. Luk’janov
Mosca punta a un ruolo da protagonista nella soluzione del conflitto siriano. A tal fine consolida la sua presenza militare e mette in conto di abbandonare al-Asad. Il nodo dei rapporti con l’Iran. In prospettiva, il problema maggiore è l’Arabia Saudita.

Erdoğan contro Putin: la grande sfida dei due imperatori, di D. Santoro
Al fondo della recente crisi russo-turca stanno una rivalità secolare, incompatibilità geopolitiche, ma soprattutto la personalità sempre più eccentrica e smisurata del leader di Ankara. Per il quale Mosca non ha nulla da cercare in Siria.


Mattarella da Obama

Il presidente della Repubblica è in visita ufficiale a Washington. Commenta per noi Dario Fabbri:

Al centro della visita di Mattarella a Washington c’è la questione libica.

Preoccupato in questa fase soprattutto di costruire la sua eredità politica, Obama è intenzionato ad appoggiare un limitato intervento franco-britannico-italiano in Libia che ufficialmente colpisca le postazioni (in franchising) del califfato.

La Casa Bianca vuole offrire all’opinione pubblica nazionale risultati scenografici nella lotta contro Is ed è convinta che, a differenza della Siria, la peculiare situazione libica favorisca un intervento dal cielo (corroborato da raid delle forze speciali). Obama chiede all’Italia di offrire la manovalanza militare per l’operazione, facendo leva sulla prossimità geografica e sugli interessi economici del nostro paese.

Benché consapevole di non avere margine di manovra, Mattarella è volato in America per invitare il suo interlocutore ad aspettare ancora. Oppure, in caso di campagna militare, per chiedere il sostegno degli Stati Uniti nello scontro con la Germania in seno all’Unione Europea e per proteggere l’Italia da un possibile attacco finanziario.

Non meno importante: la visita ufficiale serve agli americani per comprendere quali rapporti intercorrono tra Mattarella e Renzi. In particolare a Washington vogliono capire se il capo dello Stato è realmente legato al presidente del Consiglio.

Così da stabilire se, come accadeva ai tempi di Napolitano e qualora ve ne fosse bisogno,  la superpotenza può contare sul Quirinale per influenzare Palazzo Chigi.

Per approfondire:
Amiamo tanto l’America da non accorgerci che le siamo indifferenti, di D. Fabbri
I nostri rapporti con il principale alleato si reggono su equivoci e desideri scambiati per fatti. Un eccesso di servilismo, gestito dall’intelligence, non ci rende più influenti a Washington. I casi libico, ucraino e iraniano.
We, like the Romans?, di V. Ilari
Se l’America di oggi sembra la Roma di Polibio e di Catone, allora la Nato sono i sudditi italici, l’Europa è la Lega Achea e la Russia è Cartagine delenda. Per una storia critica di un parallelo di successo. Aspettando i romani a Dābiq, in vista dell’apocalisse.


Le sfide della Cina nell’anno della scimmia

Inizia secondo il calendario cinese l’anno della scimmia. Pechino è attesa da 12 importanti mesi, caratterizzati da 9 sfide per il presidente Xi Jinping, il leader più potente dai tempi di Deng Xiaoping.

La prima sfida è senza dubbio economica, come ha scritto su Limesonline Giorgio Cuscito:

Xi usa termini come “nuova normalità” e “prosperità moderata” per definire la nuova transizione dell’Impero del Centro verso un sistema meno orientato all’esportazione, più concentrato sui consumi interni e caratterizzato da una tasso di crescita del prodotto interno lordo più basso.

Nel 2015 la crescista del pil è scesa sotto il 7%. Negli ultimi trent’anni aveva registrato una media del 10%, salvo rallentare dal 2011 in poi. L’anno è stato segnato anche dai crolli delle Borse di Shanghai e Shenzhen e dal forte rallentamento della produzione industriale e delle importazioni.

Le misure adottate da Pechino per accelerare la crescita (tagli ai tassi d’interesse, riduzioni delle riserve bancarie e deprezzamento dello yuan) non hanno prodotto grandi risultati. Come affermato durante il quinto plenum del 18° Comitato centrale del Partito comunista, che ha fissato gli obiettivi politici ed economici fino al 2020, la Cina punta a mantenere nel prossimo lustro un tasso di crescita superiore al 6.5% annuo.

Il primo problema da risolvere in tale contesto sarà la sovracapacità industriale che caratterizza settori importanti come quello siderurgico e quello fotovoltaico. Gli investimenti di Pechino in alcuni settori chiave hanno determinato negli anni passati una capacità produttiva di gran lunga superiore alla domanda domestica ed estera.

Nonostante le difficoltà, Xi Jinping è ottimista. Come ha sottolineato al G20 di Antalya in Turchia, la Repubblica Popolare contribuisce ancora al 30% della crescita economica mondiale. Inoltre, l’inserimento dello yuan da parte del Fondo monetario internazionale nel paniere di valute che costituisce i diritti speciali di prelievo insieme a dollaro, euro, sterlina e yen è certamente un riconoscimento dei progressi nel campo delle riforme economiche e politiche e un incoraggiamento a proseguire su tale strada.

Per approfondire:
Le sfide geopolitiche della Cina nel 2016, carta di L. Canali
La grande strategia cinese, di Qiao L.
Per rispondere al perno asiatico di Obama, la Cina deve necessariamente muovere verso Occidente. E internazionalizzare la propria moneta. La finanza conta più delle portaerei. In attesa che le innovazioni tecnologiche si ribellino all’America.


Intanto nel mondo

• Doppio incontro di Angela Merkel sulla crisi dei migranti. In Francia, la cancelliera ha riscosso il sostegno del presidente Hollande per rafforzare le capacità della Grecia di tenere sotto controllo i suoi confini. In Turchia, si è espressa assieme al premier Davutoğlu contro i bombardamenti russi in Siria, che stanno generando una nuova ondata di profughi, e ha discusso di come integrare gli sforzi della guardia costiera turca con quelli dell’agenzia europea per i confini Frontex.
• La Tunisia completa la prima parte di una 
barriera di 200 km al confine con la Libia per tamponare l’afflusso di jihadisti sul suo territorio.
• Twitter aumenta il suo sforzo contro la propaganda online dello Stato Islamico.


Hanno collaborato Lorenzo Noto e Luciano Pollichieni.

Carta di Laura Canali animata da Marco Terzoni.

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1 commento

  • Link al commento DorothyAffexUY Martedì, 18 Luglio 2017 22:48 inviato da DorothyAffexUY

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