Domenica, 07 Febbraio 2016 16:50

L’urlo di Nanni

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“…Le parole sono importanti! Come parla! Come parlaaaaa!!! Chi parla male, pensa male! E vive male! Bisogna trovare la parole giuste: le parole sono importanti!” L’urlo di Nanni Moretti in

target="_blank" href="https://www.youtube.com/watch?v=qtP3FWRo6Ow">Palombella rossa (1989) e lo schiaffo alla giornalista che “parla male”sono uno dei rarissimi sussulti mediatici in difesa di un codice semantico condiviso, vitale ai fini del buon funzionamento della comunicazione e – quindi – di ogni organizzazione sociale. In altre parole, quell’urlo è, sì, l’espressione di un’emozione; ma le suoi radici sono le stesse sulle quali si fonda il pensiero critico, quello che abbiamo immeritatamente ereditato dalla cultura greca – dove il λόγοςera la parola, ma anche il discorso; e la dialettica dei λόγοι era la “ragione” stessa. E “logica” è il sostantivo che testimonia, nel nostro vocabolario, la filogenesi dell’urlo di Nanni.

Non è solo una divagazione dotta. Nelle problematiche ambientali e, soprattutto, nell’ambientalismo come fenomeno sociale, il linguaggio delle parole tende talvolta a sconfinare in una semantica troppo soggettiva che, anche sull’onda della partecipazione emotiva più onesta, può divenire fuorviante.


Ma per cercare di intendersi, dopo avere temerariamente volteggiato nell’aer puro della “cultura”, occorre atterrare di nuovo sui bassopiani della “coltura” e dell’ambiente in cui essa coltura viene promossa, o da cui viene rimossa, nel compulsivo vagheggiamento di un Eden perduto (e presuntivamente posseduto – non è chiaro quando e dove). Di questi monumenti green sentiamo un bisogno profondo: un bisogno che è autentico, forse biologico prima che culturale, ma che cerchiamo di giustificare con la dichiarata finalità di fare del bene al pianeta e non solo al nostro sentire e al bisogno di lenire la nostalgia che cresce in noi.


Uno degli strumenti più comunemente utilizzati ai fini del lenimento sentimentale e all’adempimento del “dovere ambientale” sono i parchi. Beninteso, non ce l’abbiamo con loro, certamente: sarebbe (parlando in vernacolare) “come sparare sulla Misericordia”. Dovremmo tuttavia non adorarli per come ce li esibiscono, ma apprezzarli, se lo meritano, per quello che effettivamente sono. Succede così che, a livello urbanistico e normativo, il termine venga sempre più usato come decorazione od onorificenza nobilitante.


Un esempio ultimamente ricorrente è quello dei “parchi agricoli”. Che significato può avere quest’espressione? A rigor di termini essa potrebbe essere interpretata come una figura retorica e, più precisamente, un ossimoro. Infatti “parco” ha un connotato che si sostanzia nella custodia, nella preservazione, conservazione e, in qualche modo, nella stasi; “agricolo” si riferisce a un settore economico produttivo che –inevitabilmente – implica mutamento, adeguamento alla tecnica e al mercato, insomma dinamica.


Non è superfluo ricordare che l’etimologia più accreditata della parola parco è quella che la fa derivare dal latino parcere, nel significato di impedire, astenersi, a cui si collegherebbe l’altogermanico perkan, coprire, difendere. E, anche semanticamente, quello della custodia risulta essere un suo connotato distintivo, il quale non è facilmente compatibile con l’innovazione produttiva. Ma, anche in questo campo, l’astrattezza del discorso non può rimanere l’unica modalità conoscitiva. Frugando alla paremiologia latina troviamo una massima di autore ignoto, ma non futile:  melius est naturae voce doceri quam suo ingenio sapere.


Ottemperando a questa sollecitazione, lo scrivente ha compiuto un fulmineo tentativo di conoscenza empirica all’interno di un “parco agricolo” – che ha avuto esiti paradossali. La strada campestre che entrava nel parco era all’inizio fiancheggiata da un reticolato che custodiva una “Area Naturale Protetta” – e certamente il reticolato già non era molto naturale, soprattutto se confrontato, a memoria, con quella che era, in anni lontani, un’area fatta di fossati e stagni, in cui pattuglie di ragazzini, alla fine dell’anno scolastico, compivano incursioni, armati di canne con cui cercavano di infilzare anfibi e anguille.


Sull’altro lato della strada campestre c’erano impianti di smaltimento di rifiuti, opportunamente recintati e, più avanti, collinette artificiali fatte con grandi cumuli di rifiuti inerbiti artificialmente allo scopo di ri-naturalizzare l’area. Proseguendo con cautela (sotto l’occhio vigile del guardiano dell’impianto) per alcune decine di metri nell’area del parco agricolo incuneata tra l’impianto stesso e la recinzione del parco “naturale”,  improvvisamente, a distanza di una ventina di metri, qualcosa si è mosso nell’erba alta, suscitando nell’esploratore l’aspettativa emozionante dell’incontro con un tesoretto ambientale.


Dopo alcuni istanti si è reso visibile un enorme volatile che cercava di fare il suo mestiere, cioè di volare, prendendo una lunga rincorsa. L’animale, un airone di grandi – inusitate – dimensioni, è riuscito infine, con grande sforzo, a decollare e l’osservatore ha accelerato il passo per ammirarlo più da vicino. Ma a quel punto il grande uccello ha reagito trasformandosi in un bombardiere e ha sganciato una voluminosa arma “naturale”, di contenuto inequivocabile. Da un punto di vista tecnico l’operazione aveva un’imprescindibile funzione aerodinamica, finalizzata ad alleggerire il peso del volatile stesso in fase di decollo; ma per l’inseguitore essa ha assunto purtroppo anche una valenza bellica.


Non disponendo di alcuna arma contraerea, quest’ultimo ha preferito desistere, rinunciando amaramente all’osservazione, sotto lo sguardo sardonico del guardiano dell’impianto. A ragion veduta, le dimensioni dell’animale e il prodotto del suo sforzo aereo, erano probabilmente l’esito di una dieta quanto mai abbondante, resa possibile prima di tutto (anche se non esclusivamente) dalla grande disponibilità di rifiuti urbani, accumulati a ridosso o all’interno di quei parchi periurbani (agricoli, naturali e perfino riserve Wwf).


L’episodio ha stimolato alcune successive osservazioni sul terreno e considerazioni generali. Dal punto di vista morfologico potremmo osservare che in tali parchi – pur posizionati all’interno di una vasta pianura alluvionale corrispondente a un antico bacino lacustre durato fino a 500.000 anni fa – spicca visivamente la presenza dei piccoli rilievi citati. Questi, in termini geologici, parrebbero segnalare l’esistenza di un nuovo fattore orogenetico, oltre a quelli ben noti (tettonici, glaciali, erosivi, vulcanici), che potrebbe chiamarsi “orogenesi immondiziaria” – un fattore così naturale che più naturale non si potrebbe immaginare…..


Uno sguardo ai corsi d’acqua e agli stagni ha permesso poi anche di rilevare l’assenza totale di quegli anfibi che fino a pochi decenni fa proliferavano e che erano l’obiettivo delle avventure palustri estive degli adolescenti indigeni – così come erano stati una risorsa alimentare antica, attestata anche dalla toponomastica. L’incontro casuale con un anziano ex agricoltore superstite, ha dato conferma che la totale scomparsa della fauna anfibia e dei pesci non ha niente a che vedere con l’inquinamento, ma è esclusivamente causata dalla proliferazione dei grandi volatili citati (aironi, gabbiani, ecc.): proliferazione promossa (direttamente o indirettamente) dai vincoli urbanistico-ambientali e dalle connesse iniziative delle associazioni ambientaliste.


Un discorso critico che prenda spunto da esempi del genere non è semplice, e fa intravedere un groviglio di contraddizioni. Tralasciando per ora i fattori culturali e psicologici che alimentano le iniziative ambientaliste – animaliste – “paesaggiste” di questo genere, si può rilevare che il tentativo di (ri)creare nel bel mezzo di una area fortemente urbanizzata, una sorta di Eden, non produce nessuna forma di “equilibrio” naturale. Dato e non  concesso che l’equilibrio (statico o dinamico) sia presente in natura, la trasformazione storica dell’ambiente è stata tale che gli attuali interventi “protettivi” finiscono per tradursi in nuovi squilibri o “snaturamenti”.


Gli anfibi e i pesci erano presenti fino a pochi decenni fa perché una buona parte dei loro predatori erano stati eliminati e venivano cacciati non appena si affacciavano in loco. La protezione indiscriminata introdotta con i parchi ha permesso, nel giro di pochi anni, la crescita abnorme dei predatori alati. Ma, in un ecosistema naturale, a loro volta questi ultimi sarebbero preda di predatori posti al vertice della catena alimentare, come grandi mammiferi carnivori o grandi uccelli da preda. E’ ovvio però che l’introduzione di una fauna di questo tipo, in un’area con alta densità di abitanti, di strade, di attività, di servizi, di industrie, è qualcosa di assolutamente impraticabile – a meno di non mettere a rischio l’esistenza degli umani.


Agli ambientalisti, tuttavia, va bene così: l’ambiente semi-ricostruito è squilibrato, ma è bello, perché è affascinante contemplare all’orizzonte gli enormi aironi che planano o stanno immobili nei campi come negli stemmi gentilizi; e ha un effetto magnetico seguire “gli stormi di storni” che disegnano figure cangianti nel cielo, o i gabbiani che evocano gli orizzonti liberi e lontani dell’oceano (ma che stanno qui perché ci sono tante prelibatezze e schifezze da mangiare e in mare ci sono sempre meno risorse commestibili). E così l’ambiente “ricreato” è monco ecologicamente, ma “ricreativo” socio-culturalmente.


È questo il vero obiettivo degli ambientalisti?


Ci sarebbe anche un’altra faccia, quella dell’equità politica ed economica. Ma questa non interessa alla maggioritaria opinione pubblica e, quindi, nemmeno a chi la rappresenta. Il vecchio contadino incontrato per caso in mezzo ai vari parchi, diceva: “ora è tutto fermo”. Dietro a questa frase c’è un sottinteso che si riferisce a un processo svoltosi negli ultimi decenni del ‘900. La gran parte della pianura è stata urbanizzata: mentre prima aveva una destinazione agricola, poi gli immobiliaristi, con il supporto politico adeguato, hanno rilevato i terreni e, quindi, le destinazioni urbanistiche sono cambiate.


Dopo di che, gli umani, ingabbiati in recinti sempre più stretti e mineralizzati, hanno cominciato a sognare la natura di notte, ma anche di giorno. Allora la politica, attenta “auscultatrice” degli elettori, ha provveduto a intervenire sullo spazio non ancora edificato e lo ha fatto Santo subito, con il titolo di Parco. Il vecchio contadino, che aveva continuato a fare il contadino quando gli immobiliaristi costruivano a tutta randa, ora non può cambiare più niente del suo campicello superstite. E non può neppure svenderlo ad un immobiliarista. Fa un mezzo sorriso, mentre gli eroici difensori della natura prima pontificano e poi ridono a crepapelle.


Un ultimo elemento, tanto per accennare a quale sarebbe la “natura” da quelle parti. Alcuni decenni fa, in settori della pianura interessati all’estrazione di sabbia e ghiaia vennero dissotterrati enormi tronchi di alberi (soprattutto querce), di grande diametro e altezza.  Vennero datati a circa 3000 anni fa – un periodo che, forse non per caso, corrisponde alla prima età del ferro in questa parte d’Italia (civiltà etrusca), quando, grazie all’utilizzo appunto di strumenti in ferro, divenne possibile tagliare anche tronchi di grande diametro, al fine di aprire spazi all’agricoltura, fornire materiale per l’edilizia e per i cantieri navali.


Una buona parte della pianura era quindi una “naturale” foresta planiziale gigantesca: non era cioè un insieme di piccoli stagni (che fra l’altro, fino a pochi anni fa, cambiavano regolarmente posizione a seconda che il proprietario volesse usare quella superficie per cacciare e pescare o invece, se più povero, per coltivare qualcosa); neppure era un reticolo di fossi ortogonali che, anche nella toponomastica, ricordano la centuriazione romana, con la regimazione idraulica e le sistemazioni agrarie.


Ciò considerato, prima di scrivere “Area Naturale” sulle recinzioni, sarebbe utile una pausa di riflessione.


Ciò non toglie che, in memoria di un passato che è arrivato fin oltre la prima metà del ‘900 (quando le rane erano per gli indigeni una delle rare risorse alimentari proteiche), si tengano in estate “sagre dei ranocchi” affollate e allegre. Ma le rane non arrivano più dai fossi della pianura – perché, altrimenti, come farebbero i volatili a disegnare quel cielo che cattura il cuore degli ambientalisti cittadini? Le rane, per arrivare alle sagre, fanno una strada che è quasi la via della seta, vengono dall’Indocina, dall’Indonesia, dalla Turchia, dalla Romania, dai paesi dell’ex Jugoslavia. Vengono in aereo. Prima venivano a piedi o in bicicletta, in un sacchetto, riempito a qualche centinaio di metri da casa. Anche questa è modernità, forse; ma chiamarla naturalità solleva un interrogativo semantico. Quanto meno.

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