Venerdì, 05 Febbraio 2016 14:04

<div>Tunisia. Appello per un'informazione corretta</div>

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Una lettera aperta di giornalisti e studiosi italiani e tunisini contro la cattiva informazione "made in Italy" sulla Tunisia, e su quanto sta accadendo in queste ore nel paese. In cerca

di complessità, contro semplificazioni e strumentalizzazioni. 

 

Assistiamo da tempo al tentativo di trasmettere un’immagine stereotipata e semplificata della complessa realtà che ruota intorno al mondo arabo, in particolare da quando,in seguito alle "rivoluzioni" arabe del 2011 e all’aumento del fenomeno migratorio nel bacino Mediterraneo, l’attualità di alcuni paesi ha acquistato visibilità in diversi media mainstream.

Come spesso è avvenuto per la Siria, l’Egitto, la Palestina e altri paesi dell’area, la Tunisia è attualmente vittima di una campagna di disinformazione che mira a semplificaree manipolare la complessa realtà esistente, peraltro in continua evoluzione.

L’articolo “Sulle montagne della Tunisia gli ex ragazzi della rivoluzione adesso sognano il Califfato” pubblicato da La Stampa in data 28 gennaio a firma di Domenico Quirico è, a nostro avviso, un esempio di disinformazione e di interpretazione strumentale del periodo storico che il paese sta vivendo.

Dalle parole dell’autore sembrerebbe che la rivoluzione tunisina, dopo aver aperto e illuminato di speranza il Mediterraneo nel 2011, starebbe oggi virando verso una traiettoria buia che porterebbe ad una “terribile rivoluzione” islamica con epicentro nella città di Kasserine. Quirico rappresenta i nuovi leader della rivoluzione come "uomini arditi dalle lingue affilate e le barbe lunghe". Il tutto, poi, è fomentato dall’apologia di Daesh che, a detta del giornalista, riempirebbe le mura della città.

Come cittadine e cittadini italiane/i e tunisine/i, associazioni, operatori, studiosi che lavorano in e sulla Tunisia da numerosi anni, giornalisti ed esperti di Medio Oriente, ci preme offrire all'opinione pubblica un nostro punto di vista sulla realtà di Kasserine e della Tunisia.

Quanto sta accadendo in queste settimane, ossia le rivolte sociali che attraversano il paese da sud a nord, si inscrive nel processo rivoluzionario avviatosi 5 anni fa proprio dalle stesse aree geografiche, marginalizzate in maniera sistematica e organizzata da uno Stato centralizzato sulla capitale e sulla costa turistica. Solo nel 2015 la Tunisia ha vissuto 4.288 proteste sociali, nella maggior parte dei casi passate in sordina anche dai media nazionali.

Le richieste dei giovani (e meno giovani) tunisini che (ri)occupano gli spazi in questi giorni rimandano alle questioni socio-economiche e alla revisione del paradigma del modello di sviluppo diseguale mai rimesso in discussione in questi anni di sperimentazione democratica. Le manifestazioni e i sit-in allargatisi a macchia d’olio in molte regioni del paese chiedono l’apertura di processi di contrasto della corruzione dilagante nelle amministrazioni pubbliche e rivendicano il diritto al lavoro e alla dignità: parole d’ordine, queste ultime, che avevano riempito le strade già nel 2011.

Esse sottolineano l’indipendenza dai partiti, dalle associazioni, dai movimenti organizzati, in qualche modo assimilati al sistema.

La transizione politica, tuttora in corso, continua ad essere lodata dai media e dalle istituzioni europee che in questo processo avevano investito troppo per rischiare che fallisse. Ma la stessa transizione non ha saputo rispondere alle aspettative dei giovani che hanno spinto per il cambiamento del regime.

Quegli stessi giovani che da tempo hanno lanciato l’allarme rispetto a una deriva controrivoluzionaria e liberticida del processo di transizione. La confisca della rivoluzione, sebbene ce ne fossero i primi segnali già dal 2011 e con il governo di coalizione diretto da Ennadha, è stata in seguito ufficialmente legittimata con il governo dei cosiddetti “laici”, tanto decantato anche dall’altra sponda del Mediterraneo.

Con il governo “laico” i tunisini hanno vissuto un acuirsi delle politiche liberticide e un recupero del vecchio sistema anche in maniera ufficiale, come attraverso il progetto di legge per la riconciliazione economica sull’amnistia dei crimini economici attuati prima della rivoluzione, con il radicamento e l’inasprirsi della minaccia terrorista, su cui nessun dibattito serio è ancora stato avviato, minaccia che è servita a legittimare leggi antidemocratiche e violente.

Ricordiamo come il terrorismo rappresenti in primis una minaccia per la popolazione e metta in discussione il sistema di sicurezza e di protezione dello Stato.

L’episodio citato, ma non contestualizzato, nell’articolo di Quirico sul pastore decapitato riguarda la regione limitrofa di Sidi Bouzid ed è emblematico dell’abbandono sistematico che vive la popolazione di determinate aree del Paese. Inoltre, è estremamente riduttivo e strumentale affiliare tutto il terrorismo tunisino a Daesh - ricordiamo che nessuno degli attacchi terroristici realizzati finora in Tunisia è stato rivendicato dal “gruppo” Isis, tranne l’ultimo nel centro di Tunisi,  la cui rivendicazione, peraltro,non è mai stata verificata.

Il fenomeno terroristico in Tunisia ha radici socio-economiche profonde nel territorio e dinamiche complesse, alimentate anche dalla repressione pluriennale del movimento islamista. È pertanto fuorviante riferirsi alla galassia islamista tunisina come se fosse un tutt’uno e ridurre il territorio di Kasserine a “le montagne del Califfato”.

È vero, la rivoluzione del 2011 in Tunisia non ha ancora realizzato le aspettative di riscatto dei giovani. Ma ha lasciato nonostante tutto segnali indelebili.

Tra questi, la liberazione della parola tramite la nascita di tantissimi media locali su vari formati, nati proprio sull’onda della fine della censura e l’apertura al pluralismo. Tra cui le radio, protagoniste incontrastate. Che oggi rivendicano un ruolo da giocare come fonti di informazione affidabili e di riferimento legittimo per costruire una nuova narrazione del paese, dentro e fuori, per evitare banali semplificazioni e interpretazioni strumentali della realtà.

Crediamo che i media dovrebbero interrogarsi e analizzare in maniera critica i processi in corso, approfondendo e dando una visione complessa dei fenomeni per facilitare la comprensione ad un pubblico vasto. Non è responsabilità di Kasserine né del popolo tunisino se i media europei si ricordano del paese solo in casi sporadici e legati principalmente a violenze reali o presunte tali.

Proprio a Kasserine, l’occupazione va avanti da più di dieci giorni: sfidando il coprifuoco, uomini e donne continuano a riunirsi  per discutere di diritti, e di lavoro, per criticare il livello esasperante di corruzione nelle istituzioni locali.

Infine, crediamo sia necessario denunciare quelle narrazioni faziose che scientemente sono mirate a creare paura e odio contro il mondo arabo, l’Islam e le migrazioni, generalizzando e non contestualizzando i fenomeni politici e sociali, ma anche avallando quel gioco delle parti dello scontro tra  ‘noi’ e ‘loro’, che, a nostro avviso, va assolutamente rifuggito.

 

Per adesioni: Gabriele Proglio: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., Debora Del Pistoia:Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Prime adesioni

 

Gabriele Proglio, professore di storia contemporanea Universita di Tunisi El Manar

Debora Del Pistoia, cooperante e giornalista indipendente in Tunisia

Gianluca Solera, scrittore e attivista trans-mediterraneo

Damiano Duchemin

Martina Tazzioli

Lidia Lo Schiavo, docente universitaria

Marta Menghi, giornalista free lance

Rossana Pezzini

Alessia Giannoni

Natalia Romanó,insegnante di italiano L2 a Tunisi

Alessia Tibollo, cooperante in Tunisia

Albertina Petroni, cooperante in Tunisia

Luigi Giorgi, giornalista

Cecilia Dalla Negra, giornalista, vice-direttore Osservatorio Iraq - Medio Oriente e Nord Africa

Valentina Muffoletto

Micol Briziobello

Patrizia Mancini, responsabile del sito Tunisia In Red

Santiago Alba Rico, scrittore

Mario Sei, docenteUniversita della Manouba, Tunisi

Hamadi Zribi, Tunisia in Red

Giovanna Barile, Tunisia in Red

Diego Barsuglia, fotografo

Anna Castiglioni

Chiara Loschi, dottoranda di ricerca in Scienza Politica, Universita degli Studi di Torino

Paolo Cuttitta, Universita di Amsterdam 

Demichelis Marco

Grazia Vulcano, cooperante in Tunisia

Federica Zardo, ricercatrice

Christian Elia, giornalista, condirettore Q Code Mag

Jana Favata

Stefano Barone

Stefano Pontiggia, ricercatore sociale

Sarra Labib Basha Beshai

Francesca Crispolti

Oriana Baldasso

Giulia Breda

Giulia Bonacina

Jolanda Guardi, ricercatrice

Francesca Biancani, docente a contrattoStoria e Istituzionidel Medio Oriente, Universita di Bologna

Marta Menghi, giornalista freelance

Sara Borrillo, post doc. Dip. AsiaAfrica e Mediterraneo, UniversitaLOrientale di Napoli

Lorenzo Feltrin, dottorando, University of Warwick

Marco Lauri, Docente a contratto di Letteratura e Filologia Araba, Universita di Macerata

Estella Carpi, Labanon Support e New York University (Abu Dhabi)

Lorenzo Declich, ricercatoreindipendente

Paolo Paluzzi, Tunisi

Clara Capelli, Cooperation and Developpement Network, Pavia

Anna Serlenga, regista e docente

 Mattia Rizzi, coordinatoreprogetti (ADD Atelier pour le developpement durable)

Susi Monzali

Eugenia Valentini

Costanza Pasquali Lasagni, umanitaria ed analista di medio oriente.

Joshua Evangelista, giornalista

Marta Bellingreri, ricercatrice, reporter Medio Oriente

Stefano Torelli, ricercatore

ara Manisera

Lamia Ledrisi, giornalista 

Elisa Giunchi

Kais Zriba, giornalista Inkyfada

Alessandro Rivera Magos, ricercatore

Mohamed Al Ahmadi, giornalista indipendente

Veronica Bellintani

Francesca Oggiano, giornalista pubblicista

Comitato Khaled Bakrawi

Fouad Rouehia, giornalista

 

 

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