Venerdì, 05 Febbraio 2016 14:02

Storia del jihadismo feudale delle Filippine

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Tra il 24 e il 25 dicembre 2015, il gruppo jihadista dei Bangsamoro Islamic Freedom Fighters (Biff) si è reso protagonista di tre sanguinosi attentati nelle Filippine del Sud contro i

tre villaggi cristiani di Maguindanao, Sultan Kadarat e Cotabato del Nord. Negli attacchi sono morte 16 persone, inclusi sei membri dei Biff.

Gli attentati di Natale hanno un chiaro significato politico. Segnano il definitivo fallimento del labile accordo di pace del 27 marzo 2014 siglato tra il presidente Benigno Aquino e i ribelli del Moro Islamic Liberation Front (Milf), che avrebbe dovuto rappresentare il coronamento del processo di pacificazione della polveriera del sud del paese. Così facendo i Biff sono riusciti a sterilizzare il processo di pace almeno fino alle elezioni presidenziali e generali previste a maggio 2016.


I Biff sono nati da una scissione interna al Milf nel 2010; sono stati guidati da Ameril Umbra Kato, sostituito dopo la sua morte dal Kumander Bungos, nome di guerra di Esmael Abubakar. Con base operativa a Maguindanao e nel Mindanao, alle origini delle frizioni con il Milf vi fu proprio il rifiuto di aderire all’Accordo Quadro sul Bangsamoro che avviava i negoziati di pace.


Tra i motivi del rifiuto vi è la natura combattente dei Biff, più inclini alla lotta armata che al negoziato. Gruppi come questo ambiscono alla secessione delle Filippine del Sud piuttosto che alla semplice conquista dell’autonomia amministrativa in ottica federale.


Nelle Filippine appena il 5% della popolazione è di religione islamica; l’82,9% è cattolico. Il jihadismo filippino rappresenta da sempre un gruppo minoritario all’interno di una minoranza. A questa inferiorità numerica non corrisponde la debolezza strategica: i militanti integralisti hanno saputo catalizzare istanze socio-politiche condivise con la base sociale degli abitanti del sud del paese.


In una situazione economica di sottosviluppo rispetto al nord e con una struttura sociale fondamentalmente tribale, gli abitanti del mezzogiorno hanno riscoperto nell’Islam un fattore identitario molto importante a partire dal quale condensare velleità autonomistiche e indipendentiste.


Da queste premesse, nel 1969, per volere di Nur Misuari, nacque il Moro National Liberation Front(Mnlf) che univa il secessionismo filippino a partire dalla roccaforte di Mindanao, percepita dal movimento come terra promessa ideale per la creazione di una regione islamica indipendente.


Nonostante i Moro abbiano destabilizzato il paese con rivolte armate particolarmente cruente e sostanzialmente ininterrotte nel corso dei decenni, la loro propensione a sedersi al tavolo dei negoziati con il governo di Manila ha finito inevitabilmente per scontentare le frange più estremiste.


Così, nei primi anni Novanta un gruppo di veterani di rientro dal campo di battaglia afghano – dove avevano combattuto tra le fila della brigata islamica internazionale contro l’Unione Sovietica – decise di distaccarsi dal Mnlf per creare un gruppo radicale che potesse connettersi con la rete del jihad globale gestita da al-Qaida. Il manipolo di veterani prese il nome di Abu Sayyaf (ASG) e ha rappresentato per tanti anni il braccio filippino di al-Qaida.


La lotta internazionale contro il network di bin Laden ha indebolito i legami fra i gruppi estremisti filippini e le altre organizzazioni jihadiste. Così, in mancanza di canali di finanziamento consistenti, Abu Sayyaf e altri gruppi radicali hanno intrapreso una serie di attività criminali, principalmente basate sul rapimento e l’estorsione, per portare a compimento i propri obiettivi politici e la perpetrazione di attacchi terroristici.


Questa è stata una svolta nella storia del radicalismo islamico filippino. Il denaro facile ingolosì a tal punto i gruppi terroristi da determinare una repentina traslazione di convenienza verso la criminalità.


Ciò ha determinato lo sviluppo progressivo di una rete di bande armate radicali formate da un numero esiguo di miliziani, fortemente interconnesse e difficilmente tracciabili. Oltre ad Abu Sayyaf, è il caso di gruppi come Khalifa Islamiyah Mindanao, Rajah Solaiman Movement, Tanum e Bangsamoro Islamic Freedom Fighters. Una galassia complessa e feudale, in cui il fascino del denaro conta più dell’ideologizzazione del movimento.


Si può a tutti gli effetti parlare di feudalesimo jihadista, per la presenza di veri e propri “signori”al vertice di gruppi radicali più o meno numerosi, dislocati in precise aree geografiche – appunto i loro feudi. Analogamente al feudalesimo, i vari gruppi, anche se talvolta interagiscono attorno a progetti comuni, si presentano divisi e rivali tra loro; per questo sono avvenute tante scissioni.


Nonostante questo,i movimenti jihadisti filippini hanno tentato di mantenersi operativamente collegati al jihad globale, percependo che piegarsi eccessivamente a logiche locali avrebbe comportato un isolamento strategico svantaggioso.


Nel 2014 Abu Sayyaf e Bangsamoro Islamic Freedom Fighters hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico a scapito di al-Qaida. Questo cambiamento è stato repentino, inducendo molti esperti a considerare che fosse dettato dal pragmatismo più che dall’ideologia.


Sono in forte crescita le adesioni all’Is da parte di organizzazioni locali, che giurano fedeltà al califfato per estendere la propria influenza su scala regionale. Questa tendenza, che si forgia di nazionalismi, tensioni etniche e sperequazioni economiche, sta sfuggendo di mano ai governi della regione. Il rischio è che i gruppi locali, sfruttando i successi di propaganda ottenuti dallo Stato Islamico, siano in grado di diffondere le proprie credenze estremiste e radicalizzare i giovani. Tale pericolo è piuttosto alto nell’area di Mindanao.


Anche dalle costole dei Biff sono nati gruppi che hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico. A novembre 2013 si è formato Justice For Islamic Movement (Jfim). La sua costituzione è stata opera di Muhammad Ali Tambako, ex numero 2 dei Biff e leader ad interim del gruppo nel periodo in cui Ameril Umbra Kato si doveva rimettere da gravi problemi di salute.


Parte del Bangsamoro Islamic Freedom Fighters Special Operations Group (Biff-sog) a settembre 2014 ha annunciato su YouTube di aver fondato un nuovo gruppo denominato Bangsamoro Justice Movement (Bjm), che ha giurato fedeltà all’Is. Il Bjm è intrinsecamente connesso al Jfim e aun altro manipolo di guerrieri riuniti sotto il nome di Ansar al Khilafah (“supporter del califfato”).


Anche se il governo di Manila tende a sminuire la presenza dei seguaci di al-Baghdadi nelle Filippine, negli ultimi mesi ci sono conferme tangibili della portata di questo fenomeno.Leader carismatici di gruppi estremisti hanno dichiarato la propria adesione ad Al-Baghdadi e centinaia di ragazzi sono stati addestrati alla costruzione e all’utilizzo di armamenti da combattimento.


Il quotidiano Rapplerriporta che circa 100 filippini hanno lasciato il paese per ricevere addestramenti militari in Iraq e in Siria. Si teme una radicalizzazione di rientro, capace di destabilizzare il paese. La memoria storica dell’istituzionalizzazione di Abu Sayyaf non è rassicurante. In quel caso si trattò di un manipolo originario di foreign fighters di rientro dall’Afghanistan, numericamente inconsistente (90 persone circa).


Nelle Filippine è probabile che l’adesione allo Stato Islamico da parte di gruppi jihadisti locali sia una forma di bandwagoning (saltare sul carro del vincitore) piuttosto che un atto di fede all’ideologia del califfo.


Come spiegato dall’analista Antonio Custodio, i leader dei vari gruppi che compongono il jihadismo filippino sono sostanzialmente dei mercenari. Lo dimostra la facilità con cui hanno voltato le spalle ad al-Qaida. Ciò offre agli organi di intelligence nuove opportunità per raccogliere informazioni da una popolazione sempre meno tollerante verso comportamenti puramente criminali.


In questo quadro, la peggiore delle ipotesi è che le Filippine tornino a essere un centro di radicalizzazione come avvenuto negli anni Novanta. Il rischio è destinato ad alzarsi se nei prossimi cinque anni fallirà l’accordo di pace tra il governo e il Milf, o se quest’ultimo non riuscirà limitare la presenza di militanti islamici nelle zone sotto il proprio controllo.


Il fallimento dell’accordo di pace con Bangsamoro potrebbe infatti coincidere con un ritorno dalla Siria di combattenti agguerriti e capaci di attirare e radicalizzare molti giovani separatisti.

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