Venerdì, 05 Febbraio 2016 14:02

Attenti alla Russia. Parola di chi ce l’ha come vicina

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Limes:L’Italia fu tra i primi paesi a riconoscere la Lettonia come Stato indipendente nel 1921 e, di nuovo, fu tra i primi ad accogliere il suo ritorno alla piena sovranità nel

1991. Come sono oggi le relazioni bilaterali?

Vīķe-Freiberga: I nostri paesi sono molto distanti, ma ciò nonostante le affinità non mancano. Storicamente, già sul finire del XIX secolo – quando la Lettonia visse il suo risveglio nazionale – gli artisti e gli intellettuali lettoni, come del resto quelli degli altri paesi europei, si recavano in Italia per vedere con i loro occhi i tesori artistici e archeologici che il vostro paese conserva. Venendo a oggi, vi sono state recenti occasioni di collaborazione che hanno messo i nostri due paesi a stretto contatto, in maniera proficua. Mi riferisco, da un lato, al passaggio di consegne per il semestre di presidenza del Consiglio europeo, che ha visto la Lettonia succedere all’Italia a inizio 2015. I molti funzionari con cui ho parlato, anche al nostro ministero degli Esteri, mi hanno detto di aver tratto notevole beneficio dallo scambio di esperienze e informazioni con i loro omologhi italiani. Il nostro è un paese piccolo e per noi questo semestre di presidenza è stata una prima assoluta, dunque siamo estremamente grati all’Italia per il supporto. L’altra occasione è stata la missione Frontiera baltica, che da gennaio ad agosto 2015 ha visto quattro jet Eurofighter italiani distaccati presso la base Nato di Šiauliai, in Lituania, per pattugliare i cieli al confine con la Russia. La vostra presenza è coincisa con svariati sconfinamenti nello spazio aereo alleato e credo che l’esperienza sia stata molto istruttiva per le Forze armate italiane, che hanno potuto toccare con mano le minacce cui la Nato è esposta e l’importanza di una forza d’intervento rapida in grado di fronteggiarle.


Limes:Questo ci porta dritti alla Russia. La crisi ucraina continua ad inquinare non solo le relazioni tra l’Occidente e Mosca, ma anche tra europei. Che giudizio dà della risposta euro-americana all’annessione della Crimea e alla guerra strisciante nell’Est dell’Ucraina?


Vīķe-Freiberga: La condotta russa è stata una sgradevole sorpresa per quanti speravano che, con il crollo dell’Urss, la Federazione Russa avrebbe seguito il percorso di democratizzazione intrapreso dagli altri paesi affrancatisi dal giogo sovietico. Del resto, gli stessi russi dovettero ricostruire sulle macerie di un sistema autoritario e di un’economia pianificata che avevano palesemente fallito. L’Urss era in teoria una superpotenza militare, ma i loro sottomarini nucleari si arrugginivano nelle basi e in alcuni casi, come quello del Kursk nel 2000, affondavano; intanto, i soldati non venivano pagati per mesi. La situazione era catastrofica, ma grazie alla ricchezza di risorse naturali la Russia, complice il boom delle materie prime dei primi anni Duemila, avrebbe potuto intraprendere un rapido processo di sviluppo che innalzasse il tenore di vita dei suoi abitanti, oltre che lo standard delle sue Forze armate. Di certo il secondo obiettivo è stato raggiunto oltre ogni aspettativa, come provano la guerra in Georgia del 2008 e l’invasione della Crimea. Se però la prima è stata un conflitto convenzionale, in Crimea abbiamo assistito a qualcosa di diverso, per certi aspetti più inquietante: una forma di guerra ibrida, che all’annessione palese ha fatto precedere un’occupazione strisciante e solo apparentemente indolore, ad opera di truppe scelte. Il fatto che l’operazione sia riuscita si deve anche alla sua lunga preparazione, che precede di molto la crisi ucraina. Già nel 2007, svariati leader dell’Europa occidentale mi riferirono di conversazioni a porte chiuse in cui Putin sosteneva che di fatto l’Ucraina non esisteva come paese a sé stante, che gli ucraini altro non erano che russi e pertanto non meritavano di vivere in uno Stato indipendente. Del resto nemmeno gli conveniva, ché se i russi li avessero conquistati li avrebbero governati meglio. Quanto ai caucasici, secondo Putin erano (sono) un branco di banditi incapaci di autodeterminarsi e devono essere civilizzati. Dalla Russia, ovviamente. Questo sciovinismo estremo, che per quanto riguarda i caucasici sfocia in aperto razzismo, non è accidentale, ma affonda le sue radici nel passato storico. Purtroppo le sinistre europee hanno contribuito non poco a diffondere tali idee. Il resto l’ha fatto il potere di persuasione che Putin esercita su molti leader europei. Il risultato è che oggi vediamo messi in discussione i principi basilari dell’integrità territoriale e della sovranità statuale sanciti dal Trattato di Versailles e ribaditi, nel caso ucraino, dagli accordi di Budapest del 1994, con cui Kiev rinunciò a un non trascurabile arsenale nucleare in cambio dell’assicurazione russa, americana e britannica che le sue frontiere non sarebbero state toccate. Ritengo dunque che dalla vicenda ucraina la credibilità tanto dell’Occidente quanto della Russia ne esca a pezzi. Ma anche la solidarietà europea è compromessa: noi europei orientali siamo sinceramente delusi dall’atteggiamento dell’Europa occidentale, sia a livello di opinioni pubbliche che di élite, in quanto ravvisiamo una sostanziale incapacità di comprendere i rischi che fronteggiamo e, soprattutto, di applicare a paesi “lontani” gli stessi standard politici e morali che riservate a voi stessi.


Limes:Questo vale anche per la Germania?


Vīķe-Freiberga: Soprattutto per la Germania. Lo scorso dicembre ci sono stata due volte. Una prima volta a Brema, per le celebrazioni del ventesimo anniversario del premio Hannah-Arendt. Durante la cerimonia io e gli altri vincitori delle varie edizioni, tra cui Daniel Cohn-Bendit, sedevamo sul palco. Cohn-Bendit ha parlato dopo di me e mentre il pubblico lo applaudiva calorosamente confesso di essermi sentita un po’ sola, constatando come l’opinione pubblica mantenga una certa distanza verso i “nuovi europei”. La seconda volta è stata a Berlino, dove tra l’altro ho partecipato a una cena informale. Qui un noto commentatore tedesco ha sostenuto in un appassionato intervento che non dobbiamo sprecare troppe energie fisiche ed emotive sull’Ucraina e che dobbiamo guardare oltre, perché la Russia è un paese grande e potente e non possiamo farci nulla. Inoltre, Russia e Germania hanno sostanziosi legami economici ed è dunque nell’interesse dell’industria tedesca far finta di niente. Temo che questa non sia una posizione isolata in Germania, ma che anzi sia condivisa da molti, specie negli ambienti economici.


Limes: In quest’ottica, come valuta il progetto di raddoppio del gasdotto Nord Stream che dalla Russia porta il gas direttamente in Germania attraverso il Baltico?


Vīķe-Freiberga: Di certo qui la solidarietà europea c’entra ben poco. Ma anche la razionalità e il profitto sono difficili da intravedere. Durante i miei due mandati, ma anche dopo, ho sentito ripetere fino alla noia che l’Europa deve diversificare le proprie fonti di approvvigionamento, a tal fine adeguando anche la sua rete di distribuzione, per far sì che l’energia non sia usata come strumento di ricatto politico. Belle parole, ma solo quelle. Infatti, Nord Stream è stata è una decisione eminentemente politica, dettata dalla necessità tedesca di modernizzare l’industria dell’ex DDR, che passava per avanzata nel mondo comunista ma era drammaticamente arretrata e incapace di reggere la competizione globale. L’ingente bisogno di energia connesso alla reindustralizzazione dell’Est spinse l’allora cancelliere Gerhard Schröder a firmare con Mosca l’accordo per la costruzione del gasdotto. Salvo poi, pochi giorni dopo aver perso le elezioni, assumere un incarico ben pagato nella russa Gazprom. In Lettonia, dove la legge proibisce ai politici di ricoprire incarichi in aziende su cui hanno preso decisioni negli ultimi due anni, lo chiamiamo conflitto di interessi. Il raddoppio di Nord Stream si inserisce nella stessa logica, ma rendere la Germania doppiamente dipendente da una condotta che può essere chiusa a piacimento per ragioni politiche – e lo abbiamo visto a più riprese in Ucraina – appare quanto meno discutibile, se non autolesionistico.


Limes: In Lettonia i russi sono circa un quarto della popolazione. Sulla scorta della situazione nell’Est ucraino, questo accresce in voi il senso di vulnerabilità nei confronti della Russia?


Vīķe-Freiberga: Intende dire se temiamo “sollevazioni” interne, o comunque atteggiamenti filorussi in grado di compromettere la nostra unità nazionale? No. La presenza russa in Lettonia è antica, ma a differenza dell’Ucraina non è geograficamente concentrata. Vi sono città in cui i russi sono particolarmente numerosi, inclusa la capitale Riga, dove oggi rappresentano circa il 50% della popolazione. Ma anche in quei casi non ci sono situazioni di ghettizzazione: sono bene integrati nel tessuto socioeconomico. Pur volendo, sarebbe dunque difficile per i russi di Lettonia orchestrare una “secessione”. Se invece parliamo di un’aggressione via terra con truppe d’élite e armamento pesante al fianco orientale dell’Ue, dalla Polonia ai Baltici, il discorso cambia. Negli ultimi tempi alcuni politici estremisti in Russia hanno detto pubblicamente che se i baltici “non si comportano bene”, rischiano di fare la stessa fine degli ucraini. Si può essere tentati di derubricare uscite del genere a semplici boutade; del resto, i russi vanno dicendo simili bestialità sin dalla nostra indipendenza. Nel 2003 ebbi modo di parlare informalmente con Putin, in occasione del 300° anniversario di San Pietroburgo. Navigavamo tranquillamente sulla Neva, in un’atmosfera amichevole e rilassata, quando a un certo punto chiesi se vi fosse qualcosa che potessimo fare per rafforzare la nostra relazione bilaterale e Putin mi rispose che il clima politico lituano non gli sembrava particolarmente favorevole alla Russia. A mia volta sottolineai che in Lettonia di fatto non c’era un sentimento antirusso e che sebbene il passato storico non potesse essere ignorato, al momento noi eravamo ben felici di come stessero le cose e non nutrivamo alcun odio verso i russi o l’attuale Stato russo. Di converso, gli dissi, in Russia c’erano parlamentari come Vladimir Zhirinovskij che parlavano pubblicamente di cancellare gli Stati baltici dalla mappa e annegare i loro leader nel water, come la mafia russa fa con i suoi nemici. Al che lui si voltò e mi disse di non preoccuparmi, che i parlamentari non andavano presi sul serio. Mio malgrado devo sperare che nel caso russo sia così, altrimenti c’è poco da stare allegri.


Limes: Euro ed emergenza migranti. Altre due crisi su cui l’Ue si gioca coesione e credibilità. Entrambe vedono come principali protagoniste Grecia e Germania. Crede sia possibile far leva su questi due dilemmi per dare infine all’Ue quell’unità politica che le manca? L’ipotesi avanzata da alcuni di un “grande accordo” tra Atene e Berlino che veda la Grecia farsi momentaneamente carico dei profughi in cambio di sostanziosi aiuti europei e di una parziale remissione del debito le pare realistica?


Vīķe-Freiberga: Con tutto il rispetto, trovo rivoltante questo baratto tra soldi e diritti umani. Inoltre, non credo che le due crisi – euro e migranti – siano concettualmente affini. Ho passato buona parte della mia vita in esilio, prima in Nordafrica e poi in Canada e sono potuta rientrare nel mio paese solo negli anni Novanta. Tornando in Europa fui colpita subito dalle profonde divisioni che il continente si porta dietro, cicatrici storiche che faticano a rimarginarsi. Umberto Eco ne fa una descrizione magnifica nel Cimitero di Praga: monarchici contro anarchici, papisti contro rivoluzionari, nobili e governanti contro plebe, cristiani contro ebrei e via dicendo, in un tutti contro tutti aizzato da un’industria della propaganda che campa di questo. Oggi è ancora così: siamo sommersi da una disinformazione che offusca il giornalismo serio e distorce la realtà, drammatizzando problemi e conflitti. Un gioco che fa comodo tanto ai giornalisti quanto alla politica, perché la paura vende. Quando a capo della Commissione Europea c’era Barroso mi fu chiesto dalla commissaria Neelie Kroes di presiedere il gruppo incaricato di redigere il Rapporto sulla pluralità e la libertà dei media in Europa e devo dire che è stata un’esperienza illuminante. Trovo stupefacente la facilità, direi la gioia con cui molti accolgono ogni nuovo dissidio. Alla vigilia del grande allargamento che nel 2004 portò molti paesi, Lettonia inclusa, nell’Unione Europea, mi recai in Francia dove imperversava la fobia dell’“idraulico polacco” pronto a invadere il paese. Salvo poi sentirmi chiedere dai francesi che frequento se per caso conoscessi un bravo ed economico idraulico polacco. A oltre dieci anni dall’allargamento tali pregiudizi non sono scomparsi e venendo da uno dei “nuovi” Stati membri lo percepisco acutamente. Per me la vera divisione è tra chi sogna l’Europa di Monnet e Schumann, un’Europa in pace e armonia che convogli le sue straordinarie risorse nello sforzo di parlare con una voce sola e di agire da soggetto politico unitario; e chi, viceversa, lavora per dividere invece di unire.


Limes: Eppure, secondo Monnet l’Europa si sarebbe fatta “attraverso le crisi”. Quelle odierne ci rafforzeranno o noceranno al progetto europeo?


Vīķe-Freiberga: Tutto dipende da come l’Europa saprà dare attuazione pratica ai principi su cui si dice fondata. Le sanzioni alla Russia, ad esempio, sono state un segnale forte e concreto del fatto che l’Ue non è disposta a tollerare violazioni del diritto internazionale e minacce più o meno dirette alla propria sicurezza. L’embargo ha prodotto contraccolpi pesanti su vari paesi, inclusa la Lettonia e l’Italia, in una congiuntura economica peraltro non facile. Di questo bisogna prendere atto. Ciò detto, dobbiamo decidere se vengono prima gli affari o i diritti dolorosamente conquistati, che ci rendono ciò che siamo. Credo sbagli chi pensa che i secondi siano questione meno pratica e concreta dei primi. Essere forti con i deboli e deboli con i forti vuol dire essere deboli e basta. D’altro canto, dobbiamo evitare che l’ideologia e le ipocrisie offuschino i dati di fatto. Se la Grecia ha truccato per anni i conti, sfruttando indebitamente i fondi comunitari, non ha reso un gran servizio alla solidarietà europea e non può pretendere che la Germania non faccia il possibile per evitare che ciò si ripeta. Anche perché è difficile spiegare a un tedesco che lavora sodo e vede il suo potere d’acquisto fermo da dieci anni la ragione di due pesi e due misure. Dire “i tedeschi non ci amano” è facile; ma cercare capri espiatori per i propri errori è a sua volta uno sbaglio. La crisi del 2008 ha inflitto un duro colpo al mio paese, ma ci siamo rimboccati le maniche. E abbiamo fatto quel che dovevamo.

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