Venerdì, 05 Febbraio 2016 14:02

Nessuno crede più alla tregua in Siria

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Guerra e colloqui di pace in Siria

A Ginevra proseguono i colloqui per raggiungere la pace in Siria, ma una vera trattativa tra il regime di Bashar al-Asad

e le opposizioni non è all’ordine del giorno. Nemmeno l’inviato speciale dell’Onu Staffan de Mistura sembra credere che le Nazioni Unite siano in grado di far rispettare un eventuale accordo. Intanto a Damasco, un attentato dal tempismo sospetto.

Commenta per noi Lorenzo Trombetta:

Nessun passo avanti nel processo negoziale mediato dall’Onu sulla Siria. De Mistura sembra non avere altra scelta che ripetere ai cronisti e alle parti che sarà un processo lungo e complesso e che è un’opportunità da non perdere.

Di fatto però gli attori coinvolti non mostrano un reale interesse al compromesso. Sul terreno i governativi, forti del sostegno russo e iraniano, mettono pressione ai loro rivali, sostenuti a vari livelli dai sauditi e dai turchi, ma anche dagli Stati Uniti.

Lo sbilanciamento tra la posizione attendista di Washington e quella più muscolare di Mosca contribuisce a prolungare lo stallo: le opposizioni in esilio ospitate a Riyad sentono di non aver nessun altro partner internazionale fuori dall’Arabia Saudita in grado di sostenere la loro posizione.

Continuano a porre precondizioni umanitarie, sapendo che nessun attore regionale e internazionale muoverà un dito per impedire a Damasco di tenere sotto assedio località abitate da civili – come tra l’altro avviene in zone sotto controllo dell’Is e in alcuni casi minori anche in aree in mano alle opposizioni locali – e di bombardare impunemente.

Il sanguinoso triplice attentato che ha ieri colpito un sobborgo di Damasco – Sayyida Zaynab è da secoli luogo simbolo dello sciismo e da 3 anni centro di smistamento di miliziani sciiti filo-iraniani – e che è stato rivendicato dall’Is favorisce la retorica di chi, come il regime, afferma che “c’è un legame tra terrorismo e opposizione”.

Sullo sfondo, proseguono le tensioni tra Iran e Arabia Saudita e tra Turchia e Russia. Prima di dare le dimissioni, de Mistura proverà ancora a raccontare ai cronisti che ci vuole tempo e pazienza. La strada del suo successore sarà di certo in salita. 

Per approfondire:

Il piano dell’Onu per risolvere la Siria è fantascienza, di L. Trombetta
Futuro di Asad, controllo dell’apparato di repressione, nomine della costituente, Stato Islamico: il progetto delle Nazioni Unite sostenuto da Usa e Russia non scioglie i nodi del conflitto, ne rimanda la discussione.
Raqqa, lo Stato Islamico e le matriosche siriane, di L. Trombetta
Nei territori siriani le milizie del ‘califfo’ non sembrano in seria difficoltà. I bombardamenti russi e occidentali non producono effetti strategici. Intanto, fra tutte le fazioni in lotta si scambiano merci e prigionieri. E Israele sta a guardare.


Turchia contro Russia, parte seconda

Ci scrive Daniele Santoro:

Il governo turco ha reso noto che venerdì 29 gennaio un Su-34 russo ha violato lo spazio aereo della Turchia, circostanza che la Russia smentisce.

La vicenda riporta inevitabilmente alla memoria quanto accaduto il 24 novembre scorso, quando a seguito di una violazione dello spazio aereo turco di pochi secondi gli F16 di Ankara hanno abbattuto un Su-24 di Mosca provocando la crisi più grave degli ultimi decenni nelle relazioni tra le due potenze eurasiatiche.

Prima di lasciare Istanbul per una visita ufficiale in Cile, il presidente turco Erdoğan ha accusato la Russia di voler aumentare l’intensità del conflitto in Siria e ha minacciato di far pagare a Putin le conseguenze delle sue provocazioni. Il “sultano” ha inoltre reso noto di aver incaricato il ministro degli Esteri di organizzare un incontro bilaterale proprio con Putin per discutere l’accaduto. Il Cremlino, però, non ha risposto alla richiesta di Ankara.

La vicenda va chiaramente inquadrata nell’ambito dello scontro turco-russo in Siria. Dopo il 24 novembre, Putin è determinato a farla pagare cara a Erdoğan. Negli ultimi due mesi, la Russia ha intensificato il sostegno al Pkk e alla sua ala siriana, il Pyd. Ciò ha creato una dinamica perversa che ha mutato, almeno in parte, il conflitto tra esercito turco e Pkk in una guerra di prossimità tra Ankara e Mosca. Quest’ultima, secondo alcuni, potrebbe addirittura indurre l’Armenia ad attaccare l’Azerbaigian in modo da trascinare la Turchia in una guerra calda nel Caucaso meridionale.

Soprattutto, Putin è intenzionato a colpire la Turchia sul suo vero punto debole, i rifugiati. Gli aerei russi continuano a bombardare indiscriminatamente le aree turkmene della Siria, dove non c’è alcuna traccia dello Stato Islamico. Dall’inizio delle operazioni militari russe in Siria a settembre, almeno 1.800 civili sono rimasti uccisi sotto i bombardamenti di Mosca. E nelle ultime settimane decine di migliaia di siriani si sono accalcati alla frontiera con la Turchia.

Secondo il presidente dell’Afad, l’agenzia turca per i rifugiati, circa 8 milioni di siriani potenzialmente potrebbero cercare di raggiungere la Turchia qualora il conflitto si intensificasse. Oltre che un dramma umanitario, per Ankara sarebbe una catastrofe economica e sociale.

La provocazione di Putin non può poi essere disgiunta dai colloqui-farsa di Ginevra, proiezione diplomatica del braccio di ferro tra la coalizione turco-saudita da un lato e quella russo-iraniana dall’altro. Con gli Stati Uniti chiamati a fare da arbitro riluttante.

Di certo, dopo che la Russia ha dispiegato il sistema missilistico S-400 nel Nord della Siria (il cui raggio d’azione si estende fino a Konya), è escluso che Erdoğan possa vendicare gli affronti del suo ex alleato abbattendogli un altro jet.

Per approfondire:
La Turchia non può fare a meno della Russia, di D. Floros
La crisi tra Erdoğan e Putin rischia di pregiudicare l’approvvigionamento energetico di Ankara. Rompere con Mosca danneggerebbe anche l’Europa, che Draghi mantiene intrappolata nel Quantitative easing.
Erdoğan abbatte il jet perché vuole la crisi militare tra Nato e Russia, di D. Santoro
La nostra analisi successiva all’abbattimento del velivolo russo il 24 novembre 2015.


Le stragi di Boko Haram

Boko Haram ha compiuto un cruento attacco a Dalori, un villaggio a 12 km da Maiduguri, la capitale dello Stato del Borno roccaforte dei terroristi. I morti sarebbero almeno 86, senza contare quelli colpiti in una serie di attentati minori sulle rive del lago Ciad.

A Boko Haram è dedicata una tavola rotonda nell’ultimo numero di Limes, da cui è ricavato questo passaggio:

Oggi è difficile conoscere le cifre reali degli effettivi di Boko Haram. C’è ancora un cuore operativo molto ben organizzato nella foresta di Sambisa. A metà 2015 erano stati cacciati dalla foresta dai raid dell’esercito ciadiano, ma secondo le nostre informazioni sono tornati a nascondersi lì e sui monti Mandara, al confine fra Nigeria e Camerun.

Sono armati fino ai denti e organizzati militarmente. Ci sono molti sottogruppi meno organizzati che si occupano degli attacchi ai piccoli villaggi al di là dei confini della Nigeria, in Niger, Camerun e Ciad. Sono queste cellule distaccate che si occupano dei rifornimenti e dei reclutamenti per la casa madre.

Le cellule sono generalmente formate da 20 persone al massimo, fra cui un capobanda in contatto diretto tramite cellulare con gli strateghi nella foresta e l’unico dotato di armi da fuoco; gli altri non hanno che armi bianche, coltelli soprattutto. Questo è dovuto alla carenza di armi e munizioni dopo l’offensiva di Ciad e Niger, ma anche alla necessità di confondersi con le popolazioni locali.

Prima facevano attacchi in moto, oggi invece usano i cavalli o marciano a piedi. Attaccano i piccoli villaggi per razziare quello che riescono, anche cibo, e mandarlo nella foresta. I quadri militari preferiscono rimanere nascosti.

Con questa organizzazione capillare e dislocata, Boko Haram riesce a trovare sempre nuove soluzioni per aggirare le misure messe in campo dagli eserciti regolari.

Per approfondire:

E pluribus multi: il caleidoscopio dei musulmani di Nigeria, di G. Fortuna
La travagliata genesi storica dell’islam nigeriano ha dato luogo a una complessità e a un’eterogeneità irriducibili. Il jihād di Dan Fodio. L’influenza malichita. I tolleranti yoruba e l’impenetrabilità della Middle Belt. Boko Haram resta un’eccezione.
Kaduna, Nigeria: la convivenza possibile, di E. Del Re
Lo Stato federato nigeriano e l’omonima città sono un esperimento di convivenza tra cristiani e musulmani. La genesi della comunità. La geografia del potere politico e religioso. Così l’imam Ashafa e il pastore Wuye hanno fatto scuola.


Il fronte del Brexit

Una cena tra il premier britannico Cameron e il presidente del Consiglio europeo Tusk ha avvicinato le due parti all’accordo di cui l’inquilino del numero 10 di Downing Street va in cerca per perorare la sua causa contro il referendum sulla membership di Londra all’Ue.

Nel corso di questa settimana, a Bruxelles circolerà una bozza di intesa che sarà discussa nel summit del 18 febbraio, ma prima serve l’approvazione di Germania e Francia. Cameron potrebbe ottenere di escludere dal welfare gli immigrati dei prossimi 7 anni, uno dei punti chiave delle trattative tra Ue e Gran Bretagna.

Delle conseguenze del referendum per Londra e l’Europa hanno scritto su Limes Daniel Schade e James Bartholomeusz:

Se le conseguenze degli scenari del referendum per la Gran Bretagna sembrano relativamente chiare, lo stesso non può dirsi per l’Europa. Si potrebbe sperare che l’esilio di Londra funga da catalizzatore per un’integrazione più profonda. Dopotutto, con uno dei paesi più euroscettici fuori dal ring, alterare l’equilibrio di potenza in favore di questa opzione potrebbe apparire più semplice.

Tuttavia, vista l’ascesa dei sentimenti antibrussellesi sul continente e l’infinita sequenza di crisi, bisogna tenere in considerazione anche l’eventualità opposta. Con uno dei suoi tre maggiori attori fuori dall’equazione, potrebbe prodursi un colpo di coda nazionalista in tutto il continente.

Dell’uscita di Londra beneficerebbe nell’immediato Marine Le Pen, che capitalizzerebbe le paure di un’Ue diventata di fatto strumento del dominio imperiale tedesco. Nel peggiore dei casi, tutto ciò si potrebbe tradurre nel collasso delle politiche comuni europee, in una corsa a rivendicare la sovranità nazionale formale. Un processo di disintegrazione del tutto comparabile a quello jugoslavo. Una volta recisi i vincoli che rendono la guerra «materialmente impossibile», il ricorso alle armi, benché improbabile, rientra nel campo delle possibilità.

Allo stato attuale delle cose il referendum non sarebbe una consultazione realmente democratica, dal momento che nessuno è in grado di capire a favore di cosa si stia effettivamente votando. Il rischio dell’uscita è il caos. Restare nell’Ue consentirebbe almeno a Londra di restare parte del dibattito europeo.

Per approfondire:
Vota Brexit e perdi il posto a tavola, di D. Schade e J. Bartholomeusz
Lasciando l’Ue, il Regno Unito non smetterebbe di essere influenzato dalla legislazione europea che tanto aborrisce. I potenziali contraccolpi nel continente. L’alternativa meno indesiderabile al caos è continuare a far parte del dibattito.
Scots and the City, l’editoriale di L’impero è Londra, il numero 10/14 di Limes.


Niente peacekeeping in Burundi

Ci scrive Antonella Napoli:

Il vertice dell’Unione Africana, riunito lo scorso fine settimana ad Addis Abeba, ha deciso di non autorizzare alcuna forza di pace in Burundi senza il consenso del governo di Bujumbura.

Conclusione inevitabile dopo la dichiarazione del presidente Pierre Nkurunziza, il quale aveva chiarito che il suo paese avrebbe considerato l’eventuale dispiegamento di una missione “un attacco alla propria sovranità” e che “tutti i cittadini sarebbero stati chiamati a combattere”. Nel suo primo intervento pubblico dopo l’annuncio del piano allo studio della commissione Pace e sicurezza dell’Unione Africana per l’invio di 5 mila caschi verdi, Nkurunziza ha affermato di non credere che l’obiettivo fosse disarmare i gruppi ribelli e della raccolta delle armi illegali, come il Burundi stesso aveva chiesto, ma un’azione diretta a costringerlo a lasciare il potere.

Intanto la crisi nel paese africano aperta lo scorso aprile dalla decisione del capo di Stato di ricandidarsi per un terzo mandato, considerata dall’opposizione una violazione della Costituzione e degli accordi di pace che nel 2005 misero fine a 12 anni di guerra civile, non sembra destinata a esaurirsi spontaneamente. Nelle ore in cui si chiudeva il vertice Ua in Etiopia, una decina di persone rimanevano uccise nell’esplosione di diverse granate in vari incidenti a Bujumbura, i primi attentati rilevanti dell’anno.

Gli attacchi dell’11 dicembre, che avevano fatto 87 vittime tra i militari, avevano scatenato la reazione governativa. Il presidente aveva ordinato una repressione costata la vita a centinaia di civili, i cui corpi sarebbero stati gettati in alcune fosse comuni poco fuori la capitale. A denunciarlo Amnesty International, che afferma di avere le prove, tra cui testimonianze e foto satellitari, di tali crimini.

La storia si ripete, ci scrive Gaia Lott:

La memoria storica riporta alla mente il biennio 1993-1994. Dopo l’uccisione del neopresidente democraticamente eletto Ndadaye e l’inizio di quella che diventerà la decennale guerra civile burundese, l’Organizzazione per l’Unità Africana si è interrogata sull’opportunità di inviare un contingente.

Nonostante il contingente proposto avesse numeri ben più modesti del progetto odierno (180 militari, non cinquemila), si decise di ripiegare su un piano meno ambizioso di semplice “osservazione dei confini” (Missione internazionale d’osservazione in Burundi), proprio a causa dell’opposizione burundese a ricevere truppe straniere.

Non si possono tuttavia non ricordare le reticenze della stessa Onu a inviare una missione di peacekeeping. Nei primi anni Novanta, traumatizzate dall’esperienza somala, le Nazioni Unite esclusero l’ipotesi a priori. Si decise di inviare l’Onub (Operazione delle Nazioni Unite in Burundi) a 4 anni dall’Accordo di Arusha (2000), dopo che una missione dell’Unione Africana (Amib) aveva “preparato il terreno”. La presenza di Amib prima e Onub dopo è stata riconosciuta come la conditio sine qua non per la riuscita della transizione burundese.

È indubbio che il presupposto per l’invio di un’operazione di peacekeeping, dell’Onu o dell’Ua, sia l’autorizzazione ex ante da parte del paese ospitante. È altrettanto indubbio che difficilmente un capo di Stato accetterà questo genere di operazione senza porre resistenza. In queste situazioni, gli attori esterni devono usare con maestria l’arma della pressione diplomatica.

Il Burundi dimostra da 20 anni a l’inefficacia della comunità internazionale, continentale (l’Ua) e mondiale (l’Onu). Viene da chiedersi se ci si trovi di fronte a un caso di incredibile forza d’animo e capacità diplomatica da parte delle autorità burundesi o, piuttosto, alla flebile volontà d’azione da parte degli attori esterni. Il timore di creare un precedente non basta.

Per approfondire:

Il Burundi a un passo dal caos, di R. Colella
La riconferma di Nkurunziza è arrivata in violazione della Costituzione e in un clima d’intimidazione e violenza, confermato dall’attentato contro un suo generale. Il rischio che si scateni una nuova guerra civile è alto.


Intanto, nel mondo…


Anniversari geopolitici del 1° febbraio

1793 – La Francia dichiara guerra a Regno Unito e Province Unite

1861 – Secessione del Texas dagli Stati Uniti

1946 – Il parlamento ungherese abolisce la monarchia dopo 9 secoli

1958 – Formazione della Repubblica Araba Unita

1979 – Khomeini rientra in Iran dall’esilio francese


Hanno collaborato Lorenzo Noto e Luciano Pollichieni.

Carta di Laura Canali animata da Marco Terzoni.

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