Venerdì, 05 Febbraio 2016 14:01

TPP: l’accordo di libero commercio del Pacifico è un successo strategico per gli Usa

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Dopo quasi sei anni, i ministri del Commercio dei 12 Paesi della Trans-Pacific Partnership (TPP) hanno firmato oggi ufficialmente l'ambizioso patto multilaterale di libero scambio del Pacifico. I paesi firmatari rappresentano

il 40% dell’economia globale, tra questi:  Stati Uniti, Giappone, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Messico, Cile, Perù, Singapore, Malesia, Vietnam e Brunei. La TPP stabilisce nuovi e alti standard per il commercio e gli investimenti in una delle regioni più dinamiche e in rapida crescita del mondo eliminando migliaia di tasse e oneri per l’import-export. Inoltre, l’intesa sancisce un forte legame economico tra la prima e la terza economia mondiale – gli Usa e il Giappone – rappresentando una tappa fondamentale del “rebalancing” verso l'Asia della politica americana.

 

Abbiamo rivolto alcune domande a Davide Borsani, ISPI Associate Research Fellow, per un suo commento sull’accordo raggiunto.

 

Dopo la firma, quali sono i prossimi passi per l’implementazione?

L’ufficializzazione della firma della Trans-Pacific Partnership rappresenta senza dubbio uno step necessario, ma non così rilevante se si considera che l’accordo era già stato raggiunto nello scorso ottobre ad Atlanta. Il testo definitivo era tra l’altro già stato reso pubblico dagli organi ufficiali. L’ultimo passaggio sarà la ratifica del trattato da parte dei singoli parlamenti dei paesi firmatari, fatto però non necessariamente scontato vista la diffusa presenza di correnti transnazionali contrarie al libero scambio come strumento di politica economica. A onor del vero, le paure sono spesso speculari da uno stato all’altro: il timore, cioè, che la concorrenza dall’estero possa distruggere posti di lavoro all’interno dei confini nazionali e che l’abbassamento degli standard di qualità su determinati tipi di prodotto, a cominciare dal settore alimentare, possa rappresentare un fattore di pericolo.

 

Quanto è importante questo accordo per Washington?

Per Washington la TPP non ha una valenza solamente economica. Anzi, tale dimensione è di certo secondaria alla sua portata strategica. L’accordo del Pacifico fa parte di un più ampio orientamento, il cosiddetto Asia-Pacific rebalancing (o pivot to Asia), attraverso il quale gli Stati Uniti intendono arginare l’espansione dell’influenza cinese, che dell’economia fa la sua arma principale in particolare in termini di soft power. Obama ha infatti affermato a più riprese che la TPP e con lei la direttrice asiatica della sua politica estera consistono in un messaggio chiaro, diretto e inequivocabile a Pechino: l’America è presente in Asia e intende rimanerci. Una potenza, quindi, con cui fare i conti nel determinare le dinamiche regionali. Washington, com’è noto, accoglie ben volentieri l’ascesa della Cina, a patto che sia pacifica e rispetti la sfera d’influenza asiatica degli USA.

 

Come può influire sulla corsa verso la Casa Bianca?

La campagna elettorale negli USA deve chiaramente ancora entrare nel vivo. Sia dal lato dei democratici che da quello dei repubblicani, comunque, nei numerosi dibattiti tenutisi nei mesi scorsi si è toccato a più riprese il tema della TPP e del libero scambio. I due candidati del partito democratico, Clinton e Sanders, si sono detti, pur in diverso modo, contrari all’accordo; ha fatto scalpore soprattutto il cambiamento di opinione della Clinton che, durante I suoi anni a capo del Dipartimento di Stato, aveva spinto molto per giungere all’accordo. I repubblicani, invece, sono inclini ad assecondare la TPP benché il parere non sia unanime. Su tutti, è Trump il candidato che ha mostrato maggior contrarierà. Tuttavia la maggioranza del GOP, il partito che controlla il Congresso, è incline ad approvare l’accordo.

 

 

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