Venerdì, 05 Febbraio 2016 14:01

Accordo Ue-Turchia: sicurezza innanzitutto su migrazione e rapporti con Ankara

Scritto da 
Vota questo articolo
(0 Voti)

Gli stati membri dell’Ue hanno trovato l’accordo per sbloccare il fondo di 3 miliardi di euro in aiuti ai profughi siriani in Turchia. L’intesa è stata raggiunta dopo che l'Italia ha

tolto la sua riserva in cambio di "un approccio più coerente, durante la valutazione dei programmi di stabilità" da parte della Commissione. La richiesta del governo italiano è quella di non prendere in considerazione nel calcolo del deficit  l'intero ammontare dei costi sostenuti dall'Italia fin dall'inizio della crisi in Libia.

Rispetto alla proposta originaria del 24 novembre, l’Ue contribuirà per un miliardo e non più per 500 milioni mentre gli Stati membri dovranno contribuire solo per due miliardi e non più per due miliardi e mezzo. Ridimensionata anche la quota italiana che passa da 281 milioni a 225 milioni restando comunque la quarta più alta (dopo Germania, Gran Bretagna e Francia).

L’aiuto finanziario è focalizzato principalmente sulla fornitura di cibo, servizi sanitari ed educativi nei campi profughi per contribuire a ridurre il numero di arrivi in Europa. Nel solo mese di gennaio sono arrivati in Grecia dalle coste turche circa 60.000 persone, meno rispetto ai 100.000 di dicembre ma comunque un numero molto elevato soprattutto se si considera che l’anno scorso non si erano raggiunti i 50.000 arrivi prima di giugno. 

 

Migrazioni: il difficile ruolo di mediatore della Commissione

Nella gestione dei flussi migratori la Commissione europea ha il difficile compito di mediare tra due istanze opposte: i paesi dell’est Europa sostengono si oppongono ai ricollocamenti concordati tra luglio e settembre, e chiedono comunque che prima dei ricollocamenti vengano aperti gli hotspot in Italia e Grecia per identificare e schedare rapidamente i migranti in arrivo, i paesi del Sud (Italia e Grecia in testa) che chiedono una riforma del sistema di Dublino e più fondi per gestire la fase emergenziale che si protrae ormai da mesi. Per dare la misura di quanto la Commissione sia un difficile mediatore, basta considerare il gap tra le proposte avanzate dalla Commissione (e in molti casi adottate formalmente dagli Stati membri) e la loro implementazione.

Ricollocamenti e sistema delle quotesui 160 mila migranti da ricollocare, a oggi ne sono stati ricollocati solo 460. I paesi membri hanno messo a disposizione solo poco più di 4.000 posti in tutto.

Finanziamenti agli stati terzia fronte di un impegno per 5,6 miliardi di euro, la Commissione ha già versato la sua parte, ovvero la metà dei soldi totali (2,8 miliardi). I governi degli stati europei, invece, si sono finora fermati a 600 milioni di euro, meno di un quarto del totale loro richiesto.

Hotspot: dopo aver promesso di aprirne 6 entro fine novembre, l’Italia per ora ne ha aperti soltanto due (Lampedusa e Taranto). La Grecia ne ha aperto solo 1 su 5. 

Guardia di frontiera europea: la proposta della Commissione dello scorso dicembre di trasformare Frontex in una vera e propria Guardia di confine europea (più budget, più personale, e anche possibilità di ultima istanza di intervenire nei casi in cui gli Stati membri si rivelassero incapaci di far fronte alle emergenze o riluttanti ad applicare Schengen e Dublino) è stata appena accantanata dagli Stati. 

Turchia: l'accordo sottoscritto ieri è stato possibile solo con un maggiore impegno finanziariario comunitario rispetto a quanto concordato due mesi fa e la promessa di maggiore flessibilità nel calcolo del deficit.

 

 

Cosa significa questo accordo per le relazioni Ue-Turchia?

Come scrive Valeria Talbot, ISPI, su Origami-La Stampa, in questi ultimi mesi si è riacceso il dibattito sull’adesione della Turchia all’Unione europea dopo mesi di stallo. Questa volta l’apertura è venuta dall’Europa, e non perché Ankara abbia fatto progressi nel processo di riforme interno e nel soddisfacimento degli standard europei in materia di democrazia e libertà individuali, ma piuttosto perché l’Europa ha preso consapevolezza dell’importanza strategica della Turchia e della necessità di coinvolgere Ankara nella gestione dei flussi di migranti che stanno mettendo a dura prova la coesione interna dell’Unione.

Da quando sono stati avviati nell’ottobre del 2005, i negoziati di adesione hanno attraversato fasi alterne con innumerevoli battute d’arresto. In dieci anni la Turchia ha aperto 15 dei 35 capitoli previsti per l’ingresso nell’Ue, ma di questi solo uno (su ricerca e sviluppo) è stato provvisoriamente chiuso, mentre molti sono bloccati dal veto della Francia e della Repubblica di Cipro. Proprio l’irrisolta questione cipriota rappresenta uno dei principali ostacoli nel cammino di Ankara verso Bruxelles. A ciò si aggiungono, da un lato, il rallentamento del processo di riforme in Turchia, e dall’altro, la mancanza di volontà da parte europea nel far avanzare un processo di adesione che fin dall’inizio è stato costellato da una serie di paletti, oltre che dall’aperta ostilità di diversi stati membri, in primis Germania e Francia. Col tempo questo ha alimentato una crescente disaffezione turca verso il progetto europeo. L’Ue è stata criticata a più riprese di seguire una politica del “doppio standard” nei confronti della Turchia tanto che Recep Tayyip Erdoğan, quando era ancora primo ministro, in diverse occasioni aveva manifestato al presidente russo Putin il suo interesse a entrare nella Shangai Cooperation Organization.

Nonostante la retorica di Erdoğan, l’adesione all’Ue è rimasta almeno sulla carta uno degli obiettivi chiave della politica estera turca, in particolare dopo che il forte deterioramento del contesto mediorientale degli ultimi anni ha messo in crisi il ventaglio di relazioni della Turchia con i suoi vicini nonché le sue ambizioni di leadership regionale.

Proprio il caos in Medio Oriente e la necessità di una più stretta cooperazione nella lotta al terrorismo di matrice jihadista e soprattutto nella gestione dei flussi migratori generati dalle crisi in Siria e Iraq sono stati la molla del rinnovato interesse europeo nei confronti della Turchia, anche da parte di quei leader, come il cancelliere tedesco Angela Merkel, più avversi alla membership turca. Pur di assicurarsi la collaborazione di Ankara nel regolamentare, se non addirittura nel bloccare, i flussi migratori verso l’Europa, l’Ue si è impegnata a concedere aiuti per 3 miliardi di euro, ad avviare la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi nell’area Schengen a partire dalla metà del 2016 e a riaprire i negoziati di adesione. Come segno di buona volontà, il primo passo è stato compiuto a metà dicembre con l’apertura del capitolo su politica economica e monetaria.

Su questo ritrovato spirito di cooperazione incombono tuttavia grandi ombre che mettono in dubbio la solidità dei binari su cui il processo di riavvicinamento è stato posto. Non solo l’accento da parte della Ue sulla “sicurezza innanzitutto” ma anche la svolta autoritaria del presidente Erdoğan inducono a pensare che il rinnovato slancio non riuscirà ad andare oltre gli interessi contingenti dettati dall’emergenza migranti.

Letto 183 volte
Devi effettuare il login per inviare commenti

Powered by

Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione propri e di terze parti per le sue funzionalità e per inviarti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui.

  Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.